mercoledì 31 maggio 2017

Cosmopoliti contro nazionalisti, la nuova metafora politica di Pablo Stefanoni


[ 31 maggio 2017 ]

Dopo la sconfitta alle elezioni francesi di questo mese, la candidata del Front National Marine Le Pen ha insistito sulla divisione che, a suo dire, indirizza la politica francese ed europea: “mondialisti vs patrioti“. Da una parte, la globalizzazione “selvaggia e disumana” al servizio della finanza, insieme a dosi smodate di multiculturalismo, alti livelli di migrazione e l’indebolimento delle identità nazionali; dall’altro, un rinnovato sovranismo, frontiere messe in sicurezza e priorità del locale. Né sinistra né destra. Il suo avversario, il social-liberale Emmanuel Macron, ha cercato analogamente di svincolarsi dall’asse gauche-droite posizionandosi all’interno dello stesso antagonismo tracciato da Le Pen, ma con valori invertiti: l’Europa come orizzonte vs nazionalismo xenofobo; cosmopolitismo vs. ripiegamento comunitarista. E non è solo la Francia. Per molte correnti della destra alternativa degli Stati Uniti, il confronto è tra globalizzatori e anti-globalizzatori. Proprio su questo ha cavalcato Donald Trump per arrivare alla Casa Bianca.
Così, se dopo la caduta del muro di Berlino è stata messa in discussione la validità del binomio sinistra/destra in nome della presunta “morte delle ideologie”, riemerge ora il problema, ma senza quell’ottimismo da fine della storia. L’asse sinistra/destra starebbe semplicemente mutando in un confronto tra populisti e liberali. È davvero così?
“L’asse mondialisti/nazionalisti, piuttosto che sostituire sinistra/destra, si sovrappone a quest’ultimo. Come già avvenuto in passato, ci sono più assi che si sovrappongono a seconda del contesto locale. In Italia, per esempio, più di mondialisti/nazionalisti, che in ogni caso sta guadagnando terreno, è ancora più importante la divisione onestà/disonestà. E tutte queste nuove dicotomie possono essere dispiegate da sinistra o da destra, o, per essere più precisi, dalla divisione storica tra uguaglianza e gerarchia, “dice a La Nación Samuele Mazzolini, ricercatore presso l’Università dell’Essex.
“La divisione sinistra/destra è ancora utile, ma non ha più la capacità esplicativa che aveva nel ventesimo secolo. La divisione tra cosmopolitismo e nazionalismo, o più in generale, tra diversità e identità, taglia trasversalmente i campi ideologici” gli fa eco Aníbal Perez-Linan, professore presso l’Università di Pittsburgh.
In effetti, Le Pen si è scontrata con la sopravvivenza di questa divisione dello spazio politico nel momento in cui ha cercato senza successo di attrarre il voto di sinistra della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. È vero che negli ultimi anni gli ex elettori comunisti dei quartieri popolari siano andati con Le Pen. Ma mentre Le Pen e Mélenchon criticano la globalizzazione della finanza, ciascuno si iscrive in tradizioni politiche opposte: i giudizi politico-morali su diversi fatti storici, il pantheon di figure che catturano le loro simpatie, i libri che leggono e i simboli che organizzano il loro impegno politico prevengono qualsiasi confluenza. In breve, la Francia antiilluminista in un caso e quella della Rivoluzione nell’altro. Entrambe le parti affrontano il “sistema”, ma il sistema non è lo stesso.

Populismo di centro
Chiaramente, si tratta di un concetto oggetto di discussione. Per la sinistra tradizionale il sistema era il capitalismo; per Donald Trump è l’elite di Washington, le università della Ivy League e i maggiori quotidiani; per i nuovi ​​liberali lo possono essere i vecchi partiti e lo stato sociale corporativizzato; per i populisti di sinistra la casta politico-imprenditoriale e per quelli di estrema destra, l’Unione europea associata alle élite locali. Oggigiorno, essere “anti-sistemici” vende. Così Mazzolini crede, con un tocco di ironia, che potremmo parlare persino di un populismo di centro.
Si tratta di figure che emergono dalla crisi dei sistemi politici e sono in grado di costruire frontiere politiche tra vecchio e nuovo, moderno e decrepito, a partire da guide personalizzate e un particolare discorso “antisistema”. Sono liberali non dogmatici nelle questioni economiche e progressisti in quelle civili. Sono riusciti a costruire un vocabolario che ridefinisce – “modernizza” – le vecchie parole in chiave “post-ideologica” con dosi variabili di capitalismo con estetica Starbucks. Ad esempio, Macron ha intitolato il suo libro Révolution. E chiaramente non si riferisce alla lotta di classe. Macron, Matteo Renzi in Italia, Justin Trudeau in Canada, Albert Rivera in Spagna: alcuni già al governo, altri come leader di partito, costituiscono “una sorta di fronte dei trentenni e quarantenni bellocci“, scherza Mazzolini. E in Argentina l’abito potrebbe calzare più o meno facilmente ad alcuni (solo alcuni) esponenti del Pro. Con questa strategia, Macron sta mettendo su un governo con pezzi di centro-sinistra, di centro-destra e di figure “cittadine”.
“Da quindici anni in America Latina parliamo di ‘due sinistre’, ma oggi dovremmo piuttosto pensare in termini di ‘due destre‘. Il divario tra Angela Merkel e Marine Le Pen racchiude un certo paradosso: per decenni abbiamo pensato che il neoliberismo e la globalizzazione fossero le principali sfide per un progetto di sinistra, ma la sinistra cosmopolita sembra riscoprire in questo secolo che il pericolo principale è la destra xenofoba, non la destra neoliberista“, aggiunge Pérez-Liñán. Nel caso americano, la femminista Nancy Fraser parla criticamente di un “neoliberismo progressista“. Questo si articolerebbe in “un’alleanza delle principali correnti dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo e diritti LGBTQ), da un lato, e, dall’altro, settori del businness ad alta gamma ‘simbolica’ e settori dei servizi (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood)”.
Questi riordinamenti mettono a disagio la sinistra e la destra tradizionali. La socialdemocrazia europea è vittima di queste riconfigurazioni di senso. La sua idea di addomesticare il capitale attraverso un patto con il lavoro a livello nazionale viene erosa dalla globalizzazione ma, allo stesso tempo, il suo addomesticamento globale risulta virtualmente impossibile. Già nei primi anni ’90 il filosofo americano Michael Walzer la chiamò la sinistra “vecchia”, destinata ad agire sulla difensiva. “Più un fortino – senza dubbio assediato – che un movimento.” Anche le destre conservatrici sono di fronte a nuovi problemi, ma godono di diversi punti di ancoraggio: dai conservatori democratici in Gran Bretagna fino ai conservatori autoritari in Polonia o Ungheria.
Quelli di sopra e quelli di sotto
In questo contesto, una parte della sinistra scommette sul “populismo”. In Spagna è stato Íñigo Errejón, fino a poco tempo il numero due di Podemos, a proporre di schivare l’asse sinistra-destra per poter superare le camicie di forza identitarie e ottenere una nuova maggioranza. In tal senso ha proposto un discorso contro la “casta” che, sulla scorta delle esperienze latinoamericane, dividesse il campo politico tra quelli di sopra e quelli di otto. Mélenchon ha fatto qualcosa di simile alle ultime elezioni francesi. E, in un certo senso, Bernie Sanders, che ha recuperato un certo “populismo” nel senso americano, che costruì a partire dalla fine del XIX secolo un antagonismo tra i deboli e i forti. Tutti loro hanno infranto i loro tetti di cristallo elettorali, pur senza riuscire a vincere.
Anche alcune estreme destre hanno percorso queste strade. Marine Le Pen è più “populista” di suo padre e fondatore del partito, Jean-Marie Le Pen, e dopo le ultime elezioni ci sono quelli che propongono di rinominare il Fronte Nazionale per indebolire i legami con un passato ultra scomodo. E persino alcuni dei populisti di destra hanno incorporato il rispetto per le minoranze sessuali e altre bandiere tradizionalmente considerate “di sinistra”, anche se spesso lo fanno premendo il tasto dell'”islamofobia”. In effetti, diversi leader europei di estrema destra sono gay. Ad ogni modo, quando si parla di populismi si rende necessario mettergli come cognome “di sinistra” o “di destra”.
Molto tempo fa, Norberto Bobbio – un moderato che ha difeso la validità della divisione sinistra/destra inteso come centrosinistra e centrodestra – ha scritto che “l’unica certezza della sinistra è quella di dubitare di sé stessa.” Ed Enzo Traverso, nel suo recente libro Malinconia di sinistra, afferma che “il marxismo ha funzionato a lungo come veicolo di una memoria di classe e delle lotte di emancipazione. Per farlo, ha periodizzato la modernità come una successione di rivoluzioni: una linea retta che congiunge 1789 e 1917, passando per il 1848 e la Comune di Parigi. Ma si trattava in realtà di una memoria teleologica, una memoria per il futuro”. Quella trasmissione è stata interrotta nel 1989 (e in parte prima). Lì la sinistra ha finito con il preferire l’ambiguo concetto di “progressismo”. Ma la scissione sinistra/destra presenta un altro problema: la destra spesso nega di essere di destra. Il termine “destra” in molti paesi presenta infatti una carica assiologica negativa. Pertanto, all’asse manca spesso la gente che si identifichi con una metà dello scacchiere. E non di rado “destra” è usato come un semplice epiteto.
Parlando di politica, l’asse sinistra/destra sembra tanto insufficiente quanto necessario e tanto reale quanto immaginario. Può assumere la forma di progressisti vs conservatori di fronte a questioni come l’aborto o il matrimonio gay, o di statalisti vs privatisti di fronte al patrimonio pubblico; può essere il complemento di altre categorie (nazionalista, populista, liberale); può riferirsi a identità più o meno di partito o a una chimica più sfuggente di emozioni o sentimenti. La destra e la sinistra possono essere, così come lo sono sempre state, democratiche o autoritarie. Nelle parole dello storico Horacio Tarcus, “c’è la resistenza a scomparire di una dicotomia che, in ultima analisi, si interseca ad altre nuove, costruendo, potremmo dire, una tabella a doppia entrata: globalizzazione finanziaria ‘dall’alto’ nella logica del FMI/globalizzazione sociale ‘dal basso’ sulla scia del Foro di Porto Alegre; comunitarismo fascistoide à la le Pen/comunitarismo sociale di teorici come Walzer, e così via.”
Così, quella casualità storica – cioè come si sedettero i partiti nell’Assemblea in seguito alla Rivoluzione francese – trasformata in una metafora organizzatrice del mondo politico continua ad essere un osso duro da rodere. E di tanto in tanto si prende qualche vendetta.
Pubblicato da Ideas, inserto di approfondimento del quotidiano argentino La Nación, il 21/5/2017. Traduzione di Samuele Mazzolini. 
* Fonte: Senso Comune

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CI VEDIAMO OGGI A SALERNO: NO EURO, NO UE, NO NATO

[ 31 maggio 2017 ]

Europea e NATO

ASSEMBLEA PUBBLICA

Mercoledì 31 maggio, ore 16:00

Centro Sociale di Pastena
Via Cantarella - SALERNO

Introduce: Nello De Bellis (P101)
Modera: Fabrizio Campanile

Intervengono:


Vito Storniello
Coordinamento nazionale Sanità USB
Dina Balsamo
Dipartimento nazionale scuola Partito Comunista Italiano
Francesco Stacchioli
USB Trasporti

Partecipano:

Moreno Pasquinelli (P101)
Michele Franco (Rete dei Comunisti)

Conclude:
Giorgio Cremaschi

Promuovono:

USB, P101, Unicobas, PCI

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martedì 30 maggio 2017

LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D'AMERICA E IL NOSTRO DESTINO di Moreno Pasquinelli

[ 30 maggio 2017 ]

RIFLESSIONI SUL FALLIMENTO DEL G7 DI TAORMINA E LE SUE CONSEGUENZE GEOPOLITICHE


Ricordo una delle diatribe che divideva negli anni '70 e '80 i trotskysti buoni da quelli cattivi. 
I cattivi erano favorevoli alla riunificazione delle due germanie, anche ove fosse avvenuta sotto l'egida di quella occidentale.
I buoni, invece, erano contrari, e per tre ottimi motivi, uno sociale e due di natura geopolitica. La riunificazione su basi capitalistiche avrebbe necessariamente distrutto il tessuto economico collettivistico della DDR causando la sua mezzogiornificazione. Le due ragioni geopolitiche son presto dette: la riunificazione sotto l'egida della Germania occidentale avrebbe sferrato un colpo micidiale immediato all'Unione sovietica (ciò che è avvenuto dopo un paio d'anni) e, sul medio periodo, portato ineluttabilmente alla rinascita di un potente imperialismo tedesco. E questo, in effetti, sta avvenendo sotto i nostri occhi.

Questa rinascita, qui sta il punto, è avvenuta sotto traccia, è proceduta per piccoli passi, camuffandosi sotto le mentite spoglie dell'Unione europea, crescendo sotto l'ombrello della NATO. C'è una connessione causale evidente tra la riunificazione tedesca (1989-90) e il passaggio dalla Comunità all'Unione europea (1992-93). Senza la riunificazione prima e la fondazione dell'Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E' diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l'Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.

I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco. Ma che tipo di imperialismo è quello tedesco odierno? Lenin segnalò cinque principali contrassegni del fenomeno dell'imperialismo:
1. La concentrazione della produzione e del capitale, che è cresciuta al punto di creare i monopoli;
2. La fusione del capitale bancario con il capitale industriale, con la formazione del “capitale finanziario”;
3. La maggiore importanza dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci;
4. Il sorgere di associazioni monopolistiche di capitalisti che si spartiscono il mondo;
5. La ripartizione della terra fra grandi potenze capitalistiche.
Il grado di concentrazione del sistema economico tedesco, la potenza del suo sistema industriale e finanziario, la dimensione enorme della sua penetrazione economica all'estero, fanno appunto  della Germania la di gran lunga principale potenza imperialistica europea. Il fatto che questa penetrazione non sia avvenuta in Asia o in Africa, a spese delle periferie "arretrate", ma anzitutto parassitando l'Europa e gli stessi Stati Uniti è la novità rispetto ai tempi di Lenin,
quando le potenze imperialistiche si combattevano per ripartirsi su basi neo-colonialistiche il mondo.

Qui sta il punto, a proposito del fallimento del G7 di Taormina. La Merkel ha trovato in Trump —gli altri capi di stato e di governo sono quasi tutti ai suoi piedi— un muro che non ha alcuna speranza di varcare. La portata della contesa e del dissidio tra la Grande Germania merkeliana e gli Stati Uniti d'America di Trump è ben espressa dall'articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri, 29 maggio. Raccomando di leggerlo con attenzione, per questo lo riporto integralmente più sotto.

Cosa c'è oltre questa contesa? Oltre questo muro? 
C'è la necessità della Germania di sganciarsi dalla sudditanza strategica e militare rispetto agli Stati Uniti. C'è la strada lunga e insidiosa del riarmo. Sullo sfondo questa strada conduce ad un inevitabile e devastante conflitto militare. Un conflitto che rischia di sfociare giocoforza su due fronti, a Ovest contro gli Stati Uniti e ad Est contro l'orso russo. E quindi la Grande Germania andrebbe inesorabilmente incontro ad una terza e più devastante sconfitta.

Non lo sa la Merkel? Oh sì che lo sa, come lo sanno al Pentagono e al Cremlino. 
E allora? E allora addio sogni di gloria, l'imperialismo tedesco dovrà accettare la sua posizione di nano politico e militare, a meno che il latente suprematismo nazionalista tedesco, giungendo al potere a Berlino, non trasformerà l'ordoliberismo in un Quarto Reich.  E non sarà certo la Force de frappe francese a fare da scudo alle sue smanie espansionistiche. Non basta alla Germania il predominio nella Ue, gli servirebbe conquistare quello nello schieramento della NATO. Cosa teoricamente possibile, ma solo ad una condizione, un veloce declino della supremazia mondiale degli Stati Uniti. La qual cosa non mi pare sia alle porte. E comunque l'elezione di Donald Trump è il segno netto che l'America venderà cara la pelle e non cederà il comando senza combattere. Tutte cose che a Berlino sanno bene, per questo puntano ad un'affrancamento dagli USA a dosi omeopatiche, ciò che comunque implica la condivisione di questo disegno strategico dei principali paesi europei, tra cui l'Italia.

E qui veniamo finalmente a noi. 
Sappiamo quanto sia forte anche nel nostro disgraziato Paese quello che abbiamo chiamato "Partito tedesco". Ci riferiamo a quella frazione del grande capitalismo che ha sposato la causa della saldatura definitiva con la Germania. I caporioni di questo partito li si riconosce facilmente, sono gli euristi-estremisti, quelli per cui, parafrasando Mao Zedong, "anche le scoregge dei tedeschi profumano". Sono i milionari annidati nel mondo bancario e della finanza, della grande industria globalizzata e di quella media e piccola che si allattano alle mammelle tedesche. Sono i politicanti ed i pennivendoli al loro servizio (di cui, per inciso, fa parte anche Fubini), che pullulano al centro, a sinistra e a destra. Sono gli ordoliberisti per cui l'austerità auto-inflitta è la sola terapia salvifica. Sono gli ascari che non vogliono ammettere che un'Europa unita non nascerà mai, men che meno sotto comando tedesco, sono i ciechi che confondono il predominio con l'egemonia — e la Germania è stata sempre maestra nel dominare, e sempre incapace di esercitare egemonia.

Tuttavia nell'establishment c'è lotta, c'è dissidio, poiché c'è anche il "Partito americano". Una parte della nostra élite ha chiara consapevolezza che il sodalizio con la Germania, quindi la distopia di un'Europa rafforzata, relegherebbe il nostro Paese a protettorato tedesco, ad un inesorabile declino, alla crescita del divario tra Nord e Sud, quindi ad un inevitabile marasma sociale. Non che quelli del "Partito americano" siano stinchi di santo, men che meno dei patrioti, tuttavia la loro ritrosia a servire la Grande Germania fa gioco alla causa sovranista, nazionale e popolare. Non solo è bene che i nostri nemici siano divisi e si combattano. Vale la massima di Sun Zu per cui un nemico lontano è preferibile ad uno vicino.

Come andrà a finire lo vedremo nei prossimi decenni. Sarà pure come disse Confucio che "L'esperienza è una lanterna appesa dietro la schiena, che illumina solo il cammino già percorso", la storia, la storia europea in particolare, comunque qualcosa insegna. E cosa c'insegna di importante? Che l'Italia, potenza mediterranea, proprio perché costretta a guardare a Nord, mai accetterà di diventare provincia tedesca. Di esempi ce ne sarebbero tanti nella storia millenaria europea, ce ne bastano due, quelli del primo e del secondo conflitto mondiale. L'Italia monarchica e poi quella fascista, quindi sotto la spinta, la trama e le congiure del "partito tedesco", nel primo caso ruppe la "Intesa" che legava il paese alla Germania all'ultimo momento, nel secondo entrò in guerra come alleata di Berlino, ma la concluse come nemica.
Ipsa historia repetit ...

* * * 


Tutti i numeri di uno scontro (che ci riguarda)
di Federico Fubini

«Su un punto Donald Trump e Angela Merkel si sono trovati d’accordo alla fine del vertice delle sette grandi economie avanzate a Taormina: non era il caso di parlare oltre. Per la prima volta da quando esiste il G7, un presidente Usa e un cancelliere tedesco se ne sono andati entrambi senza accettare domande in pubblico.


Ciò che avevano già detto era già abbastanza. Durante la cena dell’Alleanza atlantica a Bruxelles giovedì sera Trump aveva descritto «i tedeschi» così: «Sono pessimi. Guardate quanti milioni di auto ci vendono negli Stati Uniti. È tremendo. Fermeremo questa storia».

A Taormina Merkel ha definito la polemica «fuori luogo» e si è limitata a sottolineare come la qualità dei prodotti tedeschi li renda ricercati all’estero. Poi però ieri, rientrata in Germania, ha avuto qualcosa da aggiungere: «I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono finiti, come ho potuto toccare con mano negli ultimi giorni — ha detto —. Noi europei dobbiamo davvero prendere il destino nelle nostre mani».

Merkel dunque non dimenticherà. E il fatto stesso che la polemica si sia consumata a Taormina rimanda simbolicamente agli italiani una verità scomoda: comunque vada a finire, sarà decisiva anche per noi. Lo sarà sia che prevalga lo status quo, sia che davvero Trump riesca a gettare sabbia negli ingranaggi degli scambi fra le economie avanzate.

Chiunque governi in Italia nei prossimi mesi, dovrà chiedersi da che parte sta. E se non è possibile farlo sulla base dei valori, in Paese profondamente diviso, allora diventa inevitabile scegliere una posizione sulla base dei fatturati e degli interessi. Questi dicono che l’Italia oggi sta con la Germania, quali che siano i giudizi dei singoli su Merkel e le idee diverse di Roma e Berlino sul futuro dell’euro. Sulla base delle realtà commerciali di questa fase, l’interesse italiano nei confronti degli Stati Uniti è molto simile all’interesse tedesco. E ogni passo indietro del made in Germany nel primo mercato del mondo rischierebbe di diventare presto un passo indietro anche per il made in Italy .

La dinamica dell’export di beni verso gli Stati Uniti segnala che la seconda economia manifatturiera d’Europa potrebbe addirittura avere qualcosa in più da perdere della prima, se gli scambi internazionali rallentassero. Dal 2010 al 2016 l’export di beni italiani in America è cresciuto del 59% in dollari correnti, secondo lo US Census Bureau: un’accelerazione superiore a quella della Germania (39%) e di altre grandi economie manifatturiere. Anche il surplus commerciale bilaterale dell’Italia con gli Stati Uniti è simile a quello tedesco, proporzione alle dimensioni dei due Paesi: arriva all’1,8% del reddito nazionale tedesco a all’1,5% di quello italiano.

Naturalmente i volumi restano diversi. L’anno scorso il made in Germany ha fatturato negli Stati Uniti beni per 114 miliardi di dollari, contro acquisti tedeschi di prodotti industriali americani per soli 49 miliardi. Il made in Italy ha venduto per 45 miliardi, mentre gli italiani hanno comprato beni manufatti statunitensi per appena 16. Si tratta in ogni caso di dimensioni sistemiche: l’America ormai è il secondo mercato per l’export italiano dopo la Germania e la sua quota di mercato in quel Paese è molto simile a quelle di Francia e Gran Bretagna.

In altri termini, il governo di Roma potenzialmente è esposto alle stesse accuse di Donald Trump che hanno già coinvolto Angela Merkel. Lo è a maggior ragione perché l’Italia e la Germania sono le due sole grandi economie a non aver aumentato gli ordini di beni americani dopo la Grande recessione. Con un dettaglio in più: l’export di componenti auto made in Italy vale oggi oltre dieci miliardi di euro l’anno ed è diretto soprattutto ai grandi marchi di Stoccarda e della Baviera, che poi rivendono molto negli Usa.

Dunque è inutile chiedersi per chi suona la campana, se e quando davvero Trump riuscirà a intralciare il commercio tedesco: essa suona (anche) per noi».

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AVEZZANO: STEFANO D'ANDREA CANDIDATO SINDACO

[ 30 maggio ]

Il 13 maggio scorso davamo conto della candidatura dell'amico Marco Mori a sindaco di Genova, facendo a lui e a Riscossa Italia i migliori auguri.

Lo stesso facciamo con Stefano D'Andrea [nella foto], esponente del Fronte Sovranista Italiano e candidato sindaco nella sua città natale, Avezzano (AQ), con la lista Riconquistare Avezzano.

Qui sotto il comizio svolto da D'Andrea il 28 maggio scorso in P.zza Risorgimento


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lunedì 29 maggio 2017

CINQUE STELLE (NON) FANNO CLIC di Piemme

[ 29 maggio 2017 ]

Gli iscritti alla piattaforma del Movimento 5 Stelle sono 135.000.
Sulla proposta di leggete elettorale s/proporzionale alla tedesca (la nostra critica QUI e QUIhanno votato 29.005 iscritti. Si sono insomma "scomodati" di fare CLIC dal loro dispositivo elettronico (computer, tablet o smartphone) solo il 21,5% degli aventi diritto. Di questi 27.473 hanno votato Sì e 1.532 hanno votato No.

La cosa colpisce, e sotto diversi profili.

(1) Un più che modesto (per usare un eufemismo) 20% degli iscritti al M5S ha quindi confermato la sciagurata decisione del Comitato Centrale pentastellato.
A scanso di equivoci: ogni partito o movimento ha il diritto di stabilire con quali modalità adottare le proprie sovrane decisioni. E però... 
Che una legge da cui dipende in gran parte l'architettura istituzionale di un Paese, venga convalidata da una minuscola minoranza del 20% dovrebbe far saltare sulla sedia ogni sincero democratico. Se questo è il modello di democrazia diretta c'è da mettersi le mani nei capelli.

(2) E' grave, anzi inquietante, che gli iscritti siano stati chiamati al voto per esprimersi su una proposta unica. Questa non è vera democrazia. Democrazia è esprimersi tra diverse tesi. Chiamare al voto su una sola tesi si chiama plebiscito. Sotto le mentite spoglie della "democrazia diretta" abbiamo quella che i giuristi chiamano "democrazia plebiscitaria"

(3) Questa "democrazia plebiscitaria" spiega l'altissima percentuale di astensioni al voto (in pratica l'80%). Forse ci sbagliamo, ma il fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini pentastellati non si sia nemmeno degnata di fare CLIC, è indice di uno scontento crescente verso questi metodi plebiscitari e autoritari.

Beppe Grillo, nel suo editoriale di ieri (LEGGE ELETTORALE E VOTO ANTICIPATO: LE CONDIZIONI DI M5S), non solo non sembra minimamente curarsi dei sintomi evidenti del male che affligge il suo movimento, insiste nella bugia secondo cui lo s/proporzionale tedesco
«... con soglia di sbarramento al 5% ed eventuali correttivi, costituzionalmente legittimi, per garantire una maggiore governabilità ... È una legge elettorale costituzionale, la prima ad esserlo dopo la vergogna del Porcellum e dopo il pastrocchio dell'Italicum che è stato stroncato dalla Consulta»
A parte l'accettazione del dogma che assilla l'establishment, quello della governabilità, qui si affermano TRE bugie in una. 

(1) Con uno sbarramento al 5% il sistema tedesco non è affatto proporzionale e di fatto implica un grosso premio in seggi al primo partito. Basta solo vedere quanto accaduto in Germania alle ultime elezioni. Non è un caso che trovi d'accordo Berlusconi, Salvini e Renzi...

(2) Per questo il sistema elettorale tedesco, coerente con la Costituzione ordoliberista tedesca, cozza frontalmente con la Costituzione italiana, che fa del principio della rappresentanza la sua stella polare e non invece quello della "governabilità" 

(3) Che il modello tedesco, ove fosse adottato, sia "la prima legge elettorale costituzionale" è un'affermazione grave perché falsa. Occorre proprio avere la memoria corta per dimenticare che fino al 1994 gli italiani hanno votato con un sistema proporzionale puro e che la maledetta "Seconda repubblica" nacque di fatto con il famigerato referendum Segni del 18 aprile 1993 che, in ossequio al dogma della "governabilità", abolì il meccanismo proporzionale. Cosa accadde nelle elezioni del 1994 è noto: vinse Berlusconi.

Chi ha memoria corta non va molto lontano...

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DE MAGISTRIS, NAPOLI E I MIGRANTI ...

[ 29 MAGGIO 2017 ]


Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, è davvero un fenomeno politico, che anche noi abbiamo guardato con molto interesse. Per alcuni amici è un "bell'esempio di populismo di sinistra". Essi vorrebbero che scendesse in campo, a livello nazionale, come alternativa ai cocci di ciò che resta della sinistra "radicale".
Lo farà in vista delle imminenti elezioni? Chi lo conosce ne dubita, tanto più dopo il disastro di Rivoluzione Civile nel 2013, in cui egli ebbe un ruolo di primo piano dopo Ingroia.

"Populismo", abbiamo detto più volte, è anche la capacità di stabilire una "connessione emotiva profonda con chi sta in basso", di saper parlare al cuore dei cittadini, contro l'élitarismo politicamente corretto di certa sinistra. In questo De Magistris pare un maestro. 
Tuttavia il rischio è sprofondare nella retorica. Uno di questi casi è lo spinoso caso dell'immigrazione. 

Per questo ci pare doveroso riportare quanto scritto nel suo Diario dal sindaco di Napoli —la sua pagina su Facebook Piace a 405.442 persone!—, quindi i primi commenti che ha ricevuto.




* * * 
«Ancora una volta Napoli, tra tante sofferenze, dimostra di essere sempre più capitale dell'umanità. Oggi accolti, con cuore e organizzazione, 1500 migranti disperati, tanti bambini, giovani, donne. Persone in cerca di sopravvivenza, prima ancora che di vita. In città le iniziative culturali e sociali sono ormai diverse centinaia al giorno. Città che vive, grazie a Noi Napoletani, un riscatto e un risveglio mai visto. Napoli fiera e orgogliosa. I turisti, mai così tanti dal dopoguerra, apprezzano e ci stimolano a fare sempre meglio. Città anche inferno però. Gruppi organizzati e pericolosi continuano a delinquere e sparare. Camorra e non solo. Saranno sicuramente sconfitti dalla Città che non si piega. Loro rappresentano la morte, contro la vita. Napoli la sua parte la sta facendo tutta, in un quadro economico finanziario durissimo. Lo Stato faccia di più. Sicurezza e repressione dei reati sono prerogative dello Stato. Per strada la domanda più frequente dei cittadini è la sicurezza. I ministri passano, gli impegni presi si diradano come nuvole al vento, i problemi di sicurezza sempre gli stessi. Noi non molliamo e, comunque, vinceremo. Anche contro violenti e criminali, che nella loro vita, con le loro condotte, danneggiano la Città che non amano. Oggi Napoli offre alternative per tutti, anche per chi nella vita ha sbagliato. Si può cambiare, con una rigenerazione morale ed umana. Oggi, non domani. Con Napoli nel cuore. 
LUIGI DE MAGISTRIS»

Stefania Serino A ridosso di 6 morti di camorra...e una pessima qualità della vita...mi sembra un po' retorico come pensiero. Non si vive di sola bellezza e umanità (ammesso che ve ne sia).

Massimo Grandis Poi ce chi dice che lei sta facendo un buon lavoro che non metto in dubbio, Napoli e una città piena di problemi come possiamo uscire o trovare un modo per non essere sempre l ultima ruota dell' Italia a livello lavorativo? Lei ha fatto molto vedo per il turismo a Napoli e a ruota ristoranti alberghi ce sempre il tutto esaurito ma per quelli che non girano attorno a questo mondo non ce qualcosa ? Vedo che giovani entrano in ditte anche importanti fi manutenzioni installazioni e per noi 40 enni nulla

Massimo Grandis Caro sindaco qui l umanità c'entra ben poco sembra tanta pubblicità secondo me , qui ce gente compreso io che a Napoli s pozz e famm (compreso io) però io mi domando i soldi per aiutare questi profughi ci sono ma per noi nulla , e parlo di lavoro non soldi come forma materiale io sono idraulico ma a Napoli non ci sono sbocchi e sto pensando di mettermi anche io con la mia famiglia su di una barca e chissà se qualcuno porta aiutarmi

Gabriella Selvi Poveri noi!!!! Ci pisciano in testa e ci dicono che piove!!! De Magistris, il suo finto buonismo è solo per restare aggrappato alla poltrona, nulla più!

Genny Picone Caro sindaco, serve una operazione verità. 
Faccia stilare un report su quanti tagli ha ricevuto Napoli negli ultimi 6 anni, quanto ha di deficit pregresso e quanto se n è aggiunto ancora fra disavanzo e strutturale. 
Altrimenti fra chi dice una cosa e chi un' altra noi cittadini siamo asini in mezzo ai suoni.


Concetta Guida Questa volta non sono d'accordo con lei! Tutta questa gente che fine farà? In Italia siamo pieni di disoccupati , anche al nord non c' è, e Napoli e provincia ancora di più! Poi li vediamo ai semafori, dormire e bivaccare all' aperto, vendere merce abusiva gestita dalla camorra oppure darsi allo spaccio! No non è accoglienza è disordine pubblico ! E tutti quelli che inneggiano all' accoglienza dico di portare un migrante o anche due nelle proprie case, così non influisce sullo stato italiano! E anche lei sindaco con i suoi collaboratori che la pensano come lei , accolga almeno due migranti in casa propria!

Rosi Cagliari Ma perche' non parlate anche di quello di importante e positivo che ha fatto..Napoli non e' di certo una città' semplice...e lui non può' cambiare le persone...ma da qui a dire che e' un essere negativo...non si può', mi pare eccessivo. Bassolino o l' altra come erano?

Rafael Feola Caro Sindaco .. mi sa che adesso dovrebbe anche un po' smetterla di essere ipocrita .. quando a Napoli nessuno vuole più l'africanizzazione e in Italia l'80% ! vada con la sua fascia tricolore se.. 
grazie


Gabriella Fanti A me fanno morire tutte quelle persone che hanno sui loro profili centinaia di post del Papa, di Padre Pio, di Gesù, le preghierine, ecc...ecc...e poi gridano fuori gli stranieri, ci spazzeranno via, manteneteli voi, ma fatemi il piacere un pochino di coerenza!

Marco Filosa Sindaco retorico e per nulla concreto...pensi a fare passare pullman e metro, aggiustare le strade ed a pulire zone di Napoli oscene...

Antonio Addattilo Caro sindaco io sono orgoglioso del lavoro che lei fa giorno per giorno per la mia città, ma non crede che un maggior impegno di forze dell'ordine di operatori ecologici di manutenzione stradale sia necessario? 
Distinti saluti


Vincenzo Zaccaria sindaco ma smettila con questo sorytelling del paese delle meraviglie, hai lasciato le periferie abbandonate nel degrado e sempre più distanti dalla Napoli bella del lungomare e dei quartieri bene, nulla fino ad oggi volto a migliorare la vivibilità delle periferie, smettila, sei patetico!

Gennaro Rullo Caro sindaco invece di pensare questi imigrati pensa al popolo napoletano che in 48 ora ci sono stati 6 morti.

Francesco Bocchetti Bellissimo, ma nell'ultima settimana hann fatt 6 muort nell'area nord. Vogliamo fare qualcosa per queste cose o dobbiamo pensare sempre al contorno? E per contorno ci metto anche quelli che parlano di metro in orario e di bus in ritardo. Napoli non e' solo Piazza Plebiscito, ma anche Miano e Secondigliano, e non stanno a 10 minuti da Caserta, ma a 10 minuti dal centro!

Luana Persichetti Lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza dei cittadini, particolarmente a Napoli, città per troppi anni abbandonata nelle mani della camorra per la latitanza dello Stato

Ciro Ciotola Elisabetta Volonterio ecco un' altro Saviano.. poi sta povera gente li vediamo sui semafori o a vendere coca sul litorale domizio...nel caso migliore.

Pasquale Altieri Secondo la mia modesta opinione uno dei problemi maggiori di Napoli e provincia è l assenza di cultura della legalità insita in chi la legalità la dovrebbe fare rispettare a cominciare dai vigili urbani Il sindaco la giunta comunale sono onesti ma gli apparati gli stessi che sono lì da decenni molto spesso sono corrotti messi in quei posti grazie al clientelismo e alle raccomandazioni se non si cambia questo Napoli non cambierà mai davvero

Francesco D'Avino Faccia di più anche lei. Il decreto Minniti le da il potere di farlo: ho letto un articolo sul mattino molto interessante su questo tema, consiglio a tutti di farlo.

Massimo Gugliotta Retorica caro Sindaco, retorica sterile, tutte le città italiane lo fanno.

MarioEmery Frenna Portali a casa tua !!!

Andrea del Bono Ma avete chiesto ai cittadini se li vogliono?


Massimo Russo Napoli città rifugio in piena guerra. Alfredo Di Domenico ecco le parole in libertà del nostro caro sindaco

Sara Giustino Parole che risuonano forte nell'animo e che stimolano sempre più a egregie cose. Grazie Sindaco!💪🔝🌈

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