domenica 19 novembre 2017

PATRIA E COSMPOLITISMO di Diego Fusaro

[ 19 novembre 2017 ]

Ho avuto la ventura di leggere uno scritto di Michela Murgia ove si parlava di “matria” (sic!), deridendo la vecchia patria e proclamando quest’ultima non solo moneta fuori corso, ma addirittura questione pericolosissima.

Il testo mi pare interessante e non privo di spunti critici, perché nella sua pur sintetica struttura si cristallizzano alcuni dei tratti salienti dell’odierno spirito del tempo, contraddistinto dall’ubiquitaria demonizzazione della nazione e della patria come concetti perigliosi e foriere di sciagure (dall’imperialismo al nazionalismo, ecc.).

Sarò dunque felice di replicare a Michela Murgia, preferendo la via socratica del dialogo a quella della stroncatura che invece, salvo errore, è via che Ella non disdegna nelle sue recensioni librarie televisive. Sarò altresì lieto di confrontarmi con Lei, nella speranza che Ella si converta dalla via del processo in assenza del processato, alla più nobilitante via del dialogo socratico secondo l’aureo principio del “logon didonai”.

Sono pienamente d’accordo con Murgia, allorché sostiene che la patria può essere foriera (e storicamente è stata anche tale) di sciagure. Non condivido, tuttavia, la conclusione che Ella ne inferisce: occorre buttare a mare l’idea di patria, ciò che equivale, come si dice, a buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Al contrario, v’è bisogno di educazione e di filosofia, affinché la patria – ossia lo spazio reale e simbolico della via dei popoli – non precipiti nel nazionalismo belligerante e irrispettoso.

Occorre intanto sottolineare che la rimozione delle patrie e delle nazioni in tempo di nazionalismi e patriottismi imperialistici era senz’altro emancipativa. Non v’è dubbio. Ma diventa oggi il contrario, essendo di fatto il primo dei desiderata degli agenti apolidi e postnazionali della classe dominante postborghese: i quali vedono nelle patrie e nelle nazioni altrettanti ostacoli per lo sconfinamento del mercato deregolamentato e per la spoliticizzazione integrale dell’economico. 

Non ci ha forse insegnato Carlo Marx a pensare storicamente e a collocare le costellazioni del pensiero e della produzione simbolica nel cangiante quadro dei rapporti di forza storicamente determinati? Il concetto di patria, che certo ai tempi di Hitler era regressivo, non era forse nell’Ottocento un concetto progressista ed emancipativo? Nella Cuba di Che Guevara (“patria o muerte”) non era forse la patria la via privilegiata dell’anti-imperialismo made in Usa e, dunque, di un comunismo a base apertamente patriottica? È del tutto evidente che il senso di tale concetto e la sua direzione politica non sono immutabili, ma variano nel concreto contesto dei diagrammi di forza. Il concetto hitleriano di patria va respinto, proprio come va respinto il concetto liberista di “superamento delle patrie” a favore del one world “in-globalizzato”.

Senza avvedersene, Michela Murgia, inneggiando all’annichilimento di patrie e nazioni, si trova oggi (sottolineo: OGGI) dalla stessa parte della barricata di Draghi e Monti (sì, proprio lui, “l’uomo dei mercati”) e non certo dei lavoratori della Fiat Mirafiori, che evidentemente chiedono più Stato, più protezionismo, più diritti garantiti per mezzo della politica di uno Stato sovrano in grado di governare l’economico in fase di denazionalizzazione. Se fossimo nei tempi di Hitler, Murgia avrebbe ragione: contro il patriottismo! Ma poiché siamo nel tempo degli apolidi signori della finanza post-nazionale, ha torto: viva il patriottismo dei popoli che resistono al mondialismo dei mercati!

In secondo luogo, Michela Murgia pare non avere contezza della distinzione – centrale nell’opera carceraria del suo conterraneo Gramsci –  tra nazione nazionalismopatria patriottismo. Gramsci, ad esempio, valorizza la nazione senza essere nazionalista. Non cede, in altri termini, al presupposto mendace e oggi dilagante secondo cui per evitare il nazionalismo bisogna distruggere le nazioni (il sogno mondialista dei mercati!), per evitare il maschilismo e il paternalismo bisogna sbarazzarsi della figura del maschio, del padre e, più in generale, della famiglia, e così via.

In terzo luogo, Michela Murgia, in buona compagnia peraltro, sembra contrapporre in modo rigido patriottismo cosmopolitismo. Eppure Fichte, nel suo testo “Il patriottismo e il suo contrario”, aveva chiaramente mostrato come il vero cosmopolita è colui che ha una patria e che non può esservi cosmopolitismo se non come rapporto solidale tra patrie plurali. Del resto, oggi si confonde troppo spesso tra mondialismo internazionalismo: il mondialismo è l’annichilimento delle patrie a beneficio dell’open space del mercato planetario deregolamentato; l’internazionalismo è il rapporto tra nazioni (inter nationes) e tra patrie che si rapportano secondo relazioni di libertà, uguaglianza e solidarietà. Paradossalmente, senza nazioni e patrie non può esservi l’internazionalismo: e infatti prevale solo il mondialismo del mercato.

L’epoca dell’“evaporazione del padre” (Lacan) come simbolo della Legge e della misura coincide, lo sappiamo, anche con il tempo dell’eclisse della patria gramscianamente intesa come luogo del radicamento nazionale-popolare, storico e culturale di un popolo, ossia come provenienza originaria della sua vicenda e come nesso vivente con la terra e con l’ethos. In antitesi con la narrazione egemonica, il patriottismo non coincide, se non in forma patologica, con il nazionalismo belligerante, ma con l’attitudine – con le parole dell’Hegel dei Lineamenti di filosofia del diritto (§ 261) – a “considerare la comunità (Gemeinwesen) come la base sostanziale e il fine”.

Il capitalismo “edipico” e mondialista uccide oggi il padre e, insieme, la patria, che ne è l’equivalente simbolico sul piano della vita dei popoli, secondo il nesso etimologico tra la nascita e la nazione, tra il padre e la patria.

La casa come fissa dimora della famiglia (oikos) e la patria come fissa dimora dei popoli sono destrutturate dalla furia del dileguare del capitalismo flessibile, perennemente in lotta contro tutti gli spazi solidi e regolamentati, stabilmente abitabili in forme comunitarie solidali e non provvisoriamente attraversabili individualmente in nome della “libera circolazione delle merci e delle persone”.

Nel quadro del nuovo assetto della società globale della “costellazione postnazionale”(Habermas), si assiste al tramonto di tutti i tradizionali riferimenti paterni, dal pater familias alla patria: come suggerito da Luigi Zoja, “l’essenza del padre si fa inafferrabile perché egli viene maternizzato” (Il gesto di Ettore, p. 274), privato dei suoi tratti specifici e, dunque, destituito della sua funzione.

Fonte: il Fatto Quotidiano

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DELLA RICCHEZZA E DEI RICCHI di Giorgio Rosati

[ 19 novembre 2017 ]

Riceviamo da un lettore e volentieri pubblichiamo

Benché sommessamente, però ci tengo a sostenere che c’è solo un modo di combattere la povertà dei poveri, ed è quello di combattere la ricchezza dei ricchi. 

Poiché quest’ultima non può essere la cura, essendo la causa della prima. Il quale concetto, siccome a tutta prima può suonare banale, vorrei qui assicurare che non lo è. Intanto faccio notare che la povertà esiste sì separata, ma altresì inseparabile dalla ricchezza. Tant’è vero che i poveri esistono anche nei Paesi ricchi, e viceversa i ricchi si trovano anche nei Paesi poveri. Perciò nemmeno ha senso pensare che si possa diventare tutti ricchi, o tutti poveri, appunto perché vien da sé che l’una condizione può darsi, o togliersi, solo col dare o togliere l’altra. Per concepire questo nel giusto verso, però, occorre riuscire a distinguere tra la ricchezza e i ricchi. Perché la prima è di per sé qualcosa di buono e giusto, mentre dei secondi si può ben dire diversamente.

Per cominciare occorre chiarire che la ricchezza non è ciò che di solito si crede. Perché anzitutto non sono i soldi. Figuriamoci, di per sé l’Euro, o il Dollaro, e comunque tutto ciò che circola attualmente, non vale il becco di un quattrino. E ai tempi della Lira il denaro valeva se possibile ancora meno. D’altra parte, il lusso di Templi e Palazzi esisteva già ben prima che fosse inventata la moneta, per cui la ricchezza nell’Antichità doveva per forza essere qualcos’altro. Paradossalmente però, nemmeno l’oro in se stesso può dirsi propriamente tale, perché anche il metallo prezioso, come la carta straccia, serve solo a comprare qualcosa, o qualcuno. Per cui questi sono casomai mezzi di scambio, strumenti di potere d’acquisto della ricchezza, ma non la ricchezza stessa.

Invece, e a dire il vero, essa è piuttosto

IL FRUTTO SOVRABBONDANTE CHE MATURA DAL LAVORO UMANO.

Ecco allora verso dove prestare attenzione, per capire questa cosa, — al lavoro appunto. E però non inteso alla superficie per com’è, bensì nel senso profondo di che cos’è. Proprio perché il come e il cosa, cioè il dato di fatto e la questione di principio di quest’atto, invece di combaciare come dovrebbero, sono tra loro contraddittori. Il che non succede oggi, ma da sempre, purtroppo per chi lavora. Prima di questo però, cioè più in generale ancora, guardando in quella direzione scorgiamo nientemeno che la chiave di volta del nostro mondo. Poiché si scopre che è proprio quello, il lavoro, l’autentico fondamento su cui posa e si erige il nostro intero sistema di vita. Non certo appunto i soldi, ma tantomeno gli Stati. Questo fecondo punto di vista, infatti, fa vedere non solo l’origine della ricchezza, ma anche della stessa civiltà, nonché il fatto che le due cose siano andate di pari passo. Così è già possibile stabilire un punto fermo di partenza. O sia che, siccome l’uomo non ha sempre lavorato, allora nemmeno la ricchezza è sempre esistita, e quindi neanche la differenza tra ricchi e poveri.

Premessa la definizione, passo al più breve resoconto possibile di quando, dove, come e perché sono cominciate le cose di cui parlo. Per cui descriverò le origini del lavoro, fino alla comparsa della ricchezza, e quasi a ruota della civiltà. Ebbene tutto inizia circa diecimila anni fa, con la RIVOLUZIONE AGRICOLA. Quando, nella regione compresa tra i fiumi d’Egitto e Mesopotamia, l’uomo diventò per la prima volta contadino, cioè appunto lavoratore della terra. Tanto tempo fa dunque, eppure anche assai poco, se solo si considera che già allora il genere umano esisteva ormai da ben due, tre milioni di anni. E che in quello sterminato frattempo i nostri antenati sono vissuti ed evoluti appunto senza lavorare. Cioè esattamente come gli altri animali selvaggi, vagabondi alla ricerca di cibo, dalla raccolta di vegetali spontanei alla caccia di prede carnali. In ogni caso, a parte i dettagli sul prima, fu proprio da quel momento, con la scoperta della coltivazione, peraltro fatta tutta al femminile, che i nostri avi presero a produrre direttamente, essi stessi da se stessi, quanto serviva alla loro vita. Ciò che appunto costituisce l’essenza del lavoro, autentica specialità della nostra specie rispetto agli altri viventi. I quali ultimi si sostentano appunto esclusivamente di ciò che fornisce loro direttamente la Natura. Certo è che da allora, da quando abbiamo cominciato a lavorare, non abbiamo più smesso, né possiamo più smettere di farlo. Almeno se vogliamo continuare nel nostro distintivo modo di vivere. Altrimenti, se il lavoro si fermasse, torneremmo presto a uno stile di vita selvatico. Già si capisce quindi come l’avvento di questa novità costituisca altresì il vero spartiacque tra la lunghissima Preistoria umana e la tutto sommato breve Storia successiva. Perché è proprio con quella scoperta che abbiamo compiuto non il passo, ma il salto da uno stile di vita animale come gli altri, a quello esclusivo di vita civile. Perciò quell’evento di diecimila anni fa costituisce esso sì il vero Anno Zero, quello cioè prima e dopo il quale le sorti dell’umanità non sarebbero più state le stesse.

Attenzione però alla definizione che ho dato. Perché già da quella si evince che la ricchezza —sebbene non sia il denaro di oggi, né l’oro di una volta—, però nemmeno può dirsi tutto quanto gli uomini si procurano lavorando. Perché anzi essa è piuttosto solo una parte del prodotto ottenuto. Più precisamente qualcosa che avanza alla fine di ogni ciclo produttivo, una volta pareggiati i conti tra costi e ricavi dell’impresa. Intanto, per spiegare questa cosa, è bene chiarire che il lavoro, come ogni cosa tranne la moneta, non si crea dal nulla. Al contrario, chiunque intenda mettersi all’opera deve prima disporre di ciò che occorre —tipo come minimo materie prime da lavorare, attrezzi e luogo da lavoro, nonché il necessario a sostentare gli uomini impegnati nella produzione. Sicché l’atto lavorativo crea sì ricchezza finale, ma comporta altresì una spesa iniziale. Lo stesso seme piantato per la prima volta, s’è dovuto sottrarre al consumo immediato, per poterlo investire nella coltivazione. Perciò ogni processo produttivo di qualsiasi cosa può cominciare soltanto a condizione di fornire in anticipo tutto il necessario che serve a quello scopo. Solo una volta soddisfatti quei requisiti preventivi, allora il lavoro può procedere, realizzarsi, e compiersi nel prodotto finito. Cui segue finalmente l’ora di fare le parti, cioè decidere la destinazione d’uso e consumo dei beni ottenuti.


Ora, il principio logico appena enunciato, della ricchezza come parte in più di un tutto, si spiega anch’esso già solo guardando al principio della Storia, per vedere come sono andati i fatti. Infatti cos’è successo, che per almeno i loro primi tre, quattromila anni di Agricoltura —e quindi già di vita non più nomade, ma sedentaria— gli uomini hanno vissuto in modeste comunità di villaggio, senza dare alcun segno di ricchezza. A causa del semplice fatto che per quel così lungo tempo la gente consumava tutto quanto il magro raccolto che riusciva a produrre. Sarebbe a dire che, tolta una parte come cibo per la comunità, e un’altra come scorta di semi per la stagione successiva, quegli uomini riuscivano a vivere, ma senza che gli rimanesse niente da parte. Chiudevano insomma i conti in pari, sempre ammesso che la coltivazione andasse a buon fine. Così all’inizio sono occorsi tutti quegli anni, perché il raccolto cominciasse a eccedere il bisogno della mèra sussistenza. Per cui è solo col miglioramento assai lento delle tecniche agricole, che una parte di prodotto ha preso ad avanzare, come qualcosa di disponibile oltre le necessità quotidiane della vita e del lavoro. A quel punto, soddisfatti i consumi e accantonate le scorte, ecco comparire un resto, un di più, che perciò sul momento non serviva. Insomma un che di valore, ma inutile perché inutilizzato. Un plusvalore appunto, come si dice, ma comunque qualcosa da accumulare in qualche modo, conservare da qualche parte, e destinare a qualche scopo.

Ecco, questa è esattamente l’origine storica, e insieme l’autentico significato logico della ricchezza. Ecco anche la sua prima materia e forma, cioè non metallo prezioso, né carta straccia, bensì cereali, - orzo o grano. Su come sia andata all’inizio di quei tempi, cioè su che fine abbia fatto il primo sovrappiù produttivo dell’umanità, non possiamo saperlo. Non è però difficile ipotizzare che fossero i capi anziani del villaggio agricolo a sovrintendere l’amministrazione di quei beni eccedenti. I quali è probabile che fossero equamente distribuiti tra tutti, o comunque consumati insieme nelle occasioni di festa. Di certo invece sappiamo com’è andata a finire, quella primitiva fase di civiltà. Infatti, non è una supposizione quel ch’è successo a capo di quel primo, lungo, e quasi insignificante periodo. O sia che la produzione, per millenni appena sufficiente o poco più, non raggiunse un livello tale da provocare la RIVOLUZIONE URBANA, col sorgere delle prime città sui fiumi Nilo, Tigri ed Eufrate.

A quel punto la svolta epocale fu compiuta, era ormai sorta l’alba della civiltà, e con essa decise le sorti dell’avvenire. Ora la ricchezza umana aveva trovato il suo posto, da cui non si sarebbe più mossa. Con il rivoluzionario tipo d’insediamento, infatti, la novità non è solo una costruzione architettonica in pietra, ma altresì e insieme l’istituzione giuridica dello Stato. La città, infatti, già nasce proprio come Stato, e anzi meglio col suo uomo, il Re. Ecco la prima losca figura della Storia, il primo esemplare umano che ostenta magnificenza di ricchezza e potenza. S’intende, lui con la famiglia, i cortigiani, e così via. Ecco dunque comparire, insieme alla città, la divisione della comunità umana tra una classe dirigente dello Stato e una classe diretta dei cittadini. Ecco altresì che ai primi ricchi nobili fanno da contraltare i primi contadini poveri, dato che per costoro la divisione sociale ha significato solo sottrazione di ricchezza.

Si capisce insomma che già alle origini s’è compiuto quello stesso ignobile sistema, - di partizione della società in parti sociali separate - che si ritroverà intatto anche molto più tardi. Come presso i Greci (aristòs e dèmos), nonché poi presso i Romani (patrizi e plebei). E così via di seguito, con sfumature diverse, ma senz’altro fino a oggi. Tanto per dire quanto sia radicato simile ordinamento istituzionale degli uomini, distinti in ceti a seconda di ciò che possiedono, o per così dire in base al reddito. La quale squallida mentalità alimenta proprio quel circolo vizioso che si crea nel mondo umano. Perché ogni volta che qualcuno s’appropria di ricchezza, non vive solo di lusso, ma peggio ancora esercita il potere di comandare sugli altri.

Ecco quindi che lo stesso atto di nascita della civiltà, - la città - si rivela essere un evento piuttosto sospetto. Nonché un posto ostile, almeno mettendosi nei panni di quelli che fino a quel momento erano vissuti in piccole comunità di campagna. Costoro che per la prima volta si sono visti edificare un luogo di concentramento della ricchezza, e insieme di accentramento del potere, nelle mani di un singolo uomo e del suo “cerchio magico”. Uno che a quel punto, dall’alto del trono, disponeva di un dato territorio, ma soprattutto della gente che ci viveva, e che lavorando produceva più del necessario al proprio sostentamento. Così il sovrano, cioè lo Stato in persona, concentrava su di sé ogni cosa, nell’inestricabile intreccio d’interesse economico e politico.

Dal quale primo nodo della Storia emerge anche la questione circa la giustificazione, o legalizzazione, o autorizzazione che il potere s’è sempre concesso. In verità la menzogna più spudorata, per cui i potenti fanno del proprio torto una questione di Diritto, col meschino sotterfugio di duplicare se stessi. Fin dal principio infatti, la figura del Re non incarna solo la sua materiale ‘persona fisica’ di essere umano, ma insieme rappresenta altresì la formale ‘persona giuridica’ dello Stato. Di modo che la concretezza corporea dell’uomo, - insieme alla sua palpabile ricchezza - si confonde e consolida con l’astrattezza politica di un fantasma istituzionale. Tanto che quello avrebbe avuto ben ragione di dire che lo Stato era lui stesso in carne e ossa, essendo di fatto roba sua, perché sottoposto al suo personale comando. Da cui si può intuire che lo Statista, cioè propriamente il Capo di Stato, monarchico o repubblicano che sia, non rappresenta il popolo, ma se stesso, mentre la gente è piuttosto una sua rappresentazione. I cittadini infatti, per lui, sono il ‘suo’ popolo, ma proprio nel senso che a lui devono obbedire.

Si capisce così che fine ha fatto la prima ricchezza comparsa sulla Terra, prodotta dal lavoro comune degli abitanti di un dato territorio. Requisita dalla campagna, ha finito per essere accumulata in città. Unica, a sé stante, ma già a tutti gli effetti capitale di Stato. Più precisamente quei beni avanzati sono requisiti alle varie fattorie, per finire in centro, nei grandi Magazzini, che si trovano regolarmente annessi ai grandi Palazzi e Templi di lusso. Il che sappiamo ormai con certezza, proprio perché plasticamente provato dagli scavi archeologici, sia in Mesopotamia che, più recentemente, in Egitto. Ecco dunque i primi veri forzieri della Storia, locali di rimessa, costruiti appositamente per custodire la ricchezza prodotta a quei tempi, accumulata e messa sotto l’amministrazione controllata dalla casta reale e sacerdotale.

Quanto agli altri uomini dell’epoca, su di essi e la loro vita non ci sono tracce. Però vien da sé che quelli erano i lavoratori dei campi, coloro che materialmente producevano tutto quanto ci fosse da consumare o accumulare. Per cui almeno una cosa è certa, che per quelle persone il costituente potere politico cittadino si rivelò una netta espropriazione. Ormai la terra stessa non era più loro, e con essa fu sottratta anche la ricchezza, fiscalmente confiscata. A quei disgraziati non rimase altro che di lavorare, solo che ormai non più per se stessi. L’edificazione della città ha ridotto i contadini dei dintorni alla condizione di sudditi, ormai sottoposti e sottomessi, nonché costretti a un’esistenza miserabile, al limite più basso possibile di sussistenza.

Così l’Urbanesimo, con la costruzione della città e l’istituzione dello Stato, ha portato il Regno dell’uomo sulla Terra. Per cui è ben prima che si parlasse d’un Regno di Dio in cielo, che quaggiù s’è incarnata veramente quest’inedita figura del Principe, colui che ha «imperio sopra gli uomini», come diceva Machiavelli. A quel punto un tipo del genere poteva disporre ogni cosa. Investito ufficialmente dell’autorità ufficiale, costui esercitava il ‘potere d’ufficio’, ciò che significa letteralmente il termine ‘burocrazia’. Dalla stanza dei bottoni del Palazzo, il sovrano era intento nel nuovo mestiere di fare ‘politica’, parola che infatti vuol dire ‘tecnica della città’, ma proprio intesa come Stato. Solo che quest’arte del governo non era appunto altro che dominare un territorio, sfruttando tutte le risorse umane e naturali che quello conteneva. Sicché non ovviamente a vantaggio del popolo, bensì dello Stato, o meglio dei suoi uomini. In principio fu un singolo individuo, il monotono monarca, che sulla terra e le materie prime di una data regione, s’arrogò il diritto di dire ‘questo è mio’, benché fino a un momento prima fosse stato almeno anche degli altri che ci abitavano. Uno che appunto, e proprio per logica conseguenza, s’è permesso per la prima volta di dire ai suoi simili ‘adesso lavorate per me’.

Ancora, già solo da queste prime avvisaglie di civiltà, s’intravede anche il concetto di spesa pubblica. O sia il fatto che lo Stato, chiunque sia a impersonarlo, è nato per spendere. Fin dai primi Re infatti, gli Statisti non hanno mai fatto un cazzo di niente, se non disporre di quella stessa ricchezza che sottraevano ai popoli che l’avevano prodotta. Non a caso ancora oggi i politici stanno lì ad amministrare, cioè appunto decidere loro come spendere i soldi altrui, e infatti alla fine è sempre solo di quelli parlano. Dalle origini, e fino a pochi secoli fa, la spesa dello Stato era quella fatta dal Re in persona, che appunto consisteva nell’impiegare il sovrappiù agricolo sequestrato per “comprare” cose e uomini. In parte dissipato nella lussuosa vita di corte, mentre il resto per spese militari e nei grandi lavori di costruzione. Ecco quindi anche in che senso la ricchezza sottratta alla campagna creò in città non dico posti di lavoro, ma nuovi mestieri. Di gente che ha cominciato a vivere senza lavorare la terra, ma facendo altre cose a servizio del Re, della Corte, o dello Stato che dir si voglia. Tipo l’artigiano, il soldato, il funzionario, il domestico, e così via. Tutta gente appunto “pagata” con le scorte di cibo accumulate nei Magazzini statali. Perciò adesso è chiaro come al principio dei tempi storici il potere fosse intero, cioè non diviso, ma economico, politico e giuridico, tutto insieme nella stessa persona del signore di città. Il quale ordinamento peraltro, si perpetrò assai a lungo. Tale per cui solo i membri della ristretta casta aristocratica nascevano ricchi e potenti, mentre era impossibile che gente del popolo lo diventasse. Solo nel tardo Medioevo, all’epoca della civiltà comunale in Italia, i Mercanti hanno cominciato a farsi strada in Europa.

E allora, per tirare un po’ le somme, con questa chiave di lettura diventa più comprensibile che il problema sollevato non è la produzione di ricchezza, bensì la sua atavica appropriazione indebita da parte dei ricchi. Ben venga anzi quell’abbondanza generosa, sotto forma di prodotto eccedente i costi di produzione, che scaturisce dalla nostra tipica laboriosità e in ogni settore produttivo. Qualcosa che in effetti è quasi una sorta di dono, tipo quelli che fa la Natura, solo che in questo caso dovuto alla prodigalità di un puro artificio umano. Tale che, per la natura propria di quest’ingegnosa attività, l’uomo è diventato capace di produrre spontaneamente più del necessario, e disporre così di un’eccedenza di beni che sembra quasi una manna dal cielo. Può quindi ben dirsi che la ricchezza sia il prodotto superfluo del lavoro, il suo autentico valore aggiunto, concesso dagli uomini a se stessi per il miglioramento delle loro condizioni di vita. Laddove i ricchi di tutti i tempi, proprio quelli che pure per definizione non lavorano, tuttavia si attribuiscono il potere d’impadronirsi del frutto più prezioso dell’altrui fatica. Se continuano a farla franca, però, è solo perché approfittare degli altri è legalizzato dagli Stati, che sono sempre stati i primi a farlo. Ecco quindi non un’opinione ideologica, bensì una verità storica che spiega molte cose. Tipo come e perché mai ancora oggi l’atto stesso del lavoro, benché sia quello che per eccellenza ci rende esseri umani, pure sia stato praticamente sempre degradato a quanto di peggio un uomo potesse fare.

Ecco allora, per riassumere e concludere, il seguente sillogismo.

Premessa maggiore: la ricchezza è una creazione del lavoro umano, e precisamente l’eccedenza di prodotto rispetto ai consumi umani e materiali necessari alla produzione.

Premessa minore: il lavoro è per sua natura un atto SOCIALE, cioè un interesse comune, poiché coinvolge ugualmente tutti i membri di uno stesso territorio. Non quindi un affare PRIVATO degli imprenditori, né tantomeno un affare PUBBLICO dei politici.

Conclusione: la ricchezza è pertinenza di quelli che l’hanno prodotta lavorando, cioè dei popoli —tanto a livello locale che globale. Sicché tocca a costoro decidere cosa farne.

Postilla

Spero sia chiaro che il quadro storico e logico appena descritto, sull’origine del lavoro e della ricchezza, non è a sé stante, cioè valido solo per quei tempi passati, appunto perché ha invece una portata generale. Nel senso che per principio ancora adesso ogni possibile impiego di lavoro crea un valore superiore alla spesa che serve a produrre qualsiasi cosa. Beni agricoli, artigianali, o soprattutto industriali che siano. Tant’è vero che solo a questa condizione, ancora oggi, un imprenditore apre e tiene aperta la sua azienda, cioè se appunto il lavoro dei dipendenti crea ricchezza. Altrimenti, se va non in perdita, ma già in pareggio, allora quello chiude, perché non ha più niente di cui profittare. Una roba che dà il voltastomaco, ma che pure è all’ordine del giorno di questo rivoltante sistema liberal democratico cristiano, e come se niente fosse.

Come può constatare chi ha letto fino a qui, questo ragionamento non è contraddittorio, eppure è del tutto contraddetto dall’intero corso della Storia. Dato che un’equa partizione di ricchezza tra chi pure ne avrebbe diritto, benché sia la cosa non dico giusta, ma logica da fare, pure non s’è ancora mai vista, e anzi la norma è sempre stata l’esatto contrario. Segno allora che sono loro, i fatti, a essere contraddittori. E che, come ho cercato di mostrare, sono tali fin dall’inizio, ma proprio già solo per il modo stesso in cui sono cominciati. Ciò che a me sembra già abbastanza per denunciare con una certa sicurezza la qualità disumana del nostro pur mirabolante progresso. Che, per quanto possa luccicare, è fatalmente viziato dal peccato originale di uno sfrontato abuso e sopruso di potere, perpetrato sempre da quegli stessi uomini che ancora adesso devono pentirsi.

Infod’Annata, fine ott ‘17

giorgiorst@gmail.com

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sabato 18 novembre 2017

POVERTÀ IN ITALIA: IL RAPPORTO DELLA CARITAS

[ 18 novembre 2017 ]

Abbiamo dato un primo sguardo a FUTURO ANTERIORE. Rapporto 2017 si povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia, l'indagine che la Caritas ha presentato proprio ieri.
Uno spaccato illuminante della società italiana. Un lavoro enorme, meritorio, che ogni movimento politico e ogni militante dovrebbero studiare, per farne tesoro. E noi lo faremo. Viene da dire, "morta la sinistra popolare, per fortuna che c'è la (vituperata) chiesa cattolica".
Diamo al volo un sunto scheletrico del Rapporto tratto dal sito dell'ANSA.


«Capifamiglia under 34 sempre più poveri, tassi di disoccupazione giovanile tra i più alti d'Europa, ascensore sociale bloccato e record di Neet. In Italia la povertà tende a crescere al diminuire dell'età: i figli stanno peggio dei genitori, i nipoti peggio dei nonni. E' quanto rileva il Rapporto di Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale 2017 "Futuro anteriore", che quest'anno si focalizza sulla vulnerabilità dei giovani.


"Se negli anni antecedenti la crisi economica la categoria più svantaggiata era quella degli anziani - si legge nel Rapporto, presentato oggi a Roma - da circa un lustro sono invece i giovani e giovanissimi (under 34) a vivere la situazione più critica, decisamente più allarmante di quella vissuta un decennio fa dagli ultra-sessantacinquenni". Nel nostro paese un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 si trattava di appena uno su 50.

"Ancora più allarmante", sottolinea la Caritas, risulta poi la situazione dei minori con 1 milione 292 mila in povertà assoluta (il 12,5% del totale). Al contrario, diminuiscono i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%).
Nell'ultimo ventennio, osserva la Caritas, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno di 65 anni è aumentata di circa il 60%.

Inoltre, la mobilità intergenerazionale "è tra le più basse d'Europa": tra i giovani (15 -34 anni) che svolgono una professione qualificata, solo il 7,4% proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (15-24 anni), dal 2007 il tasso è salito di oltre 17 punti percentuali (dal 20,4% al 37,8% del 2016), uno degli aumenti più alti d'Europa (la media è da 15,9% a 18,7%).

L'Italia infine è il paese dell'Ue con la più alta presenza di Neet: nel 2016 3 milioni 278mila giovani (il 26% di chi ha tra 15 e 34 anni) risultavano fuori dal circuito formativo e lavorativo. Sono soprattutto donne (56,5%) e provengono dal Nord-est (65,3%). Il 16,8% è straniero».





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QUALI ALLEANZE PER SALVARE L'ITALIA? di Programma 101

[ 18 novembre 2017]


NOVE TESI 
SULLA QUESTIONE DELLE ALLEANZE

« Per vincere e salvare il popolo ed il Paese che abita sarà necessario il più largo e inclusivo BLOCCO DEMOCRATICO E COSTITUZIONALE. Il fronte di unità popolare è la prima, necessaria tappa, per portare fuori il popolo dal letargo e preparare il terreno alla vittoria».

(A)  Si può trasformare la società e in diversi modi, due su tutti: quello autoritario e quello democratico. Noi vogliamo farlo alla seconda maniera, non solo con il consenso dei cittadini, ma con la loro partecipazione attiva al cambiamento, quantomeno della parte più informata, consapevole ed attiva di essi . E desideriamo farlo nell’interesse della grande maggioranza del popolo, ovvero dei cittadini che si guadagnano da vivere con il loro lavoro, salariati e non, e di quelli che, privati del diritto al lavoro sono costretti a vivere di espedienti o addirittura gettati nella povertà e nell’esclusione sociale.
(B)  Noi puntiamo quindi a rovesciare il regime neoliberista diventato dominante negli ultimi decenni e rimpiazzarlo con un sistema sociale alternativo fondato su tre pilastri: sovranità popolare, democrazia ed eguaglianza. Siamo fiduciosi della vittoria. La maggioranza dei cittadini ha già capito che il sistema neoliberista è ingiusto, non funziona, che con esso il nostro Paese non ha alcun futuro. Appoggiandosi a questa comprensione noi dobbiamo  convincere il popolo lavoratore a contare sulle sue immense ma inutilizzate forze ed a prendere coscienza che l’alternativa non solo è auspicabile ma è realistica.
(C)  Non vendiamo illusioni. La classe dominante, in particolare la nuova aristocrazia finanziaria che vive parassitariamente non solo sfruttando i lavoratori ma saccheggiando le ricorse pubbliche, opporrà una strenua resistenza al cambiamento. Le forze popolari tenteranno di cacciare questi parassiti dai loro troni rispettando le regole costituzionali, ove i dominanti non rispetteranno, come già accaduto, la volontà popolare, la sollevazione, una rivoluzione democratica saranno non solo legittime ma inevitabili.
(D)  Respingiamo ogni fuga in avanti, non ci appartiene il culto dell’azione esemplare di minoranze eroiche del “tutto o niente”, del “meglio pochi ma buoni”. La vittoria sarà possibile solo se la maggioranza del popolo, seguendo la sua prima linea, si mobiliterà e lotterà per affermare non solo questo o quel diritto, ma il dovere di governare il Paese. Per questo non è sufficiente la forza d’urto di una minoranza, men che meno di un singolo partito. In seno al popolo esistono le più diverse forze politiche, culturali, sociali, sindacali e religiose, ostili al neoliberismo. Oggi esse sono, per la gioia dei parassiti dominanti, profondamente divise. La loro unità non è solo auspicabile ma assolutamente necessaria. Noi consideriamo un nostro compito prioritario dare vita a questo FRONTE DI UNITÀ POPOLARE. Quale possa essere la piattaforma di questo fronte l’abbiamo indicato.
(E)  Di esso dovranno farne parte non solo i partiti politici, ma pure i diversi organismi sociali e sindacali, le diverse associazioni della società civile che già oggi vedono impegnati nel nostro Paese decine di migliaia di cittadini nella difesa dei diritti sociali, della democrazia come dell’ambiente. Unificare in un fronte di unità popolare il poliverso sociale e politico antiliberista non sarà tuttavia sufficiente per rovesciare il regime neoliberista. Per vincere e salvare il popolo ed il Paese che abita sarà necessario il più largo e inclusivo BLOCCO DEMOCRATICO E COSTITUZIONALE. Il fronte di unità popolare è la prima, necessaria tappa, per portare fuori il popolo dal letargo e preparare il terreno alla vittoria.
(F)  Chiamiamo democratico e costituzionale questo blocco  perché esso raggrupperà anche forze sociali e politiche che oggi sono nel mezzo o addirittura stanno nel campo avversario. La vittoria non ci sarà se le forze popolari non riusciranno ad aprire una breccia nel fronte avversario (di cui il Partito democratico è il principale braccio politico), se non sapranno dividere ciò che dall’altra parte oggi appare unito. La crisi inesorabile del sistema neoliberista libererà energie in ogni direzione. Nel blocco ci sarà posto anche per quelle frazioni della borghesia e della destra che, nel rispetto dello spirito e del dettato costituzionale, romperanno il loro attuale rapporto di sudditanza con l’aristocrazia finanziaria, che vorranno dare il loro contributo per consegnare al popolo la sua sovranità ed al Paese la salvezza.
(G)  Questo blocco, ottenuto il consenso della maggioranza dei cittadini, dovrà essere pronto a prendere nelle proprie mani il governo del Paese, per portarlo fuori dalla secche della globalizzazione e dalla gabbia dell’Unione europea, ovvero a costituire un GOVERNO POPOLARE D’EMERGENZA. Anche in questo caso abbiamo indicato quali siano i provvedimenti essenziali e più urgenti che questo governo d’emergenza dovrebbe adottare. Se, come è probabile, le cricche parassitarie oggi dominanti, spalleggiate degli attuali padroni del mondo, saboteranno il cambiamento democratico, questo blocco dovrà agire come un vero e proprio COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE. Nella lotta e nei fatti si deciderà quanto ampio potrà eventualmente essere questo CLN. Non ci leghiamo le mani
(H)  Tutto sarebbe più facile se nello scontro che si prepara, ci fossero solo due campi, divisi da una linea netta: quello sovranista democratico e quello globalista liberista. Non sarà così. Già oggi, annusato il pericolo, i dominanti, non si limitano a manipolare le coscienze, ma tentano di ingannare i cittadini immettendo nel campo politico dei fantocci travestiti da sovversivi. Questi fantocci sono anche molto diversi fra loro —da gruppuscoli nazional-fascisti ai leghisti-liberisti che non hanno abbandonato l’idea di smembrare l’Italia—, ma essi sono giocatori della medesima squadra, uniti dalla stessa idea di uno Stato di polizia, corporativo e xenofobo. Ci sono poi forze politiche nuove, portate alla ribalta dall’indignazione popolare, ad esempio M5S le quali, per loro natura sono instabili e contraddittorie e dal cui seno i dominanti potrebbero attingere le ultime risorse per la conservazione del sistema.
(I)   Certi che con l’approfondirsi della crisi sociale il popolo rialzerà la testa e che in una forma o nell’altra un FRONTE DI UNITÀ POPOLARE prenderà forma, noi ci poniamo l’obbiettivo di agire al suo interno come la sua ala radicale ed egualitaria, dando cioè voce e dignità politica alla moltitudine dei nuovi poveri, con lo sguardo rivolto alle giovani generazioni, che saranno la forza motrice del cambiamento che verrà. E lo faremo, con la necessaria sagacia e la dovuta determinazione.

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venerdì 17 novembre 2017

PRISM: INCHIESTA SULLA SORVEGLIANZA E LA MANIPOLAZIONE DIGITALE

[ 17 novembre 2017 ]

Nell'agosto del 2000 si svolse ad Assisi l'annuale Campo Antimperialista. Uno degli ospiti fu il neozelandese Nicky Hager, che scoprì e denunciò il gigantesco sistema di spionaggio ECHELON.
Fu uno scoop assoluto. 

Da allora di acqua sotto i ponti della sorveglianza digitale ne è passata molta. ECHELON impallidisce davanti a PRISM, il programma denunciato da Snowden, frutto dell'accordo tra NSA e numerose giganti del mondo digitale come Google, Microsoft, AOL e Skype....
 * * * 

di GIAN PIERO SIROLI e DOMENICO BOCHICCHIO


L’invasione della privacy è un male forse necessario ed inevitabile, almeno entro certi limiti, per circoscrivere gli abusi che derivano inevitabilmente dall’anonimato completo. Ma questa concessione deve essere regolamentata in modo coerente ed efficace. Se ciò non avviene, come hanno dimostrato la vicenda Snowden e tanti altri casi emersi dopo, questa dinamica si può trasformare in un rischioso strumento di manipolazione e controllo politico, sociale ed economico, con derive molto preoccupanti. 

Giugno 2013: gli scoop pubblicati sul Washington Post1 e sul The Guardian2rendono nota per la prima volta l’esistenza di un ampio programma di sorveglianza cibernetica statunitense di nome PRISM, grazie alle rivelazioni di un certo Edward Snowden, esperto di sicurezza informatica ed ex-consulente della National Security Agency (NSA) statunitense fino ad allora sconosciuto. Attività e procedure della NSA nel contesto dello spazio digitale sono così rese di pubblico dominio, evidenziando capacità di intercettazione e raccolta dati fino a quel momento insospettate e svelando un esteso sistema di intercettazione, massiva e prolungata nel tempo, di numerosi leader politici ed alte cariche statali in tutto il mondo, incluse quelle di paesi amici ed alleati; unico esempio per tutti, Angela Merkel, primo ministro tedesco, le cui comunicazioni erano già state messe sotto controllo fin dal 20023, quindi ancor prima che diventasse cancelliere, e che in seguito mostrerà decisamente di non apprezzare questa particolare attenzione nei suoi confronti. Secondo successivi articoli di Der Spiegel4 la vastità delle intercettazioni si estende ad organizzazioni internazionali come l’ONU e l’Unione Europea, a grandi reti di telecomunicazione e network protetti e sensibili, con una attitudine estremamente aggressiva di penetrazione su numerosissimi obiettivi in svariate dozzine di nazioni in tutto il mondo. Snowden afferma che la raccolta di informazioni, a volte in parte condivisa tra differenti paesi, sia una attività necessaria ed utile per i servizi di intelligence di tutti i paesi, ma dichiara di voler denunciare l’accesso abusivo alle infrastrutture digitali e l’automatizzazione delle operazioni di raccolta,
immagazzinamento ed analisi dei dati, che complessivamente vanno a delineare un sistema di sorveglianza globale di dimensioni gigantesche e senza precedenti nella storia.

L’equilibrio tra sicurezza nazionale e privacy individuale è estremamente difficile da raggiungere e, considerata la scala del fenomeno, Snowden ha ritenuto necessario svelarne l’esistenza per aprire un dibattito pubblico al riguardo, anche perché, afferma5, buona parte dei documenti e del materiale raccolto non ha strettamente a che fare con attività di terrorismo o di sicurezza nazionale ma con aspetti di competizione
Nicky Hager
internazionale di natura economico-finanziaria o con valenza politica. Si tratterebbe dell’equivalente cibernetico di una rete a strascico insomma, che potrebbe rappresentare una importante invasione della privacy individuale e dei diritti civili e che necessita di una opportuna regolamentazione. Un ultimo aspetto da tenere in considerazione è che le rivelazioni stesse mostrano un rapporto molto intricato ed interdipendente tra le attività della NSA (e la CIA come si scoprirà in seguito), e la sfera economico-industriale, e quindi tra un progetto geopolitico ed una “guerra” economica, con una certa confusione di ruoli tra interesse pubblico e privato.

PRISM

Nel 2008 una speciale Corte USA (FISA, Foreign Intelligence Surveillance Court) approvava formalmente il programma PRISM che configura un accordo tra NSA e numerose giganti del mondo digitale, come Google, Microsoft, AOL e Skype, molte delle quali in tempi diversi smentirono formalmente il coinvolgimento e la collaborazione con l’agenzia di intelligence. Raccogliendo dati direttamente dai sistemi e dalle reti di questi provider, PRISM permetteva di intercettare comunicazioni ed accumulare una grande mole di informazioni su cittadini statunitensi e non, realizzando così un esteso sistema di sorveglianza approfondita su comunicazioni in tempo reale o dati immagazzinati in email, chat video, foto, file e social network. Apparentemente anche il GCHQ, l’equivalente britannico della NSA, oltre a raccogliere dati tramite un proprio programma di sorveglianza (Tempora6), attraverso l’intercettazione del flusso di traffico di numerose connessioni a fibra ottica costituenti la dorsale di Internet, raccoglieva informazioni di intelligence dalle stesse compagnie sopra citate proprio attraverso un accordo con la NSA, forse aggirando le procedure legali richieste in Gran Bretagna per raccogliere quel tipo di materiale al di fuori del paese.
Edgar Snowden

Le rivelazioni di Snowden gettano luce anche su una parte degli strumenti interni di NSA, dei quali un catalogo “classificato” finisce addirittura online7; il catalogo in questione contiene non solo strumenti “passivi” di intercettazione ma anche “attivi” di attacco
cibernetico8 consistenti nell’installazione di malware persistente, per uso futuro, anche nelle infrastrutture di paesi alleati. Questo sistema di sorveglianza globale di NSA sfrutta le vulnerabilità del software su ogni tipo di dispositivo (server, desktop, laptop, firewall, routers, reti telefoniche e di controllo industriale), spesso iniettando nuove vulnerabilità a livello di firmware o di BIOS. Tutto ciò configura di fatto una vera e propria “rete ombra” mondiale adibita alla sorveglianza ma non solo, dimostrando così, se ancora sussistessero dei dubbi, che Internet è “militarizzato” ormai da tempo.
Dalle informazioni divulgate da Snowden si evince inoltre come la NSA faccia ricorso ad un uso estremamente esteso di personale esterno nelle sue attività di outsourcing, presumibilmente varie migliaia di persone, allo scopo di accrescere le proprie capacità operative. Tale personale fa capo a molte imprese del settore privato, spesso multinazionali molto note nel campo delle tecnologie informatiche e delle comunicazioni, che collaborano con l’agenzia per assicurare supporto tecnico, partecipare alla ricerca o per semplice formazione. Purtroppo la conseguenza quasi inevitabile di questa numerosissima schiera di collaboratori esterni, è l’alto rischio di perdita di controllo del personale (proprio come nel caso di E.Snowden appunto), e degli strumenti informatici utilizzati. A partire dall’estate del 2016 ad esempio, un gruppo di hacker, denominatosi “Shadow Brokers”, ha iniziato a rilasciare in rete a più riprese porzioni di un vasto arsenale software appartenente alla NSA9, con la immediata conseguenza di una diffusione immediata di tali strumenti tra i tecnici del settore. Questo evento ha inciso profondamente anche sulla sicurezza cibernetica internazionale a livello globale, poiché’ il materiale divulgato ha consentito a individui dotati delle competenze tecniche necessarie di elaborare a punto malware di varia natura in grado di penetrare anche sistemi aggiornati e protetti. L’arsenale messo a disposizione dagli Shadow Brokers è stato alla base di almeno due ondate di attacchi nel 2017 (WannaCry a maggio, e Petya a fine giugno) con importanti gravi conseguenze a varie infrastrutture informatiche anche critiche, come ad esempio quella del Sistema Sanitario Nazionale Britannico (NHS)10.

SICUREZZA E PRIVACY

In sostanza il problema alla radice di tutto si può riassumere con una frase: chi custodirà i custodi? Se poniamo la nostra sicurezza, e la nostra fiducia e la nostra privacy, nelle mani di “guardiani” invisibili che operano da posizioni di assoluto potere (si suppone nell’interesse del bene collettivo), c’è effettivamente modo di assicurarsi dell’effettiva bontà del loro operato? E’ un interrogativo affascinante, che qualcuno ha pensato di porsi per la prima volta circa 1900 anni fa (nello specifico, Giovenale, retore romano, nelle sue “Satire”11). E quasi due millenni più tardi, a riportare in auge la questione cruciale è proprio Edward Snowden che, lasciandosi alle spalle relazioni personali, aspirazioni professionali ed ogni altro aspetto della sua vita precedente, “per il bene della libertà”12 decide di portare alla luce un vastissimo sistema di sorveglianza, una vera e propria invasione della privacy dei cittadini su una scala mai vista prima, invasione la cui portata ha lasciato sgomento chiunque avesse le conoscenze tecniche per comprenderla appieno.

Appare ormai evidente che la produzione di informazioni personali da parte di ognuno di noi, anche involontaria ed inconsapevole, sembra quasi inevitabile nelle moderne società connesse, permettendo la generazione quasi automatica e sempre più precisa della cosiddetta “digital footprint”, cioè “l’impronta digitale” di un individuo, creata durante la sua attività sulla rete. La raccolta di dati e informazioni personali di milioni di cittadini tramite messaggistica privata, e-mail, ricerche internet, pubblicazioni su social network, l’acquisizione di comunicazioni vocali ed ogni forma possibile di dato identificativo personale, mette a serio rischio la privacy individuale. Ogni telefono cellulare, smartphone o PC connesso in rete o ad un sistema GPS può essere sfruttato per rendere il proprietario rintracciabile o per indagare abitudini e comportamenti (si pensi, banalmente, ai servizi di geolocalizzazione o alla cronologia delle ricerche su Google, a cui tanti servizi pubblicitari dichiarano di voler accedere e che potrebbero essere messi in vendita). Scalando e amplificando questo fenomeno apparentemente inevitabile e di poca importanza, si possono cogliere alcune delle implicazioni di quanto portato alla luce da Edward Snowden.

La domanda è: cosa diventa possibile se invece di dati pubblicamente disponibili o informazioni che possiamo apparentemente decidere di divulgare o meno, diventassero di uso comune tecnologie necessarie per raccogliere ogni tipo di comunicazione e messaggio prodotto da un individuo senza bisogno di alcun consenso? La risposta è che, tramite una approfondita e dettagliata analisi dei dati raccolti diventa possibile una profilazione digitale, di fatto una descrizione comportamentale, estremamente accurata di chiunque, quasi senza alcuna eccezione, e sicuramente senza alcuna possibilità di difesa o protezione per chiunque non abbia conoscenze e competenze tecniche estremamente specifiche.

Sorge spontaneo a questo punto chiedersi se sia realistico che tali operazioni siano realmente possibili dal punto di vista tecnico. Oltre alla mole spaventosa di dati da acquisire e gestire (si parla del tracciamento di decine di milioni di utenti) e alle difficoltà oggettive di accedere a sistemi informatici senza lasciare tracce evidenti, molto spesso le comunicazioni private sono protette da sistemi di cifratura (encryption) che oscurano il traffico dati rendendolo incomprensibile ad un attaccante esterno. E proprio questo è il primo punto su cui le rivelazioni di Snowden hanno sconvolto il mondo.
Il sopracitato PRISM e altri programmi di sorveglianza globale emersi (ad esempio X-Keyscore13), utilizzano una combinazione di più risorse per aggirare tali misure protettive: per esempio, “falle” di sicurezza presenti nel codice delle applicazioni più frequentemente utilizzate, oppure accordi con le aziende che mettono a disposizione il canale di comunicazione (gli Internet Service Provider) e stessi produttori di hardware, che vengono persuasi a compromettere la sicurezza di ciò che vendono al consumatore finale (noi). Oppure ancora veri e propri estesi “campi” di sensori per l’intercettazione delle telefonate, o attacchi di “forza bruta” che invalidano le tecniche di cifratura grazie ad una potenza di calcolo disponibile soltanto a chi dispone di risorse ingenti. Questi sono alcuni dei metodi emersi dai documenti pubblicati e descritti in grande dettaglio, a riprova che la presunzione che i metodi tradizionali di protezione riescano a difendere le nostre comunicazioni o il nostro traffico in rete di ogni giorno, ad oggi, sia spesso un’illusione.

Ma rinunciare alla segretezza può essere utile per innalzare il livello di sicurezza generale? In altri termini, il concetto può essere così riassunto: “non ho nulla da nascondere, non mi disturba che mi osservino”. Alcuni dei documenti pubblicati, ad esempio, spiegano come grazie all’accurata attività di monitoraggio del solo programma XKeyscore fosse stato possibile catturare circa 300 terroristi in un solo anno14.
I documenti diffusi da Snowden chiariscono anche questo punto. I dati acquisiti tramite i mezzi appena descritti, infatti, non solo includono moltissimi individui mai connessi ad indizi di natura criminale o terroristica (Glenn Greenwald parla di 1.2 milioni di cittadini nella “watchlist” di uno dei programmi di sorveglianza15) ma spesso tocca ambiti assolutamente scollegati dalla sicurezza: competizione internazionale, finanza, dati sensibili relativi a multinazionali ed usati per avvantaggiare o sfavorire determinate compagnie, inibizione della libertà di espressione (ad esempio chiunque usi Tor16).
Un altro esempio storico rilevante a questo proposito è l’attività di FVEY17(Five Eyes, un’organizzazione di sorveglianza globale risalente al periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale di cui facevano parte USA, UK, Australia, Canada a Nuova Zelanda), la cui esistenza era stata già resa di pubblico dominio negli anni ‘90.
La FVEY viene descritta da Snowden come un’entità “super-nazionale”18, non sottostante ad alcuna legge dei paesi che la compongono. Molti dei documenti pubblicati nel 201319 implicano pesantemente che alcuni componenti della FVEY abbiano effettuato attività illegali di spionaggio su cittadini degli altri paesi membri. Le attività di raccolta dati della FVEY sono relative a realtà molto note (Al Jazeera, MasterCard, Visa, la stessa Assemblea Generale delle Nazioni Unite e giganti come Google o Yahoo!20) e include l’intercettazione di numerose importanti personalità.

Naturalmente, come già menzionato, la stragrande maggioranza delle attività di sorveglianza, spionaggio e profilazione venute alla luce con le rivelazioni del 2013, sono al limite della legalità. E’ per questo che, nonostante la maggior parte delle agenzie implicate nella divulgazione si sia trincerata dietro ai “no-comment” di rito, la pubblicazione dei documenti è stata seguita da feroci dibattiti riguardanti la questione privacy. A questo proposito vale la pena sottolineare un altro dei punti evidenziati da Snowden all’epoca della sua decisione di condividere il contenuto dei documenti secretati: il suo obiettivo, come lui stesso afferma nel reportage, non è stato quello di ergersi a difensore della privacy o di apparire come un eroe, anzi. Lui stesso dichiara che uno dei rischi maggiori a cui pensava di andare incontro non era soltanto quello comportato dalla sua azione (Snowden è stato infatti costretto a rendersi anonimo e chiedere successivamente asilo politico in Russia, nonché sottoposto ad una caccia all’uomo da parte del governo USA in quanto reo di aver divulgato segreti di stato) ma di personalizzare la vicenda e dare l’impressione di essere una fonte inaffidabile in quanto non imparziale per via delle proprie idee, un tentativo di delegittimare così alla base il dibattito stesso.
Il suo scopo è stato piuttosto accendere una discussione su un argomento molto delicato, fino ad allora rimasto in ombra, nonostante la vasta portata dello stesso.
Questo operare delle agenzie coinvolte spesso agli estremi limiti delle normative vigenti (ove ne esistano), quando non oltre, a volte al di fuori di ogni controllo in particolare sulla questione privacy, è inquietante. Ed è qui che si torna alla questione iniziale. Se da un lato è giusto e perfino legittimo che si possano verificare intrusioni nella privacy di individui quando le motivazioni lo richiedano21 e può essere assolutamente giustificabile che alcune attività di sorveglianza siano mirate a infrangere l’anonimato per intercettare e neutralizzare reti criminali, cellule terroristiche o combattere l’illegalità in generale, dall’altro lato il diritto alla privacy è altrettanto importante.
Solo per fare un esempio a questo proposito, molto concreto, TOR22 (The Onion Router, acronimo derivante dalla sua struttura di funzionamento) è un’applicazione liberamente disponibile in pubblico dominio che, usata nel modo corretto, dovrebbe23 garantire la quasi totale anonimità e non tracciabilità in rete, ed è usato frequentemente anche da chi desideri esprimersi liberamente contro i regimi oppressivi, specialmente quando viene esercitato un forte controllo sulla rete internet nazionale. Senza un tale strumento, sarebbe impossibile per qualunque dissidente manifestare il proprio dissenso o
semplicemente comunicare. Dall’altro lato tuttavia, TOR è sicuramente anche uno degli strumenti più usati per facilitare commerci o attività illegali di vario tipo, quali scambio e vendita di materiale pedopornografico, narcotraffico, vendita illegale di armi, denaro contraffatto e molto altro24.

CHI SORVEGLIA I CUSTODI?

In definitiva, se da un lato l’invasione della privacy è un male forse necessario ed inevitabile, almeno entro certi limiti, per circoscrivere gli abusi che derivano inevitabilmente dall’anonimato completo, dall’altro questa concessione deve essere regolamentata in modo coerente ed efficace, anche se il tentativo di disciplinare questo dominio risulta sicuramente di difficile attuazione. Se ciò non avviene, come hanno dimostrato i documenti pubblicati nel 2013 e in tanti altri casi emersi da allora, questa dinamica si può trasformare in un rischioso strumento di manipolazione e controllo politico, sociale ed economico, con possibili derive molto preoccupanti.
Se poi gli organi di sorveglianza non rendono pubbliche le vulnerabilità che identificano sfruttandole segretamente per aiutarsi nel difficile compito appena descritto, senza neanche informare almeno le compagnie produttrici interessate, viene di fatto impedita la correzione ed eliminazione di tali vulnerabilità, e ciò rende di conseguenza più insicuro l’intero ecosistema cibernetico mondiale, con gravi ed estese conseguenze a tutti i livelli. Gli attacchi derivati dall’attività del gruppo Shadow Brokers, descritti nell’articolo, costituiscono una prova evidente di ciò.

Mai come oggi la questione della privacy dei dati personali è scottante. Nell’era dell’interconnessione digitale più gli sviluppi delle tecnologie di informazione e comunicazione diventano pervasivi e apparentemente irrinunciabili, più l’intrusione nello spazio digitale individuale risulta invasiva e pericolosa. Sebbene la questione sia effettivamente sfaccettata e molto complessa, urge una presa di coscienza collettiva sull’argomento, prima che sia troppo tardi. La consapevolezza pubblica in questo dominio è terribilmente carente. Se è necessario delegare la gestione dei nostri dati privati e la tutela della nostra privacy ad organismi relativamente opachi che agiscano da “custodi” super partes (a causa della natura stessa delle informazioni trattate), che sia. Ma scegliamo consapevolmente e saggiamente tali custodi, e soprattutto i meccanismi di controllo per delimitare l’attività dei custodi stessi.
Le rivelazioni di E.Snowden costituiscono un affaire multidimensionale, con conseguenze a livello internazionale, sia a livello politico che strategico. In primo luogo vengono rese manifeste la valenza e le potenzialità della dimensione cibernetica e lo spazio che essa occupa nelle nostre vite quotidiane, sollevando in modo particolare la rilevanza nelle attività di intelligence. Come già sottolineato, tali operazioni costituiscono da sempre, ed inevitabilmente, una attività statuale opaca ma indispensabile degli stati-nazione, tuttavia l’attuale ampiezza dei mezzi mobilizzati e l’universalità dei bersagli costituiscono una “rottura” rispetto al passato. Riguardo a quest’ultimo aspetto si pone inoltre in modo diretto la questione delle libertà personali e dei diritti civili, in particolare in rapporto alla sicurezza nazionale ed internazionale, questione che forse in Italia meriterebbe un dibattito pubblico di approfondimento a livello politico e sociale. In questo contesto appare necessario mettere in opera efficaci meccanismi di controllo formali e sostanziali, a vari livelli, poiché l’intrusione nella privacy individuale deve essere attentamente regolamentata, potendo risultare potenzialmente dirompente dal punto di vista sociale e politico. Dove tracciare la linea tra sicurezza e privacy? Come regolamentare un argomento tanto delicato? Il dilemma è di importanza assolutamente primaria. Senza diritto alla privacy si rischia di porre seri limiti alla libertà di parola e di pensiero, con un possibile serio rischio per la democrazia.

NOTE

1  "US, British intelligence mining data from nine U.S. Internet companies in broad secret program"B.Gellman, L.Poitras, The Washington Post7 giugno 2013,  https://www.washingtonpost.com/investiga...
2  “NSA Prism program taps in to user data of Apple, Google and others”, G.Greenwald e E.MacAskill, The Guardian, 7 giugno 2013,  https://www.theguardian.com/world/2013/j...
3  “The NSA's Secret Spy Hub in Berlin”, Der Spiegel, 27 ottobre 2013,  http://www.spiegel.de/international/germ...
4  “Documents Reveal Top NSA Hacking Unit”, Der Spiegel, 29 dicembre 2013,  http://www.spiegel.de/international/worl...
5  Le rivelazioni note come NSALeaks sono documentate nel reportage “Citizenfour”, diretto da L. Poitras, disponibile pubblicamente online, https://www.youtube.com/watch?v=E8lW4_tp...
6  “A simple guide to GCHQ's internet surveillance programme Tempora”, Wired, 24 giugno 2013,  http://www.wired.co.uk/article/gchq-temp.... “Operation Tempora, massive tapping program conducted by Britain’s GCHQ”, Security Affairs, 23 giugno 2013,  http://securityaffairs.co/wordpress/1549.... Con PRISM e Tempora gran parte delle comunicazioni pubbliche su Internet era filtrata ed analizzata, senza particolari sospetti su mittenti e destinatari o specifiche indicazioni di organi legali o di indagine
7  “Catalog Advertises NSA Toolbox”, Der Spiegel, 29 dicembre 2013,  http://www.spiegel.de/international/worl.... Si veda anche “NSA’s ANT Division Catalog of Exploits for Nearly Every Major Software/Hardware/Firmware”,  https://leaksource.wordpress.com/2013/12...
8  “A close look at the NSA's most powerful internet attack tool”, Wired, 13 marzo 2014, https://www.wired.com/2014/03/quantum/
9  "NSA leaking: Shadow Brokers just dumped its most damaging release yet” , D. Goodin https://arstechnica.com/security/2017/04/nsa-leaking-shadow-brokers-just-dumped-its-most-damaging-release-yet/ , 4 aprile 2017
10  “WannaCry laid bare the NHS' outdated IT network – and it's still causing problems”, J. Medeiros http://www.wired.co.uk/article/nhs-cyberattack-it-ransomware , 24 maggio 2017. Si veda anche “The NHS trusts and hospitals affected by the Wannacry cyberattack”, V. Woollaston  http://www.wired.co.uk/article/nhs-trust... , 15 maggio 2017
11  “Quis custodiet ipsos custodes?”, Giovenale, Satire VI
12  “Man behind NSA leaks says he did it to safeguard privacy, liberty”, B. Starr, H. Yan http://edition.cnn.com/2013/06/10/politics/edward-snowden-profile/index.html , 10 giugno 2013
13  “XKeyscore”, M. Marquis-Boire, G. Greenwald, M. Lee  https://theintercept.com/2015/07/01/nsas...
14  “XKeyscore: NSA tool collects 'nearly everything a user does on the internet'“, G. Greenwald  https://www.theguardian.com/world/2013/j...
15  “Second leaker in US intelligence, says Glenn Greenwald”, E. MacAskill  https://www.theguardian.com/us-news/2014...

16  “Privacy tools used by 28% of the online world, research finds”, J. Kiss  https://www.theguardian.com/technology/2...

17  “The Five Eyes”, https://www.privacyinternational.org/nod...
18  “NSA Not Spying On Canadians, But The 'Five Eyes' Are”, D. Tencer http://www.huffingtonpost.ca/2014/07/04/nsa-spying-canada_n_5558336.html , 4 luglio 2014
19  “NSA files: what's a little spying between old friends?”, J. Borger https://www.theguardian.com/world/2013/dec/02/nsa-files-spying-allies-enemies-five-eyes-g8 , 2 dicembre 2013
21  Ad esempio nel caso recente dell’iPhone di uno dei responsabili dell’attacco terroristico del Dicembre 2015 a San Bernardino, e la disputa FBI-Apple che ha seguito la vicenda


23  “NSA and GCHQ target Tor network that protects anonymity of web users” , G. Greenwald
https://www.theguardian.com/world/2013/oct/04/nsa-gchq-attack-tor-network-encryption , 4 ottobre 2013
24  Per approfondire: “How Much Of Tor Is Used For Illegal Purposes?”, A.Woodward https://www.profwoodward.org/2016/02/how-much-of-tor-is-used-for-illegal.html , 9 febbraio 2016

* Fonte: Micromega

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