lunedì 31 marzo 2014

LO SCONTRO SUL SENATO: COSA C'È DIETRO? di Aldo Giannuli

31 marzo. Un lucido intervento che denuncia le derive autoritarie e plebiscitarie, il ruolo di regista di Napolitano, con Renzi che esprime oggi la più pericolosa tendenza allo scardinamento della Costituzione. Ben vengano gli intoppi che possono mandare a sbattere il Berlusca piddino.


Con l’intervista del Presidente del Senato Grasso (Corriere della Sera 30 marzo 2014) ed il successivo battibecco fra lui e Renzi è esploso uno scontro di grande portata politica, nel quale si stanno inserendo anche altri soggetti istituzionali. Con l’inarrivabile rozzezza dei renziani, la Serracchiani è arrivata a richiamare il Presidente del Senato (seconda carica istituzionale del paese) alla disciplina di partito: non era mai accaduto prima. Ma, in realtà, Grasso ha solo reso manifesto un conflitto che covava copertamente e che riguarda due diverse concezioni della democrazia, entrambe autoritarie e liberticide, ma fra loro opposte: la variante iper-populista e plebiscitaria e quella elitaria e monarchica.

La proposta fatta da Renzi e Berlusconi di fatto abroga il Senato, togliendogli quasi tutte le competenze, ma, soprattutto, disegnando una composizione non elettiva e di persone (sindaci e Presidenti di Regione) legate al loro ruolo sul territorio e, pertanto, di fatto impossibilitate a partecipare ai lavori di un organismo a centinaia di chilometri dalla propria sede. E, infatti, si prevede una riunione mensile puramente simbolica.

La concezione plebiscitaria della democrazia, comune a Renzi e Berlusconi, vede al centro l’esecutivo presieduto da un capo onnipotente e carismatico (l’”Unto del Signore”), limitato dal minor numero possibile di “impacci” (a cominciare dalla Costituzione) e nettamente prevalente sul legislativo, ridotto a puro simulacro. In questo quadro il Senato presenta un ostacolo, perché può dar luogo all’esistenza di maggioranze differenziate fra le due Camere (e, infatti, nessuna democrazia parlamentare in cui viga il sistema maggioritario è bicamerale).

Dunque, perché non abrogarlo tout court? Sia per considerazioni tattiche (dare un contentino formale alla Lega, indorare la pillola da far ingoiare al ceto politico), sia, soprattutto, per evitare di abrogare o riscrivere decine di articoli della Costituzione, quello che avrebbe ostacolato il blitz che i due avevano immaginato con scarso realismo, non tenendo conto delle inevitabili resistenze dei senatori.

La seconda posizione, quella elitario-monarchica, ha preso le mosse da una proposta di Mario Monti, Renato Balduzzi e Linda Lanzillotta che prevede un Senato dotato di forti poteri di controllo e di interferenza sulle attività di governo composto da

«200 membri eletti dai consiglieri regionali, dai membri delle giunte regionali e da un certo numero di sindaci e scelti non solo tra le classi politiche locali ma anche tra i rappresentanti della società civile, dei ceti economici più dinamici, dell’università, delle professioni».
Attenzione: qui gli enti locali designano i senatori, ma non mandano i propri vertici, bensì persone scelte dalla “società civile” (università, professioni, ceti economici…”) in grado, quindi, di partecipare effettivamente alla vita dell’organismo. Dunque, un Senato vero e dotato di poteri ancora non ben definiti, ma che possa mettere becco nelle scelte del governo.

Il passo successivo è stato un appello del Il Sole 24 ore che ha iniziato a parlare di una “Alta camera della cultura e delle competenze”. Appello intorno al quale sono andati raggruppandosi intellettuali come la senatrice a vita Elena Cattaneo, Chiara Carrozza, Luciano Canfora (e questo mi duole), ma, soprattutto, Eugenio Scalfari (Il Sole 24 ore 30 marzo 2014) e la proposta, man mano è diventata quella di una Camera composta da grandi personalità della cultura, indicate in una rosa dall’Accademia dei Lincei (il museo egizio!) e dalle Università e poi nominate dal Presidente della Repubblica. Col che, salvo per la nomina a tempo e non a vita, è esattamente quello che era il Senato di nomina Regia.

Una proposta che pensiamo piaccia molto all’attuale capo dello Stato, che è uno che la monarchia ce l’ha nel sangue. Ovviamente, non è affatto negativo il coinvolgimento di autorevoli personalità della cultura nelle attività parlamentari, ma questo è auspicabile attraverso un mandato popolare, non con una nomina dall’alto. D’altro canto, in caso di bicameralismo, per quanto imperfetto, è per lo meno bizzarro comporre una Camera delle competenze da contrapporre all’altra che, implicitamente, diverrebbe “degli incompetenti”.

A ben vedere si tratta del modello della “democrazia a trazione elitaria” teorizzata da Monti e che ha trovato espressione tanto nel “governo dei tecnici” (esplicitamente citato da Monti nel suo articolo sul Corriere della Sera il 30 marzo 2014) quanto nelle due commissioni di saggi che dovevano riformare la Costituzione. 

Dunque, la Camera bassa (che il sistema elettorale in discussione assicurerebbe che sia davvero molto bassa) elettiva e quella Alta di nomina presidenziale. 
E questo porta ad un altro punto della questione: la torsione presidenzialista prodottasi in questi anni. Inizialmente, l’iper attivismo di Napolitano fu il risultato dell’impresentabilità internazionale di Berlusconi e della concomitante crisi del debito sovrano. 

Ma con la nomina di Monti, il Presidente è andato sempre più assumendo funzioni di indirizzo politico e, più che di garante della Costituzione, di garante delle obbligazioni Ue del paese ed in particolare del debito. Comprensibilmente, le polemiche di Renzi con la Ue in materia di vincoli di bilancio non devono aver molto allarmato il Colle che, alla vigilia del semestre europeo dell’Italia, si sente una volta di più chiamato a garantire per il futuro. Tuttavia, Napolitano, per ragioni che non stiamo qui a ripetere, si appresta a lasciare il Quirinale. Di qui la tentazione di trasformare il sistema costituzionale introducendo definitivamente le modifiche di assetto dei poteri che, sin qui si erano prodotte di fatto.

Per cui, attraverso la nomina di un Senato con penetranti poteri di controllo e di indirizzo sull’attività di governo, il Presidente acquista definitivamente il ruolo di super-Presidente del Consiglio (vagamente ispirato al modello francese) in alleanza con il ceto tecnocratico. Così da contrappesare efficacemente un governo ancora troppo condizionato dalle “spinte populiste” che vengono dal voto popolare.

Grasso, nella sua infelice intervista al Corriere, ha cercato una mediazione che tenesse conto degli umori degli attuali senatori che vorrebbero qualche chances di tornare a sedersi a palazzo Madama, ed ha proposto un Senato un po’ composto sul modello delle autonomie territoriali, un po’ elettivo, con poteri reali ma limitati. La scomposta reazione di Renzi, che arriva a proporre una revisione costituzionale per voto di fiducia (cosa che neppure nel più sconnesso regime sudamericano degli anni trenta si sarebbero sognati di fare), ha tolto il coperchio alla pentola.

Di fatto siamo di fronte a due diversi tentativi di liquidare la democrazia repubblicana voluta dalla Costituzione. Non ci resta che sperare in Razzi, Scilipoti ed amici che mandino tutto gambe all’aria.

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domenica 30 marzo 2014

DAI UNA MANO AL MPL

30 marzo. Non abbiamo santi in paradiso. Nè mecenati che ci sostengano. E' finita, sembra, l'epoca della "coscienza infelice" dei borghesi, quando c'erano dei ricchi che, prima ancora di badare ai loro meri interessi, si consideravano esseri umani, animati quindi da ideali etici che li spingevano a sostenere una causa rivoluzionaria.
I militanti e i simpatizzanti del Movimento Popolare di Liberazione, sono tutti proletari. Diversi di noi vivono al di sotto di quella che la statistica chiama "soglia di povertà".

Non disponiamo dunque di quei quattrini, senza i quali non possiamo dotarci dei mezzi di comunicazione e organizzativi indispensabili per farci arrivare al pubblico più largo.

Le poche risorse finanziarie che abbiamo vengono da donazioni di militanti e simpatizzanti, o da amici che ci offrono ogni tanto modeste sottoscrizioni.

Diversi i lettori di SOLLEVAZIONE che non hanno occasione di incontrarci ma vorrebbero aiutarci con qualche donazione.

Essi possono farlo d'ora in avanti per mezzo di


Bonifico 
su carta Postepay
n. 4023 6006 2783 9154
intestata a Leonardo Mazzei

Ringraziamo in anticipo compagni e lettori che vorranno offrirci il loro aiuto.

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sabato 29 marzo 2014

IL PAPA NERO di Lupo*

29 marzo. «Prima di impartire benedizioni e reprimende al governo Renzi, Obama ha incontrato il solo abilitato a simili pratiche, Papa Francesco che forse anche per questa usurpazione, oltre che per i temi etici e le pericolose iniziative antirusse, lo ha accolto con un misurato distacco.

Dopo sono state soltanto profusioni di servilismo andate oltre le righe anche per un protocollo al quale eravamo rassegnati. 


Egli ha reso omaggio all’amico americano di sempre, Napolitano, dichiarandosi in piena sintonia; ha elargito sorrisi e scappellotti a Renzi, il quale ha tenuto a esaltarlo come suo modello nel ricordargli il suo slogan: “Yes we can”, quasi altrettanto stupido di quello di Clinton che non portò molta fortuna a Veltroni (e gli auguriamo altrettanta sfiga).
“ Yes we can, noi possiamo estendere il precariato come hai fatto tu” gli ha detto ed il presidente Usa lo ha elogiato, come se le politiche del lavoro in Italia dovessero riguardarlo. Poi però lo ha bacchettato sugli F35 per gli incauti annunci di tagli al programma di acquisti annunciati alla vigilia della visita. 

Questi erano ampiamente giustificati dal costo eccessivo, dallo scarso utilizzo di tali sistemi per la nostra aviazione, dall’inaffidabilità riscontrata dagli stessi americani nei test effettuati, tanto da rivangare le famose bare volanti, sempre della Lockheed, quelle che costarono care al presidente Leone; tralasciamo l’opinione pubblica contraria che tanto se ne fregano. Ma a mister president è bastato calibrare un tono un po’ più severo, ricordandoci che la pace non è gratis e costerebbe anche perdere i contratti di Finmeccanica sponsorizzati dal Pentagono. E Renzi si è premurato di rimangiarsi i tagli. Un monito è venuto anche perché si parli con una voce sola, quella delle sanzioni e della minaccia Nato, sull’annessione della Crimea. E Renzi si è prontamente rimangiato gli auspici a non isolare la Russia. Successivamente, in uno slancio di italico orgoglio, ha sostenuto che noi possiamo sopperire ad una carenza energetica provocata dall’aggravarsi della crisi Ucraina. 

Parole apprezzate dal questuante della Casa Bianca venuto anche per vendere il suo gas di scisto al posto di quello russo. Probabilmente c’è anche la ragione della concorrenza del gas sui mercati europei dietro il sostegno americano agli avventurieri di Kiev; peccato che anziché con gli oleodotti come il sud south stream, voluto con lungimiranza da Berlusconi e da Putin per tagliare fuori l’Ucraina dalla rotta, dovremo riempire il paese di rigassificatori per approvvigionarci dagli americani. 

L’incontro con John Elkan è servito a magnificare la fusione Fiat-Chrysler come esempio di buona strategia di impresa, quella che taglia posti di lavoro e produzione nel paese che ha sempre munto per spostarsi dove chiama il mercato; intanto sulla rete impazzava il video degli operai ballerini di Melfi, a testimoniare che la fine della centralità operaia ha lasciato anche regressioni antropologiche.

E mentre se ne andava il povero Marino si affannava a giurare che c’era anche lui, anche se ai più è sfuggito.

Il Nobel per la pace-serial killer, quello che dà l’OK per colpire i bersagli con i droni, quello che minaccia di scatenare un guerra nel cuore dell’Europa, ha espresso i suoi desiderata; vedremo quanto diventeranno diktat per governo e parlamento, ma c’è poco da stare allegri».

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venerdì 28 marzo 2014

TUTTO PUR DI LIBERARCI DALL'EURO? di Emiliano Brancaccio

28 marzo. Di seguito la trascrizione dell'intervento che Emiliano Brancaccio fece l'11 gennaio scorso in occasione del convegno Oltre l'euro. La sinistra, la crisi l'alternativa.

«Io vorrei partire da una riflessione sulla quale si sono soffermati diversi eminenti intellettuali in questi mesi. Mi riferisco, in primo luogo, all’ipotesi di un voto al Fronte Nazionale in Francia. 
Ecco, questa ipotesi è sbagliata: non si può sdoganare il voto a una forza politica di questo tipo pur di far saltare la baracca dell’Euro. 
Uno dei motivi per cui ritengo sia sbagliata quella proposta politica, che seduce molti intellettuali in Francia e altrove, è che la difesa dei diritti civili, dei diritti di libertà, deve essere per noi irrinunciabile. 

Qualsiasi arretramento su questo fronte sarebbe una sconfitta per le istanze di progresso che dovremmo incarnare. Anzi, noi dovremmo combattere qualsiasi istanza reazionaria e di destra proprio per sottrarre ai liberali il falso monopolio sui diritti civili, perché soltanto la critica alle politiche liberali e liberiste può portare a uno sviluppo reale dei diritti individuali. Chi oggi combatte contro l’assetto dell’Unione Monetaria Europea, e dell’Unione Europea, deve farlo con lo scopo di appropriarsi della categoria della “modernità”, senza farsi sedurre da posizionamenti favorevoli alle istanze di destra reazionarie.

Al tempo stesso, però, credo che non si debbano tenere le distanze dai movimenti di protesta, quali essi siano. C’è stata, per esempio, una polemica intorno alla partecipazione o meno al movimento dei “Forconi”. Io credo che si debba intercettare e partecipare a quel movimento. Ovviamente bisogna saperlo fare, avendo idee chiare, perché in questi nuovi scenari di protesta la concorrenza politica è tra forze antagoniste, si concorre gomito a gomito con i neofascisti. In quei contesti o si ha la forza di egemonizzare o si è egemonizzati e si tracolla. Non ci sono terze opzioni.
Emiliano Brancaccio


Alla luce di queste osservazioni, visto che le sfide sono piuttosto alte, in questi pochi minuti vorrei potervi chiamare “Compagne e Compagni”. Non so se l’amico Mosler si sentirà a suo agio in questa definizione, ma io spero di sì. Perché, vedete, la parola “compagni” se ben declinata, se viene aggiornata e modernizzata, è una definizione ecumenica ed è una definizione moderna, non è settaria. Compagni si definivano non soltanto i comunisti, ma i socialisti, i socialdemocratici, perfino i radicali!!! E i cattolici di base dicevano “Fratelli e Compagni”.

Ma non è soltanto una questione di storia. L’espressione “compagni” io credo che ci proietti anche nel futuro. Questa è un’espressione moderna e chiarisce a tutti noi che la libera espressione dell’individualità sociale avviene solo attraverso la politica di un collettivo. La liberazione individuale può essere solo il frutto di un’azione collettiva organizzata. Questo è un punto politico importante, anche perché chiarisce che se si vuole davvero intercettare il corso degli eventi storici occorre costruire grandi collettivi organizzati. Occorre, cioè, un grande sforzo di aggregazione di massa intorno a una politica condivisa.

Questo significa che bisogna avere anche il senso delle proporzioni. Io vi vedo in tanti lì stasera e questo è un bel risultato, ma dobbiamo però anche prendere coscienza del fatto che questa è una fase di piccoli gruppi, piccoli gruppi che crescono. E in quest’ottica sarebbe bene evitare protagonismi inutili che, in fin dei conti, sono il retaggio di un’ideologia individualista che è distruttiva per qualsiasi progetto politico, perché l’impresa è colossale e nessuno da solo potrà farcela. Il grande lavoro che deve essere fatto è quello su una definizione di una politica condivisa sull’individuazione di una piattaforma politica che sia aggregante e di successo. Io credo, quindi, che si debba evitare come la peste il protagonismo delle persone, la lotta tra singole individualità, la pulsione che un tempo si sarebbe definita come “gruppettara”.

Ma, al tempo stesso, credo che si debba promuovere con tutte le forze il protagonismo delle idee, la dialettica delle tesi in campo. Una dialettica anche dura, durissima, delle tesi perché bisogna realmente capire quali di esse siano realmente in grado di intercettare il corso degli eventi e, soprattutto, con quali effetti.

Io provo, quindi, a formulare una domanda, una domanda che sto cercando di porre da un po’ di tempo, sperando di essere compreso nelle mie istanze e nei miei scopi e spero, soprattutto, di poterli condividere con tutti voi. La domanda è: “esiste un rischio di una gestione gattopardesca della crisi dell’euro?”. La mia risposta è “Sì”. Esiste, cioè, il rischio che si cerchi a un certo punto di cambiare tutto, al limite perfino la moneta unica, per non cambiare in fondo niente? Per mantenere, cioè, ancora quella visione antistatuale, liberista e liberoscambista delle politiche economiche? Io dico che questo pericolo esiste e, poiché penso che uno degli scopi di fondo di iniziative politiche come la vostra debba essere quello di fare delle istanze del lavoro una categoria di interesse generale, io spero che di fronte al rischio di gestione gattopardesca della crisi noi si combatta insieme.

Come si può scongiurare questo rischio? Io credo in primo luogo chiarendo, almeno tra noi, che qualunque soluzione che anche soltanto ammicchi alla possibilità di affidarsi, in un modo o nell’altro, al libero gioco delle forze del mercato, inteso sia come movimento dei prezzi che dei cambi, è una soluzione gattopardesca, e in fin dei conti liberista, che dev’essere combattuta sul terreno dei fatti e deve essere respinta. Più in generale occorre contrastare il rischio di una gestione gattopardesca della crisi chiarendo che qualsiasi tentativo di distinguere tra Unione Monetaria Europea e Unione Europea, cioè qualsiasi tentativo di gettare via la moneta unica tenendo tuttavia in piedi il Mercato Unico Europeo, è un’opzione sbagliata che non tiene conto del fatto che la storia sta muovendosi rapida, che si rimescola, e quindi che persino parole indicibili fino a qualche tempo fa come “Protezionismo”, come “intervento pubblico nell’economia” e, concedetemelo, perfino come “Socialismo”, possono tornare in gioco.

Del resto, per chiarirci che la Storia si muove, e che può muoversi sia in un senso da alcuni auspicato che in un senso da alcuni aborrito, chi l’avrebbe mai detto appena pochi anni fa che ad Atene, tempio millenario della democrazia, che sarebbero imperversate delle strutture paramilitari di tipo neonazista? Chi l’avrebbe mai detto? La Storia muove, in un senso o nell’altro. Dipende anche da noi».

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giovedì 27 marzo 2014

QUALI ITALIANI SONO A FAVORE DELL'EURO? di Emmezeta


27 marzo. Secondo l'ultimo sondaggio in materia, pubblicato su l'Espresso della scorsa settimana, il consenso all'euro è ormai in picchiata. Naturalmente, i rilevamenti demoscopici vanno sempre presi con prudenza, ma qualche indicazione in genere la danno, specie se i dati ricavati si muovono con decisione in una direzione univoca. E' questo il caso di quello effettuato da Demopolis, che merita dunque qualche commento.

Con il titolo «Quelli che l'euro NO», l'Espresso presenta questo sondaggio all'interno di un articolo che mette in luce la crescita delle forze anti-euro nei vari paesi europei in vista delle elezioni del prossimo 25 maggio. L'articolo ovviamente non è innocente, e punta anche ad identificare l'ondata contro l'euro esclusivamente con le forze di destra che hanno assunto una posizione contro la moneta unica. Operazione disonesta, ma purtroppo assai semplice visto il balbettio delle formazioni di sinistra, spesso duramente critiche verso la politica di Bruxelles, quanto reticenti nei confronti del «sistema euro» che le detta.
Ma veniamo ai dati più significativi del sondaggio.
Figura 1

Nella figura 1 si nota una curva ascendente senza soluzione di continuità. Se nel 2008 (anno di inizio della crisi) solo un italiano su otto diceva sì all'uscita dall'euro, nel 2010 (anno dello scoppio della crisi del debito in Grecia) si saliva ad uno su sette, per aumentare ad uno su 5 nel 2012 (anno delle politiche austeritarie del governo Monti), fino ad arrivare all'attuale uno su tre del sondaggio. Una bella progressione, con l'impennata più forte proprio nell'ultimo biennio.

Ora si dirà che il 33% è tanto, ma è pur sempre una minoranza. Vero. 
Ma a parte il fatto che il trend anti-euro appare difficilmente arrestabile, c'è un altro grafico (vedi la figura 2) su cui riflettere per comprendere meglio cosa pensino davvero gli italiani. Il passaggio dalla lira all'euro viene infatti giudicato negativo dal 58% degli intervistati, contro il 37% che lo considera invece positivo.
Figura 2

Come mai il 58% di giudizi negativi sull'introduzione dell'euro si traduce "soltanto" in un 33% di favorevoli all'uscita dalla moneta unica? Le ragioni di questo scarto sono due. 
La prima risiede nella campagna terroristica sui presunti effetti dell'uscita, che l'Espresso si premura di rinfocolare con un'intervista al bocconiano Tabellini, che straparla addirittura di una svalutazione del 50%. Boom! La seconda - ancora più importante - sta invece nel fatto che nessuna forza politica credibile (ogni riferimento alla Lega o a Fratelli d'Italia non è per niente casuale) ha per ora assunto con la dovuta chiarezza una linea anti-euro.

Se il giudizio sulla moneta unica appare comunque pesante, sbaglierebbe chi si aspettasse un'opinione più tenera nei confronti dell'Unione Europea. La figura n° 3, sulla "fiducia nell'UE" ce lo chiarisce.
Figura 3


Evidentemente i cittadini italiani hanno le idee più precise di tanti economisti, che magari criticano la moneta, ma vorrebbero in qualche modo salvare il mostro (l'Unione) che l'ha partorita. Anche in questo caso siamo di fronte ad una curva univoca, con una picchiata della "fiducia" in corrispondenza degli ultimi anni di crisi.

Ora qualcuno potrebbe pensare che questa sfiducia sia generica, se non addirittura qualunquistica. A giudicare dalla figura n° 4 non sembrerebbe che le cose stiano in questo modo.
Figura 4

In questo caso la domanda posta da Demopolis è assai discutibile, visto che si parla pudicamente di "equilibri" piuttosto che di "interessi" finanziari, e tuttavia non è difficile capire dalle risposte che la maggioranza degli intervistati ritiene giustamente l'UE come una struttura a tutela del dominio delle oligarchie finanziarie.

Che gli euristi, almeno in termini di consenso, siano ormai in grande affanno, ci viene confermato dal grafico sotto (figura 5). Infatti al 33% di persone che si dicono contro l'euro si affianca un 55%, che si dice «Favorevole a restare nell'euro, ma con un netto cambio di rotta rispetto all'austerità». Quante probabilità ci sono che un simile cambio possa verificarsi? La risposta è piuttosto semplice: possono esserci piccoli aggiustamenti, ma nessun cambio netto. Le botte sui denti già prese a Bruxelles dal berluschino fiorentino già ci dicono qualcosa in proposito. Dunque, a rigor di logica, il contenitore del 55% di chi ancora tentenna andrà a svuotarsi per rafforzare sempre più la spinta anti-euro.
Figura 5

Ma naturalmente i processi politici non avvengono mai in maniera così meccanicistica. E molto dipende dalla soggettività politica. In questo senso ci è molto utile la figura n° 6, che ci mostra le percentuali dei favorevoli all'uscita dalla moneta unica nell'elettorato dei maggiori partiti. Come si vede, e come era praticamente scontato, il vero partito dell'euro è il Pd, mentre le cose stanno assai diversamente a destra.

Figura 6

Una situazione preoccupante, se non fosse per il dato del M5S, il cui elettorato si è espresso per l'uscita con un buon 45%. E' questo un dato per noi decisivo. Pur con tutti i suoi limiti, se in Italia non vi fosse il M5S lo sfondamento della destra sarebbe già in qualche modo avvenuto.

E' un fatto che assegna al Movimento Cinque Stelle una responsabilità enorme. Perché solo assumendo sempre più chiaramente una posizione anti-euro - risolvendo dunque le oscillazioni del recente passato - il M5S potrà andare ad occupare con decisione, su posizioni democratiche e favorevoli al popolo lavoratore, l'enorme spazio politico che si sta aprendo, sbarrando così la strada al duo Salvini-Meloni, anti-euro sì, quanto liberisti e reazionari.

In questo senso, la recente intervista televisiva di Beppe Grillo fa ben sperare. Speriamo che non ci siano ulteriori contorsioni, e che si sia imboccata finalmente la strada giusta. Per noi, che siamo per un'uscita da sinistra dall'euro, un posizionamento più netto del M5S segnerebbe un passo avanti non da poco.

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mercoledì 26 marzo 2014

LO SPAURACCHIO DEL FRONT NATIONAL di Piemme

26 marzo. Cosa sia il Front National e cosa noi ne pensiamo lo scrivemmo nel gennaio scorso —Cos'è il Front National di Marine Le Pen—, anche in polemica con chi sostiene che sia defunta la "dicotomia destra sinistra". Marine Le Pen ha certamente defascistizzato il partito paterno, conservandone però l'anima reazionaria, sbirresca e xenofoba.

Stolto e smemorato chi considera che il Front National sia diventato un partito potabile a causa della sua battaglia a favore dei meno abbienti e contro le ingiustizie sociali causate dalla globalizzazione liberista e dal regime euro(peista). Sempre le forze reazionarie, davanti a crisi sistemiche del capitalismo, si sono fatte largo, tra le masse proletarie, facendo propri obbiettivi, concetti e linguaggi tradizionalmente di sinistra. Senza questa capacità di mimetizzazione nessuna forza reazionaria avrebbe mai potuto uscire dal minoritarismo.

Qual'è il primo errore madornale di certa sinistra radicale? Siccome la destra populista ha scippato le sue parole d'ordine, si gettano alle ortiche anche le parole d'ordine. Questa è la via storicamente già sperimentata del suicidio. 


Il secondo errore, è quello di fare blocco con le classi dominanti e le élite liberiste pur di battere la destra reazionaria. Pare infatti sicuro che ai ballottaggi di domenica prossima il Fronte de Gauche guidato da Jean-Luc Mélenchon sosterrà tutti i candidati socialisti, ovvero governativi.  Questa è la seconda modalità per il suicidio. 

Questa modalità venne già sperimentata in occasione delle presidenziali francesi dell'aprile 2002, quando la sinistra radicale tutta (compresi i trotskysti) sostenne addirittura Chirac contro Le Pen padre.  Che questa tattica non sia servita a nulla se non ha indebolire la stessa sinistra e a far apparire il lepenismo come unica forza antisistemica è oggi sotto gli occhi di tutti. 

L'avanzata elettorale del Front National ha certo molteplici e profonde cause. Si spiega per la gravissima crisi sociale, perché la sinistra storica esprime gli interessi delle élite globaliste ed euriste, perché la sinistra radicale appare come ruota di scorta della sinistra liberista e si presenta come paladina dell'unionismo europeo e nemica di ogni discorso sovranista. 

Ma si spiega anche a causa della narrazione che fanno da sempre i grandi mezzi di comunicazione. Qual'è questa narrazione? Che chiunque si batta contro la globalizzazione e voglia uscire dalla micidiale trappola europea difendendo la sovranità nazionale è necessariamente "di destra". I media francesi ed europei hanno deliberatamente satanizzato i sacrosanti sentimenti antieuro(peisti) e antiliberisti e quindi agitato lo spauracchio del lepenismo.  Davanti a questo vade retro Satana, mentre  le sinistre radicali impaurite si sono messe sotto la sottana "democratica", il Front National ha accettato la sfida della demonizzazione e se ne è servito per farsi largo in mezzo al popolo lavoratore. Con successo come si vede.

Ma un successo fino ad un certo punto. Tutti i media, fedeli al loro racconto ingannevole, pur di spaventare i cittadini francesi, soprattutto i proletari e il ceto medio impoverito, offrono una lettura palesemente distorta dei risultati delle amministrative di domenica.

Se si provasse a leggere in controluce i risultati effettivi si può verificare che la "valanga lepenista" è poco più di una slavina.  Una consistente slavina, ma non l'attesa valanga. Il Front National non ha infatti ottenuto più del 6%. Ciò è certo dipeso dal fatto che nella gran parte dei 36mila comuni, anzitutto in quelli più piccoli, il partito non aveva liste. Ma già questo solo fatto è indicativo dell'effettivo radicamento del Front.

La percentuale sale al 9% nelle città con oltre 10mila abitanti e al 16,5% in quelle (600) dove il Front si è presentata. Quasi il doppio del risultato del 2008. Da nessuna parte il Front ha vinto al primo turno, tranne la cittadina di Hénin-Beaumont (nella devastata zona mineraria dell'estremo nord). Vero è che i candidati sindaci del Front sono al primo posto in 17 città e al secondo in altre 44. Vedremo come andranno gli oltre 300 ballottaggi di domenica prossima. Potrebbe vincerne una buona parte, visto che i gollisti hanno respinto l'appello all'alleanza fatto dal Primo ministro socialista Jean-Marc Ayrault.

Che ci sia stata un'astensione quasi del 40%, la più alta percentuale mai registrata alle municipali francesi, la dice lunga sul distacco enorme tra rappresentati e rappresentanti, sulla sfiducia di massa verso il sistema e i partiti, Front compreso. 

Va quindi sottovalutata la spinta che sta dietro al Front? Ovvio che no. Stiamo solo dicendo che i media stanno deliberatamente gonfiando i risultati, a dimostrazione che il sistema barcolla e sta schierando la sua soldataglia in vista del 25 maggio, in occasione delle elezioni europee. Stiamo dicendo che oggi come oggi il nemico che va battuto è il blocco delle forze euro(peiste), ovvero lo schieramento che rappresenta l'aristocrazia finanziaria e bancaria, il grande capitalismo delle multinazionali. 



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martedì 25 marzo 2014

EURO-CAZZATE di Mimmo Porcaro

25 marzo. Non ringrazieremo mai abbastanza Vincenzo Sparagna (nella foto) per la sua opera di umorista*. Ma una stupidaggine resta tale anche quando è scritta da una persona divertente. E nel suo recentissimo intervento, con preveggenza intitolato Eurostupidaggini, le stupidaggini in questione sono almeno due.

La prima consiste nel dire che siccome i guai dell’Italia derivano dal capitalismo è sciocco, assurdo, furbesco e “di destra” prendersela con l’euro. 


Bel ragionamento, non c’è che dire: conseguentemente, siccome il problema è il capitalismo, non prendiamocela con la legge elettorale, con lo scasso della Costituzione, ma nemmeno coi tagli del welfare o con la deflazione salariale: tanto il problema non è l’avere più o meno salario, ma è il lavoro salariato in quanto tale. Peccato, però, che una chiara coscienza del problema generale si formi solo a partire dal problema particolare, e che solo lottando contro l’esistenza attuale e concreta del capitalismo italiano un numero crescente di cittadini potrà comprenderne i limiti storici.

La seconda consiste nel non capire che l’euro è tutt’altro che irrilevante nel consentire la sopravvivenza del sistema attuale, perché impone continuamente, qualunque sia il grado di austerity di una politica, la soluzione della deflazione salariale, e perché costringe il debitore a restare eternamente tale. Ragion per cui uscire dall’euro magari non sarà la soluzione, ma certo ne è condizione sine qua non. Ragion per cui - pensate un po’ - c’è gente a sinistra, e non sempre gente estremista, che ritiene che la battaglia contro l’euro sia

essenziale e sacrosanta.

Ma già, dimenticavo... in questo Sparagna non ha colpe. 

Oggi l’esistenza di una sinistra no-euro deve essere nascosta, come si fa coi parenti di cui ci si vergogna: perché anche la parte ipoteticamente più radicale della sinistra si è infilata in una coalizione elettorale che subito precisa, per non sbagliare e non sembrare inaffidabile, che il problema non è l’euro e che bisogna piuttosto cambiare le regole europee (ma non lo dicono anche, e meglio, Renzi e D’Alema?). 

Una coalizione che ha per front woman un’anticomunista di talento e i cui front men non perdono occasione per dire che contro l’euro ci sono solo nazionalisti di destra, o coglioni violenti e maleducati. 

Così è: gli dei accecano coloro che vogliono perdere. O forse, nel caso della nostra radicalissima sinistra, gli dei nemmeno se ne curano più, ed ogni tanto lanciano dagli intermundia uno sguardo distratto sullo strano spettacolo di un partito dei lavoratori che difende la moneta dei padroni.

* Vincenzo Sparagna era l'editore del noto giornale satirico IL MALE e di Frigidaire

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lunedì 24 marzo 2014

SALERNO: INCONTRO SULLA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

24 marzo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Venerdì 28 marzo, alle ore 16.30 nella Sala del Gonfalone di Palazzo di Città, a cura del Comune di Salerno, della Società Filosofica Italiana e del Liceo classico "F. De Sanctis" incontro dibattito sul tema: «L'Unione europea nelle intenzioni e nei fatti: anatomia di una crisi».

Presiederà il Prof. Giuseppe Cacciatore, dell’ Università degli Studi di Napoli "Federico II". Interverranno il Prof. Stefano D'Andrea dell'Università della Tuscia su Costituzione italiana e Trattati europei, il Prof. Gennaro Zezza dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale sulla crisi economica dell'eurozona, il Prof. Carmine Pinto dell'Università degli Studi di Salerno sulla storia politica dell'Unione Europea. Introduce Nello De Bellis. Saluti istituzionali a cura dell'Assessore alla Cultura del Comune di Salerno, dott. Ermanno Guerra e del Dirigente scolastico del Liceo classico “F.De Sanctis” di Salerno.

Dichiarazione: «Abbiamo sentito il bisogno di una riflessione critica ed articolata sulla attuale situazione e sul momento storico attraversato dall'eurozona e dall'Unione Europea - hanno dichiarato gli organizzatori - in cui le Istituzioni del territorio, la Scuola, le associazioni, l'Università si confrontano dinanzi al pubblico con esperti autorevoli perché è diventato evidente a tutti il divario sempre più grande tra i progetti di integrazione europea seguiti al Secondo Conflitto Mondiale coi loro ideali di pace, democrazia e giustizia e le forme sempre più rigide, vincolistiche e a tratti autoritarie che questo processo va assumendo coi mezzi normativi adoperati, in coincidenza colla crisi sistemica che ci colpisce, dai meccanismi burocratici dell'UE. Un'analisi spassionata e serena è la condizione necessaria per indicare una prospettiva di superamento di questa crisi che non è esagerato definire epocale. In un momento altrettanto drammatico per lo Stato italiano, in queste stesse sale settanta anni fa, i componenti del primo Governo dell'Italia liberata seppero non solo rispondere ai problemi gravissimi e immediati della città e del Paese martoriato dalla guerra, ma avviare la fase costituente che si sarebbe conclusa con la promulgazione della Costituzione repubblicana. Il nostro auspicio è che questa giornata di studi possa fornire un serio contributo per un ripensamento complessivo della crisi, nello stesso spirito dei Costituenti per una rinnovata sovranità e democrazia".



Salerno,24/03/2014.

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APPELLO PER LA PACE IN SIRIA

24 marzo. Sulla scia del viaggio che la delegazione internazionale di antimperialisti e pacifisti che si recò in Siria dal 4 al 8 giugno 2013, nonché dell'attività svolta nei messi successivi dalla medesima delegazione,  si è svolta in Austria l'8 e il 9 marzo scorsi un importante incontro internazionale (Consultazione di Tutte le Parti per una Soluzione Politica) al quale hanno partecipato una ventina di esponenti politici siriani, sia del variegato fronte delle opposizioni che di esponenti del regime di Bashar al-Assad. Di seguito la Dichiarazione dell'incontro.
[Nella foto gli esuli palestinesi del Campo profughi di Yarmuk, periferia di Damasco, in file per ricevere gli aiuti alimentari dopo mesi di crudele assedio]

Iniziativa per una Soluzione Politica

Siriani provenienti da molteplici contesti sociali, educativi, politici e nazionali si sono incontrati l’8 e il 9 marzo nel Castello di Schlaining, in Austria, nel quadro di una “Consultazione di Tutte le Parti per una Soluzione Politica in Siria”, organizzata dall’Iniziativa Internazionale www.peaceinsyria.org.

Guidati da profonde preoccupazioni per il progressivo deterioramento della situazione, per il disastro umanitario e per il futuro del popolo siriano, tutte le Parti della Consultazione hanno ragionato su cosa si possa fare, attraverso una soluzione politica, per metter fine alla guerra, alla violazione dei diritti umani che sta causando un enorme numero di vittime e alla distruzione delle infrastrutture e della cultura. Questa soluzione dovrebbe aiutare i siriani a pensare ad un nuovo contratto sociale per edificare uno Stato fondato sulla completa riconciliazione nazionale e sulla responsabilità, garantendo diritti e libertà a tutti i siriani.

Riconoscendo l’estrema complessità della situazione, la crescente sofferenza e polarizzazione, nella nostra discussione è emerso consenso sui seguenti punti, che formuliamo con spirito di discussione:

1 – In base al principio di sovranità del popolo siriano, invochiamo il cessate il fuoco da parte di tutti i contendenti e esigiamo che tutte le forze armate straniere lascino il territorio siriano.

2 – Invochiamo la cessazione della guerra, sottolineando che una soluzione politica è la miglior soluzione per tutte le parti coinvolte. Questa soluzione implica che siano garantiti tutti i fondamentali diritti politici, economici e sociali che conducono alla giustizia sociale, e il rilascio dei prigionieri politici e degli ostaggi da parte di tutti.

3 – Intendiamo cercare metodi e procedure realistiche e concrete per realizzare una “Conferenza di pace fra tutte le parti”, che includa tutte le componenti siriane coinvolte nella crisi.

4 – Lavoreremo a tutti i livelli per soddisfare le urgenti necessità dei civili, compresa la sicurezza degli aiuti umanitari.

5 – In particolare lavoreremo per riportare in Siria profughi ed emigrati e per trovare il modo di fornire loro i mezzi necessari per vivere in zone che siano al sicuro da attività di guerra e militari.

6 – Si lavorerà per trovare uno spazio che possa venir usato come centro per il processo di pace e dove si possa svolgere un dialogo costante ed aperto. Si chiamerà “Casa Siriana della Pace”.

7 – Costituiremo una Rete per la Pace in Siria, che comprenda sia siriani di ogni provenienza che non siriani, che sostenga una soluzione politica.

Sono inoltre state discusse, senza arrivare ad un consenso, le seguenti questioni e posizioni, che saranno oggetto di una prossima conferenza:
Quale è la via per trovare una soluzione giusta e globale alla questione Curda, per garantire pari diritti civili mantenendo contemporaneamente l’unità dello stato e del popolo siriano?
In quale modo si può stabilire la parità di diritti fra donne e uomini, garantendo pieni diritti alle donne?

Iniziativa per una Soluzione Politica, www.peaceinsyria.org
Vienna, 20 marzo 2014

* Fonte: Campo Antimperialista
** Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

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sabato 22 marzo 2014

BRANCACCIO E MOSLER

22 marzo. Si è svolta oggi a Roma, presso Città dell'Altra Economia, organizzato da ReteMMT ed Eurotruffa, un incontro pubblico con Warren Mosler, Stefano Lucarelli ed Emiliano Brancaccio. 
Più ancora del titolo, impegnativo —Uscita dall'Euro: quale soluzione? Politiche economiche in un contesto di sovranità monetaria— noi abbiamo deciso di assistere incuriositi dal confronto tra uno dei massimi esponenti della Teoria monetaria moderna e una parte, e due economisti marxisti quali Brancaccio e Lucarelli dall'altra. 

[Nella foto da destra verso sinistra: Emiliano Brancaccio, Stefano Lucarelli, e Warren Mosler, seconda da sinistra]

Per sollecitare il confronto dialettico era infatti organizzato l'incontro, con almeno tre giri in cui gli oratori hanno espresso i loro punti di vista.

Un vero e proprio confronto in punto di teoria tra tesi Mmt e tesi marxista, tuttavia, non c'è davvero stato. E' come se lo spirito giustamente unitario nella battaglia contro i comuni nemici liberisti ed euristi avesse inibito i tre protagonisti dallo scendere in polemica aperta. 

Noi ne siamo usciti con la sensazione di un'occasione perduta, poiché riteniamo che un confronto dialettico (che per essere ricompositivo dev'essere prima di tutto oppositivo) tra teoria economica della Mmt e teoria economica marxista sia a questo punto assolutamente necessario.

Warren Mosler ha presentato, con l'usuale didattica espositiva che gli è propria, le sue concezioni sulla moneta fiat e la sua decisiva funzione economica. Ha tuttavia evitato di rispondere alle sollecitazioni critiche, svolte con eleganza e in punta di fioretto da Emiliano Brancaccio. 

Quest'ultimo, dopo aver lucidamente denunciato l'euro e il mercato unico, responsabile delle crescenti divergenze tra i paesi core e periferici dell'Unione; dopo aver spiegato come le terapie liberiste invece che la crescita causano depressione del ciclo economico; ha messo in guardia dall'illusione che la riconquista della sovranità monetaria sia di per sé sufficiente a farci uscire dal marasma. Brancaccio ha ripetuto che può ben esserci un'uscita "gattopardesca", ovvero liberista dall'euro, che consiste nello scaricare sul lavoro salariato i costi dell'inevitabile shock. Ha infine sommessamente segnalato a Mosler che se non si esce anche dal mercato unico, se non si tiene sotto controllo il movimento dei capitali, se si lascia la valuta nazionale fluttuare liberamente sui mercati dei cambi, la moneta potrebbe subire attacchi speculativi devastanti.

Da parte sua Stefano Lucarelli ha invece sottolineato i punti tangenziali di incontro tra le tesi di Mosler e circuitiste (considerate, al netto delle differenze, keynesiane) e quelle che latu sensu possono essere definite marxiste.

Mosler ha purtroppo seguito il suo tracciato espositivo, e non quindi ha risposto né all'uno né all'altro.

Il dibattito non c'è stato.
Se ci fosse stato avremmo voluto porre a Mosler alcune domande:
(1) Davvero con l'avvento della moneta fiat con la fine del gold standard nel 1971 la moneta ha mutato sostanza, natura e funzione?
(2) Cosa pensa della tesi marxista che il capitalismo ha sue proprie leggi di funzionamento, leggi che conducono per il loro carattere antagonistico, a crisi cicliche sempre più devastanti?
(3) Quali sono le cause della grande crisi sistemica che viviamo? Dipende essa, da errori dei governi e delle banche centrali che hanno emesso in circolazione poca moneta,oppure, come quelle precedenti, anzitutto dalla difficoltà dal capitale a valorizzarsi, ovvero ad ottenere adeguati saggi di profitto?
(4) Ritiene davvero la terapia che suggerisce equipollente a quella proposta a suo tempo da Keynes? Oppure, come ha lasciato intendere, quella era valida solo quando vigeva il gold standard?
(5) Non ritiene che sia un boomerang, una volta che l'Italia sia tornata alla nuova lira, lasciare che i depositi siano conservati in euro e che i dipendenti privati siano anch'essi retribuiti in euro?
(6) Per concludere: quali sono le ragioni per cui un paese come l'Italia, soffocato da un ingente debito pubblico verso banche d'affari e fondi speculativi, dovrebbe continuare a rimborsare i suoi creditori?
(7) Un ulteriore chiarimento avremmo voluto chiedere riguardo alla tesi che ogni esportazione corrisponde ad un costo (impoverimento) mentre le importazioni sono comunque un beneficio (arricchimento).

Altre domande, a dire il vero,  avremmo voluto svolgere anche a Brancaccio e a Lucarelli. Speriamo ci saranno nuove occasioni per un confronto dialettico, confronto che non può che essere salutare ed educativo per migliaia di attivisti e cittadini che hanno a cuore le sorti del nostro Paese.

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venerdì 21 marzo 2014

GLI UNDICI TAGLIEGGIATORI di Leonardo Mazzei

21 marzo. E' in arrivo la maxi-tassa per l'Europa: mille euro all'anno per persona per vent'anni.
L'ultimo mostro targato UE: il Debt Redemption Fund (Fondo per il rimborso del Debito)

Altro che le buffonate del berluschino fiorentino! Altro che l'altra Europa dei sinistrati dalla vista corta! E' in arrivo sul binario n° 20 (anni) un trenino carico di tasse targate Europa. Ma come!? E le riduzioni dell'Irpef dell'emulo del Berluska? Roba per le urne, che le cose serie verranno subito dopo.
Di cosa si tratta è presto detto. Tutti avranno notato lo strano silenzio della politica italiana sul Fiscal Compact, quasi che se lo fossero scordato, magari con la nascosta speranza di un abbuono dell'ultimo minuto, un po' come avvenne al momento dell'ingresso nell'eurozona per i famosi parametri di Maastricht. 

Ma mentre i politicanti italiani fingono che le priorità siano altre, a Bruxelles c'è chi lavora alacremente per dare al Fiscal Compact una forma attuativa precisa quanto atroce. Anche in questo caso, come in quello dell'italica Spending Review, sono all'opera gli "esperti": undici tecnocrati di provata fede liberista, guidati dall'ex governatrice della banca centrale austriaca, la signora Gertrude Trumpel-Gugerell. Entro marzo, costoro dovranno presentare al presidente della Commissione UE, Barroso, le proprie proposte operative. Poi arriverà la decisione politica, presumibilmente dopo il voto degli europei che di quel che si sta preparando niente devono sapere, specie se sono cittadini degli stati dell'Europa mediterranea.

Sul lavoro di questi undici taglieggiatori erano già uscite delle indiscrezioni. Ma ora che la scadenza si avvicina i rumors si fanno più precisi. Ed anche la stampa italiana, dopo le balle a iosa sui "successi" di Renzi a Berlino, comincia a scrivere qualcosa. Ha iniziato ieri l'altro Il Foglio, con il titolo «Dare soldi, vedere cammello. L'Ue fruga nelle nostre tasche». Ha proseguito ieri il Corriere della Sera che, quasi a voler bilanciare il trionfalismo filo-governativo, ha titolato: «I nuovi vincoli e quelle illusioni sul "fiscal compact"».

E bravo, per una volta, il titolista del Corriere: sul Fiscal Compact sembra proprio che sia arrivato il momento di abbandonare le illusioni. Naturalmente, per chi ce le aveva. Che non è il nostro caso.

Ma quale sarà la proposta degli undici, una strana squadra di calcio dove l'Italia, quasi fosse estranea al problema, non è neppure rappresentata?  Stando a quanto scrivono i due giornali italiani la proposta sarà incentrata su tre punti: Debt Redemption Fund, Eurobond, Tassa per l'Europa (anche se loro, ovviamente, non la chiameranno così).

Partiamo dal nuovo Fondo che si vorrebbe istituire, Debt Redemption Fund (DRF) secondo i più, European Redemption Fund (ERF) secondo altri, ma il nome non cambia la sostanza. In questo Fondo verrebbero fatti confluire i debiti di ogni Stato che eccedono il 60% in rapporto al pil. Per l'Italia, ad oggi circa 1.100 miliardi di euro.

Oh bella! Che si sia finalmente trovato il modo di mutualizzare il debito, come sperano gli euro-entusiasti e gli euro-speranzosi di centro-sinistra-destra? A farlo credere ci sono pure gli Eurobond, che a quel punto verrebbero emessi per far fronte alla massa del debito cumulata nel nuovo Fondo. Dunque anche i tassi di interesse della quota del debito italiano andrebbero a scendere. Una vera pacchia, se non fosse per la clausola che dovrebbe garantire - in automatico - l'azzeramento del debito assorbito dal Fondo in un periodo di vent'anni.

Come funzionerebbe questa clausola? Secondo i due giornali citati, con un prelievo diretto da parte del Fondo su una quota delle entrate fiscali di ciascun stato debitore. Così, giusto per non rischiare. Leggere per credere. 

Scrive ad esempio Antonio Pilati su Il Foglio
«In realtà l’idea degli esperti è a doppio taglio e la seconda lama fa molto male all’Italia: è infatti previsto che dal gettito fiscale degli stati partecipanti si attui ogni anno un prelievo automatico pari a 1/20 del debito apportato al Fondo. Nel progetto, le risorse raccolte dal fisco nazionale passano in via diretta, tagliando fuori le autorità degli stati debitori, alle casse del Fondo. Si tratta di un passaggio cruciale e drammatico tanto nella sostanza quanto – e ancora di più – nella forma».   
E così pure Riccardo Puglisi sul Corriere della Sera
«L'aspetto gravoso per l'Italia è che la commissione sta anche pensando ad un prelievo automatico annuo dalle entrate fiscali di ciascuno stato per un importo pari ad un ventesimo del debito pubblico trasferito al fondo stesso. Il rientro verso il 60 percento avverrebbe in modo meccanico, forse con un eccesso di cessione di sovranità».
«Forse con un eccesso di cessione di sovranità», impagabile Corriere! Adesso non possiamo sapere con esattezza come andrà a finire, ed è probabile che la patata bollente verrà affrontata solo dopo le elezioni europee. Ma la direzione di marcia è chiara. La linea dell'austerity non solo non è cambiata, ma ci si appresta ad un suo drammatico rilancio, del resto in perfetta coerenza con i contenuti del Fiscal Compact, noti ormai da due anni.

Per l'Italia si tratterebbe di un prelievo forzoso - in automatico, appunto - di 55 miliardi di euro all'anno per vent'anni. Cioè, per parafrase lo spaccone di Palazzo Chigi, di mille euro a persona (compresi vecchi e bambini) all'anno, per vent'anni. Per una famiglia media di tre persone, 60mila euro di tasse da versare all'Europa.

Naturalmente si può dubitare che si possa arrivare a tanto. Ma sta di fatto che questa è l'ipotesi sulla quale l'Unione Europea - quella vera, non quella immaginata a forza di Spinelli - sta lavorando. Magari questa ipotesi estrema verrà limata ed abbellita, ma il punto di partenza è questo. E sinceramente non ci sembra neppure così strano, considerata sia la natura oligarchica dell'UE, che il dominio incontrastato della Germania al suo interno.

E' la logica del sistema dell'euro e della distruzione di ogni sovranità degli stati che in questo sistema sono destinati a soccombere. Tra questi il più importante è l'Italia. E forse sarà proprio nel nostro paese che si svolgerà la battaglia decisiva. 

Ma ora, per favore, che nessuno venga a dire che non si conoscono i termini del problema. Il sistema dell'euro, tanto antidemocratico quanto antipopolare, procede imperterrito per la sua strada. Le classi popolari hanno davanti 20 anni (venti) di stenti, miseria e disoccupazione. O ci si batte per il recupero della sovranità nazionale, inclusa quella monetaria, o sarà inutile - peggio, ipocrita - venire a lamentarsi della catastrofe sociale che ci attende.

Lo diciamo ormai da anni, ma il poco encomiabile lavoro degli undici esperti (vedi la scheda in fondo all'articolo per capire chi sono davvero questi taglieggiatori), ha almeno il merito di togliere ogni ragionevole dubbio. Gli eurocrati non si fidano proprio dei singoli stati, dunque basta con i vincoli da rispettare e/o sanzionare. Meglio, molto meglio, mettere direttamente le mani nel gettito fiscale di ogni stato da "redimere". Questa è la novità. Ed è una novità che si commenta da sola.


PS - Che l'altro ieri, in questo quadro, il presidente del consiglio abbia definito "anacronistico" il parametro del 3% nel rapporto debito/pil può solo far sorridere. Anacronistico? Probabilmente sì, ma per l'UE esattamente nel senso opposto a quel che Renzi vorrebbe. Per lorsignori il vincolo del 3% è acqua fresca, ben presto il Fiscal Compact esigerà vincoli ben più stringenti: questa volta non semplici percentuali, sulle quali magari discutere, bensì denaro sonante attinto direttamente con una ben definita Tassa per l'Europa


SCHEDA

Chi sono gli undici taglieggiatori:

Gertrude Tumpel-Gugerell - Ex banchiera centrale austriaca, famosa per le operazioni speculative che misero in difficoltà la banca, è ora nel CdA di Commerzbank.

Agnés Bénassy-Quéré - Economista e docente presso diverse università francesi, ha lavorato al ministero delle finanze di Parigi.

Vitor Bento - Ex banchiere centrale del Portogallo, vicino al Partito Socialdemocratico di quel paese (centrodestra).

Graham Bishop - Consulente finanziario di altissimo livello, ultraliberista della prima ora, è stato membro influente della commissione che, negli anni '90, preparò il passaggio all'euro.

Claudia Buch - Tedesca su posizioni liberiste. Esperta di mercati finanziari.

Leonardus Lex Hoogduin - Economista olandese, è stato advisor della Banca dei Regolamenti Internazionali.

Jan Mazak - Giudice slovacco. E' stato avvocato generale presso la Corte europea di giustizia di Lussemburgo.

Belén Romana - Ex direttore del Tesoro spagnolo, attualmente amministratore delegato della Sareb, la "bad bank" cui sono stati conferiti gli asset tossici del settore immobiliare iberico.

Ingrida Simonyte - Ex ministro delle finanze della Lituania

Vesa Vihriala - Membro dell'Associazione degli industriali finlandesi (poteva mancare la Finlandia?), ex advisor di Olli Rehn.

Beatrice Weder di Mauro - Questa economista, che ha lavorato in passato per il Fondo Monetario Internazionale, è oggi nel board della ThyssenKrupp ed in quello di Hoffman-La Roche.

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giovedì 20 marzo 2014

LA TERZA FASE di Moreno Pasquinelli

20 marzo.Il trentennio andato sotto il nome di “globalizzazione” ha riplasmato le società tardo-capitalistiche. Il tessuto sociale emerso nel secondo dopoguerra, segnato dalla centralità delle fabbriche e dalla forte polarizzazione tra lavoro salariato e capitale, venne rimpiazzato da quello della cosiddetta“cetomedizzazione di massa” — una volta si diceva imborghesimento. “Proletari di tutti i paesi arricchitevi! Indebitatevi ma consumate e fatevi i cazzi vostri!”. Questo è stato il pervasivo messaggio ideologico del neoliberismo.

La grande crisi sistemica del 2008-09 (propagatasi del centro verso le periferie), ha colto di sorpresa queste masse inebetite di parvenus, prigioniere della mentalità ideologica liberista. Questa mentalità non solo non muta alla stessa velocità dei processi sociali, ma anzi oppone resistenza, nell’illusione che tutto possa tornare come prima.

Che sia in corso una vera e propria guerra sociale oramai è sotto gli occhi dei più. Si potrebbe addirittura sostenere che si tratta di una vera e propria pulizia etnico-sociale. Interi gruppi sociali sono vittime di un vero e proprio sterminio di classe. La grande crisi sta producendo, come precipitato, una massa crescente di nuovi poveri, di proletari loro malgrado, di schiavi della globalizzazione. Proveniendo dalle più disparate categorie sociali, compresi i cascami della borghesia, queste vittime della guerra sociale di sterminio sono il serbatoio dov’è ammucchiato il carburante esplosivo della sollevazione popolare in fieri.

Questo sistema non vuole cambiare, ubbidisce alla più tetragona volontà di sopravvivenza. Ciò alimenta la tendenza allo scontro sociale, di cui la sollevazione è solo un momento, un tornante.

Ci sono quattro fasi che scandiscono la condotta sociale di questi nuovi poveri. La prima segna il passaggio dal sonno ipnotico al risveglio. La seconda attiene al passaggio dal risveglio all’indignazione. La terza fase è quella in cui l’indignazione si trasforma in rivolta spontanea. La quarta vede la rivolta trasformutarsi in sollevazione organizzata.

Noi siamo appena entrati nella terza fase, quella del passaggio dall’indignazione alla rivolta. Il compito dei rivoluzionari è quello di aiutare l’indignazione a diventare rivolta dispiegata. Lo si può e deve fare lavorando su due piani strettamente intrecciati: quello dell’organizzazione e quello della proposta politica .

Sul piano organizzativo si deve costruire in fretta, ovunque sia possibile, una lega dei rivoluzionari forte di nuclei militanti che debbono agire come il lievito della rivolta sociale diffusa. Per assolvere questa funzione devono essere esempio di devozione e di determinazione, punti di gravitazione e di mobilitazione dei decine di migliaia di cittadini già oggi disposti alla lotta.

Sul piano politico essi debbono agire per dare alla rivolta incipiente il respiro strategico, quindi una rappresentanza politica senza la quale essa non avrebbe speranza. In questo contesto si inserisce il nuovo Comitato di Liberazione nazionale (CLN), che non è pensato come una mera addizione di soggettività politiche, bensì come un ampio blocco sociale che dovrà condurre la lotta di liberazione. Ben sapendo che in gioco non c’è un cambio di governo, ma di regime e di modello sociale. I rivoluzionari debbono quindi, da una parte presentare la loro alternativa di società, l’idea di Paese che vogliono realizzare. Dall’altra indicare il programma di fase unitario del CLN, in altre parole le misure che un governo popolare d’emergenza, una volta riconsegnata al Paese la sua sovranità, dovrà applicare per rendere possibile la sua rinascita.

Per sua natura questa lotta di liberazione sarà prolungata, conoscerà fasi di avanzata e di ritirata. Una ininterrotta guerra di movimento che tuttavia si vincerà in un solo giorno. I rivoluzionari sono il cervello e la spada della lotta di liberazione. L’assalto finale alla roccaforte centrale e allo Stato maggior nemico sarà possibile solo dopo che esso sarà stato accerchiato, ovvero dopo che saranno stati espugnati le sue postazioni e i suoi fortilizi, a cominciare da quelli più deboli, e quindi saranno state paralizzate, dal basso verso l’alto, le sue diverse articolazioni di comando.

Le circostanze storiche fanno sì che la lotta di liberazione sociale sia strettamente intrecciata a quella nazionale. La grande crisi non ha solo scompaginato gli assetti sociali, determinando una nuova gerarchia delle classi sociali nei singoli paesi; essa ha scombussolato la gerarchia tra le diverse nazioni. L’Italia, anche attraverso il ricatto del debito, da paese di punta dello schieramento imperialistico è diventata una potenza sub-imperialista periferica, sottoposta al saccheggio esterno. La sollevazione popolare prenderà la forma di una rivoluzione democratica. Questa a sua volta conoscerà alcune tappe. Inizierà con la cacciata del governo della fame e della servitù. Procederà fino al rovesciamento del regime oligarchico. Proseguirà verso lo sganciamento dal sistema di capitalismo-casinò.

Sono diverse le catene con cui è stata scippata al nostro Paese la sua sovranità. Se dobbiamo colpire quella rappresentata dall’euro non è perché abbiamo una qualche fissazione metafisica sulla moneta, quanto perché, delle diverse catene, è quella destinata a spezzarsi per prima. Occorre sempre sferrare i colpi sul punto intrinsecamente più debole del dispositivo sistemico avversario.

L’albero si riconosce dai suoi frutti. La moneta unica è stato uno dei principali strumenti con cui la cupola politica neoliberista, per nome e per conto della potente aristocrazia finanziaria internazionale, ha spazzato via le barriere difensive degli stati-nazione. Il processo di annientamento di ogni forma temibile di resistenza antagonistica non sarebbe stato possibile senza l’abbattimento, in nome dell’internazionalismo imperialista, le paratie dello Stato-nazione. Con ciò la stessa democrazia rappresentativa è stata ferita a morte. 

Dalla vittoria o dalla sconfitta della lotta di liberazione nazionale e sociale, dipendono la morte o il risorgimento della democrazia e dello Stato-nazione, che della democrazia rappresentativa è stata la culla storica. Ogni impero deve sbarazzarsi della democrazia, nessun impero può infatti vivere senza un regime di dispotismo politico —oggi nella forma di un sistema bipolare coercitivo.

L’impero euro-atlantico in cui il Paese viene trovarsi come provincia ha oramai due capitali, Washington e Berlino. Esso non si regge grazie ad una aperta occupazione militare, quanto invece —con l’ausilio della frazione della grande borghesia italiana pienamente incorporata nel sistema di saccheggio globalista ed di una schiera di proconsoli politici locali— ad una “occupazione economica e finanziaria”. Il nemico il popolo italiano ce l’ha quindi anzitutto dentro casa. Di contro alla credenza che esso sia lontano e imbattibile occorre quindi opporre l’idea che il nemico è invece vicino e battibile. 

Più questi proconsoli eseguono gli ordini imperiali, più affamano il popolo, più essi si indeboliscono e imprimono potenza alla molla della sollevazione che verrà.

Non c’è alcuna antitesi, anzi, tra lotta istituzionale ed extra-istituzionale. La prima forma anticipa e annuncia la seconda. I sussulti sociali saranno preceduti da nuove scosse politiche ed elettorali. L’opposizione tra via democratica e via rivoluzionaria è solo nella testa di coloro che sono affetti da “cretinismo parlamentare”. La via rivoluzionaria non è solo l’unica efficace, è la sola autenticamente democratica, dal momento che solo grazie ad essa il popolo lavoratore potrà liberarsi dallo stato di servitù.

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