mercoledì 31 luglio 2013

IN MEMORIA DI MASSIMO BONTEMPELLI

31 luglio. Massimo Bontempelli (nella foto), storico, filosofo rivoluzionario militante, al quale ci univa una sincera amicizia, moriva a Pisa, sua città natale, il 31 luglio di due anni fa. Un lutto enorme, non solo per noi, non solo per il movimento anticapitalista, ma per la cultura italiana, di cui è stato, grazie alla sua sconfinata cultura e malgrado l'ostracismo cui era stato condannato, una delle menti più alte. Ci auguriamo che un giorno si riesca a pubblicare le sue opere.
Vogliamo ricordarlo con un suo piccolo ma densissimo saggio, in cui Massimo disvela, partendo da alcuni concetti marxiani, l'arcano della moderna potenza capitalistica.


Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità
di Massimo Bontempelli


I. Sussunzione formale e sussunzione reale

Le categorie con le quali Marx ha concettualizzato il modo capitalistico di produzione un secolo e mezzo fa, lungi dall’essere state mostrate erronee, o comunque rese inadeguate, dal tempo trascorso, hanno una straordinaria capacità interpretativa proprio riguardo al nostro presente storico. In particolare, la coppia categoriale di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale consente di comprendere davvero a fondo temi cruciali come la tecnicizzazione della vita, il tramonto della centralità operaia, l’adattamento di massa al capitalismo persino in contraddizione con precisi interessi materiali, la trasformazione antropologica prodotta dallo sviluppo economico. In questa sede viene discusso quest’ultimo tema, con le sue importanti implicazioni sociali e politiche.

La coppia categoriale di cui si parla è esposta da Marx, come è noto, non nel libro del Capitale da lui pubblicato nel 1867, ma nel suo cosiddetto Capitolo VI inedito, pubblicato postumo soltanto nel 1933. Si tratta di un quaderno manoscritto di cinquantaquattro pagine, pensato, nel progetto originario del libro primo del Capitale, per essere collocato dopo il suo quinto capitolo sul plusvalore assoluto e relativo, con il titolo Risultati del processo di produzione immediato. Poi l’intero impianto dell’opera è stato modificato al momento della pubblicazione nel 1867, ed ulteriormente modificato con la seconda edizione del 1873, lasciando fuori, non si è ancora capito esattamente per quale ragione, il quaderno sul processo di produzione immediato. Nella sistemazione definitiva, molti temi del quaderno hanno trovato posto nel capitolo quinto sul processo lavorativo e processo di valorizzazione, ma, essendo stati spostati in avanti i capitoli sul plusvalore assoluto e sul plusvalore relativo, è necessariamente rimasto fuori da capitolo quinto il tema della doppia sussunzione al capitale, strettamente connesso alla doppia genesi del plusvalore.

Nel Capitolo VI inedito Marx introduce la categoria di sussunzione al capitale sdoppiata in sussunzione formale e sussunzione reale.

La nozione di sussunzione come tale è tratta dalla Critica del Giudizio di Kant, dove la parole (die Subsumtion, derivata dal verbo subsumieren, cioè inquadrare in una classificazione) indica la riconduzione di un termine al rapporto insieme di inclusione e di subordinazione che gli è proprio rispetto ad un termine più esteso. Marx utilizza la nozione al di fuori dell’ambito della logica, per cui è stata concepita, riformulandola in modo da inquadrarvi i termini, sociali e non logici, di capitale e lavoro.

La sussunzione concepita da Marx è infatti sussunzione del lavoro al capitale, e la distinzione in cui si articola tra sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, ricalcata sulla distinzione kantiana tra sussunzione del particolare all’universale nel giudizio riflettente e in quello determinante, serve a comprendere il ciclo storico già compiuto attraverso il quale il capitale è giunto ad assoggettare pienamente a sé il lavoro umano, riducendolo a mera forza produttrice di plusvalore.

L’operazione concettuale che da tempo propongo per la sua possibile fecondità interpretativa è quella di riformulare, per trasporla come categoria illuminante in un più vasto ambito, la nozione marxiana di sussunzione, alla stessa maniera in cui Marx ha riformulato la nozione kantiana di sussunzione per riferirla al rapporto tra capitale e lavoro. Si tratta cioè di pensare la distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale non più soltanto del lavoro al capitale, ma di contenuti della stessa vita umana al capitale. Con questa riformulazione, la coppia concettuale di cui si parla consente di comprendere, molto più che il ciclo storico passato del capitale, quello oggi in atto e proiettato nel futuro, mostrando quali strade debbano prendere le pratiche oppositive alla logica sistemica per non ridursi a illusioni. La nozione marxiana di sussunzione prima formale e poi reale del lavoro al capitale è comunque alla base del paradigma categoriale necessario a comprendere fino in fondo la realtà sociale nella quale ci siamo trovati immersi, e deve quindi essere fissata in maniera chiara e precisa. Sussunzione formale del lavoro al capitale significa, dice Marx, che il capitale sottomette a sé, vale a dire include nel rapporto sociale di cui esso consiste e rende quindi funzionale alla logica della sua autoriproduzione, modi di essere del lavoro umano che si sono costituiti prima e indipendentemente da esso, e che esso piega ai suo interessi senza modificarne il contenuto. Il termine sussunzione formale vuol indicare appunto che il modo di produzione che tale sussunzione istituisce è capitalistico soltanto nella forma, non anche nel contenuto. La nozione di forma qui utilizzata da Marx per oggettivare la sussunzione inaugurale della produzione capitalistica è visibilmente tratta dalla logica hegeliana. Hegel studia la forma come nozione logica nella prima sezione del secondo libro della Scienza della logica, definendola “relazione fondamentale le cui determinazioni stanno di contro al contenuto” e specificando che, così posto, “il contenuto è determinato già in lui stesso come fondamento della sua unità particolare con sé, e sta di contro alla forma quale relazione intera di fondamento e fondato”. Diradando l’oscurità, per i non addetti ai lavori, di questa terminologia hegeliana, il suo senso si ritrova nel discorso che Marx svolge nel Capitolo VI inedito. Il lavoro artigiano, o il lavoro contadino indipendente, sono “contenuto” della storia, e sono un contenuto ”determinato già in lui stesso”, nel senso che il suo concreto svolgimento nasce dalla sua natura, e non da alcunché di esterno. Il lavoro artigiano, cioè, è determinato dai suoi strumenti, dalla sua materia prima e dalla sua tecnica specifica, ovvero “in lui stesso”, indipendentemente dal fatto se sia sfruttato oppure no da un potere esterno, e da chi e secondo quale finalità sia eventualmente sfruttato. Esso è, come tipo di lavoro particolare, dotato di una sua particolare identità, fondamento determinato, nel senso che fonda competenze, relazioni e stili di vita, e ciò è significato dall’espressione “fondamento nella sua particolare unità con sé”. Di fronte a questo contenuto come fondamento particolare sta “la relazione intera di fondamento e fondato”, cioè una relazione più generale che, includendo il fondamento particolare, lo riduce a un fondato, essendo quella più generale la relazione fondamentale. Ad esempio il lavoro contadino indipendente come lavoro è fondamento, fondamento della vita del contadino, nella sua particolarità avulsa dal più generale contesto storico di relazioni sociali, ma, se viene inserito in un tale contesto relazionale, ad esempio in un rapporto di dipendenza feudale da una signoria rurale, si rivela fondato dalle regole e dagli scopi di tale rapporto, pur rimanendo fondamento a livello della sua particolarità specifica.

La forma in senso hegeliano è quindi forma di assunzione, da parte di una relazione generale, di un contenuto più particolare determinato in se stesso, indipendentemente da essa, dalla propria stessa particolarità. Nella sua trasposizione marxiana nella sfera dei rapporti di produzione, questa forma diventa forma di appropriazione, da parte di un rapporto sociale globale ed in funzione della sua autoriproduzione, del prodotto di un lavoro predeterminato ad esso nel suo modo di essere. Ciò accade, ad esempio, quando il capitale, radunando sotto di sé, senza modificarne la natura, ma lasciandolo come lo ha storicamente trovato, il lavoro di molti artigiani, si appropria ai suoi fini del prodotto di tale lavoro attraverso la riduzione degli artigiani che lo erogano a lavoratori suoi salariati. Se si vanno a rileggere, dopo questo chiarimento, le frasi citate di Hegel sulla nozione di forma, e le pagine di Marx sulla sussunzione formale, le une e le altre dovrebbero risultare del tutto trasparenti.

La sussunzione formale del lavoro al capitale è dunque, dice Marx, la funzionalizzazione al rapporto sociale capitalistico di un modo di lavoro già sviluppatosi fino ad una sua propria maniera di svolgersi prima che il rapporto sociale capitalistico si sia costituito rispetto ad esso. La produzione che ne nasce è capitalistica, prosegue Marx, perché ha la forma generale della relazione capitalistica, ovvero la generazione di plusvalore da accumulare come capitale, ma non è, egli precisa, specificamente capitalistica, perché il suo contenuto lavorativo è un contenuto particolare storicamente preformato al capitale, e non un risultato della sua produzione. Il plusvalore come forma a cui quel contenuto è sottomesso è il genere di plusvalore che Marx chiama plusvalore assoluto. Per plusvalore assoluto egli intende il plusvalore generato dal maggior tempo di lavoro a cui il lavoratore viene obbligato dal comando capitalistico a cui è stato sottomesso. Poiché infatti il tempo di lavoro necessario al suo mantenimento a cui era abituato produce ora il valore che serve al pagamento del suo salario, e poiché il suo modo di lavorare non è modificato dalla sussunzione formale, tale sussunzione non può evidentemente generare plusvalore se non attraverso il prolungamento del tempo di lavoro. Marx chiama invece plusvalore relativo il plusvalore generato, con un tempo di lavoro immutato, dalla minore quantità di lavoro contenuta nella merce. Solo una modificazione del processo lavorativo può evidentemente consentire la produzione nello stesso tempo di una maggiore quantità di merce, e dunque di una minore quantità di lavoro incorporata in un’unità di merce, per cui il plusvalore relativo è necessariamente associato ad una sussunzione non più formale, ma reale.

Marx chiama sussunzione reale del lavoro al capitale la determinazione del modo stesso di essere del lavoro da parte del rapporto sociale capitalistico che lo ingloba. Il capitale si appropria quindi, dice Marx, non soltanto del prodotto del lavoro, ma anche della sostanza del lavoro, che riplasma per adattare alla sua teleologia la maniera stessa del suo svolgersi. La produzione che ne nasce, egli prosegue, è specificamente capitalistica, in quanto è il suo stesso contenuto lavorativo che è formato dal capitale, non già storicamente trovato da esso.

Questa categoria marxiana di sussunzione reale è la trasposizione nella sfera dei rapporti di produzione di precedenti categorie logiche di Kant e di Hegel, e precisamente della categoria kantiana di sussunzione del particolare all’universale nel giudizio determinante, in cui l’universale determina il contenuto fenomenico del particolare, e della categoria hegeliana di fondamento integrale, in cui “il reale stesso è tornato al suo fondamento e si è ristabilita in lui l’identità di fondamento e fondato”.

Marx mostra, con straordinaria forza interpretativa, come la logica stessa della sussunzione formale conduca alla sussunzione reale, in quanto la sola forma della produzione capitalistica esige una accumulazione allargata di plusvalore, la quale esige un incessante aumento di scala della produzione, che ad un certo momento esige un’appropriata modificazione del processo lavorativo, di cui sono strumenti le macchine industriali e le scienze fisiconaturali.

Questa logica ha un campo di applicazione potenziale che è più vasto di quello pensato da Marx, e che è diventato attuale proprio nel nostro presente storico. Allo sviluppo illimitato della produzione, insito nel rapporto sociale capitalistico, non può infatti bastare, oltre un certo limite, neppure la sussunzione reale del lavoro al capitale, perché è impossibile ridurre oltre un certo limite il tempo di lavoro incorporato nella merce senza separare del tutto la merce dal lavoro, e quindi dalla base stessa del plusvalore. Oltre un certo limite, quindi, lo sviluppo ulteriore della produzione richiede la riduzione del tempo di circolazione del capitale, che può realizzarsi sussumendo al capitale altre realtà oltre quella lavorativa.

Nel seguito di questo articolo mostreremo come alcuni aspetti decisivi della realtà contemporanea possano essere compresi grazie all’apparato categoriale marxiano che abbiamo fin qui delineato. Questa comprensione ci fornirà gli strumenti per una critica degli aspetti devastanti, sul piano ecologico e antropologico, del capitalismo contemporaneo.

II. Il dominio sul vivente

Nel XX secolo si è verificato gradualmente, per lungo tempo del tutto inavvertito, il passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale della materia vivente al capitale. L’allevamento capitalistico degli animali è cominciato, già nell’Inghilterra del Seicento, con la sussunzione formale al capitale di pecore, mucche, galline e conigli. Lana, latte, carne e uova hanno allora cominciato a produrre plusvalore attraverso il lavoro salariato degli allevatori, ed a realizzare plusvalore attraverso la loro vendita come merci in quantità crescenti nei mercati urbani. Le pecore producevano però lana secondo i loro ritmi biologici di sempre, e così le mucche il latte e le galline le uova. Le quantità crescenti di prodotti venivano perciò ottenute aumentando il numero di pecore, mucche e galline allevate. La sussunzione reale ha cominciato ad affacciarsi già negli anni Venti del Novecento, con i primi esperimenti di stabulazione intensiva degli animali sulla costa atlantica degli Stati Uniti. La stabulazione intensiva forzava infatti, ai fini di una maggiore produzione, lo spontaneo ciclo vitale degli animali, fino ad allora, invece, utilizzato come tale. Si trattava, però, soltanto di una prima debole manifestazione di sussunzione reale, che è stata programmaticamente accentuata prima con la somministrazione agli animali di vitamina D in sostituzione della luce solare sempre più sottratta da una stabulazione sempre più concentrazionaria, poi, dopo la scoperta degli antibiotici all’epoca della seconda guerra mondiale, con il loro uso massiccio per prevenire le infezioni altrimenti prodotte negli animali dalla condizione stressante e contagiosa della loro concentrazione in spazi sempre più ristretti. Nella seconda metà del XX secolo la stabulazione intensiva si è progressivamente diffusa anche in Europa, ed è diventata sempre più una macchinizzazione degli animali per accrescere la quantità dei loro prodotti rispetto a quelli forniti dal loro ciclo vitale. Questa prima macchinizzazione ha aperto la strada alla ingegnerizzazione genetica dell’animale, che ne ha completato la riduzione a macchina.

La tecnica del DNA ricombinante è stata scoperta nel 1973 nelle università degli Stati Uniti da Stanley Cohen ed Herbert Boyer, e la sua prima produzione è stata, nel 1975, quella, finanziata dalla General Electric, di un batterio ingegnerizzato per degradare idrocarburi galleggianti. Dopo che l’Ufficio Brevetti aveva respinto la domanda di brevetto di questo batterio, prevedendo la normativa soltanto la brevettabilità di materiali fisici, non biologici, nel 1980 una sentenza della Corte Suprema dichiarava brevettabile il batterio, in quanto più simile ad un reagente chimico che ad un vivente, e nel 1987 un’altra sentenza dichiarava brevettabile, sulla base di pretestuosi artifizi giuridici, qualsiasi processo biologico eccetto quello integrale di un corpo biologico umano.

Le due sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti del 1980 e del 1987 segnano l’adattamento della società alla sussunzione reale della materia vivente al capitale, che è oggi rappresentata dalla mucca artritica, sterile, appesantita da mammelle ipertrofiche, ma produttrice di una quantità doppia di carne e quadrupla di latte rispetto ad una mucca normale, già creata dall’ingegneria genetica, anche se non ancora utilizzata commercialmente a causa del suo troppo breve ciclo artificiale di vita.

Il processo di sussunzione reale della materia vivente al capitale è ormai ad uno stadio avanzato, perché sono ormai tanti i campi nei quali il capitale non si limita più a produrre plusvalore attraverso l’utilizzazione dei cicli biologici dati dalla natura, ma crea, ricombinando a suo modo spezzoni di materia vivente, cicli biologici artificiali per esso più produttivi. Oggi abbiamo infatti piante ingegnerizzate per essere serializzate ad uso commerciale e conservate a tempo indefinito, frutti ed ortaggi di serra al di fuori delle loro stagioni naturali.

Non capire questo nuovo scenario significa allontanarsi senza saperlo dalla possibilità stessa di un reale antagonismo al sistema capitalistico. Occorre sapere che chi oggi mangia spesso carne, chi consuma regolarmente prodotti vegetali fuori della loro produzione naturale, chi accetta la frutta standardizzata e non maturata da supermercato, non solo si nutre male e perde il senso dei sapori, ma dà, per così dire, il suo democratico voto quotidiano a favore dello sfruttamento capitalistico (molto più democratico e molto più determinante del voto nella cabina elettorale), proprio come chi usa frequentemente l’automobile e si affretta a comprare gli ultimi ritrovati della tecnologia immessi sul mercato. Occorre poi una battaglia culturale contro lo scientismo ed i suoi riduzionismi, che sono gli strumenti della sussunzione reale della materia vivente al capitale. Prendiamo ad esempio la somministrazione della vitamina D agli animali stabulati. Essa è legittimata dal pensiero riduzionistico per cui il frequente spezzarsi delle gambe di certi animali stabulati è linearmente riconducibile al mancato assorbimento del calcio dalle ossa, e il mancato assorbimento del calcio è linearmente riconducibile al mancato apporto di vitamina D. E’ in realtà provato che, senza urti traumatici e al di fuori di un’età avanzata, ossa anche molto decalcificate non si spezzano senza cause concomitanti, che nel caso degli animali stabulati sono l’immobilità e le atrofie muscolari. Ed è altresì provato che le vitamine chimicamente sintetizzate hanno minori effetti benefici di quelli dei processi naturali, in questo caso dell’esposizione alla luce solare. Contrastando anche sul piano teorico questa scienza del capitale, può diventare un obiettivo di lotta politica che agli animali dei cui prodotti ci cibiamo siano assicurati un adeguato spazio di vita, libero movimento, fruizione dell’aria e del sole. I difensori dei metodi moderni di allevamento ci dicono che, se tali metodi fossero abbandonati, avremmo carne, latte ed altro in quantità molto minori e a prezzi molto maggiori. Su questo punto hanno ragione. Il torto marcio che è insito in tale ragione può emergere soltanto se alla prospettiva capitalistica dello sviluppo sostituiamo quella riumanizzata della decrescita.

I polli, certo, quando ancora ruspavano, ormai diversi decenni fa, erano un cibo quasi di lusso, inaccessibile alle tasche dei ceti inferiori della società, se non eccezionalmente, in occasione di qualche festa. Ora, invece, che sono allevati in batteria, rappresentano un consumo popolare, accessibile a tutti. E’ stato un guadagno? Lo sarebbe stato se i meno abbienti potessero regolarmente cibarsi, ora, dei polli di allora. Ma non a quei polli essi hanno ora accesso. Capire la sussunzione reale di un certo contenuto al capitale significa capire che il capitale ne cambia il modo di essere, e che esso non è più quindi lo stesso contenuto, proprio come il lavoro dell’operaio alla macchina non è più lo stesso lavoro dell’operaio con i suoi attrezzi. Il pollo che oggi tanto facilmente compare nelle mense dei ceti popolari ha una carne senza sapore, che si stacca facilmente dalle ossa per le tossine derivanti dallo stress dell’allevamento in batteria, carica di antibiotici che il consumatore ovviamente ingerisce, e che gli renderanno meno efficaci o del tutto inefficaci gli antibiotici che in futuro dovesse eventualmente prendere per ragioni mediche. Mangiare carne simile, come la carne bovina che si restringe alla cottura perché rigonfiata artificialmente durante l’allevamento con la somministrazione di farine fatte letteralmente di merda e di residui di idrocarburi, non rappresenta affatto una maggiore diffusione del benessere. Maggiore benessere sarebbe mangiare una o al massimo due volte la settimana buona carne, anziché tutti i giorni cattiva carne (un consumo quotidiano di carne è comunque nocivo, anche nel caso di buona carne). Ma senza i moderni metodi di allevamento non si tornerebbe a togliere del tutto la carne ed altri prodotti di origine animale ai ceti meno abbienti? Quando si pensa questo, lo si pensa perché si immagina la decrescita come una riduzione delle quantità a rapporti sociali invariati. Ma a rapporti sociali invariati la decrescita è impossibile, perché i rapporti sociali vigenti si autoriproducono soltanto attraverso lo sviluppo, in quanto poggiano sulla crescita illimitata del plusvalore. L’attuazione della decrescita scardinerebbe di per se stessa i rapporti sociali vigenti, e non solo consentirebbe, ma esigerebbe redistribuzioni di ricchezza sociale.

III. Il senso comune “sviluppista” e la sua critica

Se si giunge a comprendere a fondo tutta la valenza interpretativa della coppia categoriale di sussunzione formale e sussunzione reale, diventa chiaro che, se si vuole contrastare il vigente sistema dei rapporti sociali con i suoi odierni corollari di barbarie, l’ostacolo principale da rimuovere sul piano delle forme di coscienza, il nemico ideologico da battere, è l’ottusa ideologia dello sviluppo, in quanto essa oggi (non ieri) contiene implicitamente in se stessa tutti gli altri ingredienti mentali dell’accettazione dell’attuale capitalismo. Non a caso l’atto di fede nello sviluppo è conditio sine qua non, proprio come la fedeltà all’alleanza americana e alla sua propaggine sionista, per l’ingresso nell’area di governo. E’ per questo che Rifondazione comunista, una volta entrata nell’Unione, da un lato ha attenuato la sua denuncia della politica di Israele, mettendo in primo piano la falsa priorità del pericolo dell’antisemitismo e la ridicola questione del riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele, ed accettando la partecipazione italiana alla missione militare di sostegno ad Israele in Libano, da un altro ha sposato senza residui la tesi dello sviluppo, chiedendo ripetutamente una legge finanziaria capace di promuovere lo sviluppo stesso.

Chi, perciò, sta dalla parte dello sviluppo, sta di fatto dalla parte del sistema vigente, qualunque illusione coltivi riguardo alla sua collocazione, e si condanna all’inintelligenza della trama di connessioni effettive tra i molteplici aspetti del mondo attuale. Questa adesione all’ideologia dello sviluppo da parte di chi si proclama anticapitalista può assumere le forme più diverse, può venire dal raffinato intellettuale o dal semplice militante, ma in sostanza girerà attorno a pochi argomenti di senso comune che possono essere più o meno riassunti come segue: “I teorici della decrescita vogliono il ritorno all’economia del passato, a costumi sociali arcaici, ai buoni tempi andati. Ma noi non vogliamo tornare alle condizioni di una volta, alla vita media brevissima, alle malattie che non si sapevano curare, alle carestie, alle giornate di lavoro lunghe e tormentose. Vogliamo, come è sempre stato nella tradizione del movimento operaio, lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico liberato però dai condizionamenti, dai vincoli e dalle priorità dell’organizzazione sociale capitalistica”.

A queste argomentazioni di senso comune si possono contrapporre almeno cinque osservazioni estremamente sintetiche, il cui approfondimento va oltre i limiti di questo articolo.

Primo. La decrescita mira ad una riduzione progressiva della quantità di merci e dell’ammontare del prodotto interno lordo, quindi del consumo di energia e di materie prime, ma niente affatto del tenore di vita, che vuole anzi innalzare. Banalmente: quanto più il traffico automobilistico urbano è denso, caotico e lento, e addirittura, quanti più incidenti automobilistici ci sono, tanto più c’è sviluppo (per il maggior consumo di carburante e veicoli, e per il giro di assicurazioni e riparazioni), mentre un sistema efficiente di trasporto pubblico, in una città chiusa al traffico privato, sarebbe decrescita, una decrescita che, in tutta evidenza, migliorerebbe il tenore di vita. Gli esempi di questo tipo sono numerosissimi. Lasciamo a Bush, quando dice “il nostro tenore di vita non è negoziabile”, la confusione fra tenore di vita e quantità di merci, sviluppo e benessere.

Secondo. La decrescita non è affatto antimodernista, perché anzi, mirando a sostituire tecnologie ecologicamente leggere al posto di quelle pesanti, tecnologie di risparmio energetico (non di fonti alternative di energia, a cui essa è in linea di principio contraria) al posto di quelle dissipatrici di energia, promuove, anche in pratica (si pensi alle invenzioni documentate, anche se rifiutate dall’industria, di alcuni scienziati impegnati su questa linea), tecnologie in cui ci sono più “logie”, cioè apporti scientifici, che mere tecniche, e promuove, quindi, una modernità più evoluta.

Terzo. La decrescita non vuole proprio per niente tornare a costumi sociali arcaici e ad una economica arcaica. Al contrario, la decrescita è finalizzata ad una evoluzione dell’economia che la connetta più strettamente ai bisogni sociali, ad uno stile di vita più edonista perché non trascinato dalla rincorsa stressante a consumi superflui o, peggio, resi necessari dalla cattiva organizzazione sociale. Il benessere ed i piaceri della vita non crescono al crescere della quantità di merci, rifiuti e scarichi tossici (il consumismo è il falso edonismo di gente interiormente vuota e disperata), ma crescono con la selezione qualitativa dei beni prodotti.

Quarto. Ciò che eventualmente fa ricadere nei mali dei tempi andati non è la decrescita, ma proprio lo sviluppo. Quello che oggi chiamiamo progresso ci sta riportando ai mali di cento anni fa, come la mancanza di ogni diritto del lavoro attraverso lo smantellamento progressivo di tutte le conquiste delle lotte operaie dell’epoca keynesiano-fordista, ormai irreversibilmente tramontata, e persino a certi mali di trecento anni fa, che si ritenevano definitivamente debellati. Si pensi a come stanno ridiventando incerti e pericolosi i viaggi ed il turismo, ai danni fatti ogni anno da pochi giorni di pioggia o di neve, al riaffacciarsi di gravi epidemie. Ciò che è lo sviluppo andrebbe visto da una prospettiva più ampia di quella delle metropoli occidentali. La recente strage provocata in Costa d’Avorio dai rifiuti “importati” è un tipico prodotto dello sviluppo, che fa crescere a dismisura i rifiuti tossici e ne devia lo scarico nei paesi più deboli.

Quinto. L’idea di uno sviluppo non capitalistico è una illusione. L’intera storia del Novecento dimostra in abbondanza che non c’è altro sviluppo che quello interno al capitalismo. Chi sogna uno sviluppo non capitalistico deve assumersi l’onere della prova, deve spiegarci dove si potrà mai trovare questa araba fenice. Nella realtà, chi vuole lo sviluppo vuole il capitalismo, qualsiasi siano le illusioni ideologiche con le quali occulta questa semplice verità. Sesto. La crescente aggressività imperialistica è figlia dello sviluppo, che obbliga ad un sempre più vasto accaparramento delle risorse mondiali da parte delle principali potenze, e spinge l’Europa a stare sempre, alla fine, per le paure dei suoi ceti dirigenti, a rimorchio degli Stati Uniti. La frase prima citata di Bush è stata del resto pronunciata proprio per giustificare la “guerra infinita”. Non si possono contrastare le derive belliche dell’imperialismo attuale se non in una prospettiva di decrescita. Chi è a favore dello sviluppo è, anche se crede il contrario, a favore delle guerre imperialistiche che dello sviluppo sono un corollario.

IV. La sussunzione della persona umana

Un momento di straordinaria importanza nel passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale al capitale è quello che riguarda le strutture delle condotte personali. Il capitale, man mano che ha sussunto realmente sotto di sé il lavoro, ha piegato alle sue esigenze le personalità dei lavoratori, personalità, però, strutturate precedentemente ad esso. I lavoratori che hanno erogato lavoro al capitale secondo le modalità imposte dalla macchina della produzione capitalistica, cioè, vi si sono adattati con le loro personalità costituite da processi educativi propri delle tradizioni dei loro paesi, e sempre incentrati prioritariamente sulle comunità familiari (secondariamente su parrocchie, corporazioni di mestieri, comunità di villaggi, collegi). Le società capitalistiche dell’Ottocento, largamente determinate dalla cultura e dall’etica delle classi borghesi, hanno accentuato il peso della famiglia nella formazione della personalità individuale. Tale contesto spiega la nascita della psicoanalisi e la concettualizzazione della psiche come meccanismo funzionalmente autonomo dell’interiorità individuale. La psiche così intesa è stata l’indiscusso, comune postulato di base di tutte le teorie psicoanalitiche, e la sorgente, secondo l’opinione generalmente condivisa, delle condotte personali degli individui.

Nella seconda metà del XX secolo avviene però il passaggio di straordinaria importanza cui si è accennato, e cioè la graduale sussunzione reale delle strutture stesse delle condotte personali sotto una produzione capitalistica orizzontalmente dilatatasi su scala sempre più vasta, e verticalmente penetrata a livelli sempre più profondi dell’esistenza umana. La personalità individuale degli esseri umani comincia così a diventare una determinazione sociale sempre più diretta della riproduzione allargata del capitale, ovvero dell’economia del plusvalore. Se non si comprende questa trasformazione, ogni impegno anticapitalistico diventa vano e verbalistico. Le personalità stesse di coloro che intendono contrastare il sistema sociale vigente sono infatti strutturate nella loro immediatezza dal sistema stesso, ed orientate quindi a promuoverlo inavvertitamente in tanti aspetti del loro agire e pensare, a meno che non abbiano trasceso la loro immediatezza in una riflessione consapevole in grado di limitarne il condizionamento (mai evitabile ovviamente del tutto). Orientarsi contro il sistema vigente è stato in un certo senso più facile per un individuo fino a cinquant’anni fa (ciò naturalmente non significa che fosse più facile vincere, perché in assenza di condizioni storiche favorevoli proprio la coerenza nell’orientamento contro il sistema esponeva ad essere schiacciati dalla repressione). Fino ad allora, infatti, il sistema ha operato nelle condizioni di vita sociale in cui l’individuo era incluso, mentre oggi (naturalmente, come ogni altra schematizzazione utile, anche questa deve essere presa con il dovuto grano di sale) opera non soltanto in quelle condizioni dell’individuo, ma nella stessa interiorità dei suoi desideri, dei suoi timori, e dei suoi modi di percepire e di valutare le situazioni. Così il sistema socioeconomico vigente ha avuto il suo funzionamento sempre più assicurato dagli automatismi comportamentali di massa, paradossalmente proprio da quando le sue contraddizioni lo hanno reso più vulnerabile, e da quando ha pienamente mostrato di non poter funzionare se non trascinando il genere umano nel baratro del disfacimento sociale e del collasso ambientale. Il compimento della sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale ha infatti indebolito l’opposizione al sistema molto più di quanto il sistema stesso sia diventato oggettivamente più vulnerabile, cosicché esso, nonostante le sue crescenti contraddizioni interne, è diventato comparativamente più forte. I suoi oppositori per lo più non sanno comprendere la plasmazione capitalistica della loro personalità, e non ne sanno quindi correggere le determinazioni immediate. In questo modo la loro opposizione è inefficace perché non in grado di individuare i luoghi sociali dove passano le catene sistemiche.

Ad esempio: capire che le cosiddette missioni di pace sono partecipazioni a guerre imperialistiche, e che la guerra al terrorismo è una copertura dell’espansionismo militare statunitense, è alla portata mentale di qualunque persona moralmente non depravata. Succede però spesso che un militante “antimperialista” si muova frequentemente e naturalmente in automobile, senza rendersi conto che bruciare benzina nel motore significa votare per il sistema in maniera ben più sostanziale che con una scheda elettorale, e che un luogo imprescindibile di attacco al sistema stesso sarebbe quello della circolazione autoveicolare privata. Perché non si sono mai visti “rivoluzionari” agire sabotando il traffico cittadino e rivendicando mezzi di trasporto pubblici e non inquinanti? Perché è così difficile comprendere che, data l’importanza primaria di crescenti consumi energetici tanto per la produzione quanto per il realizzo di plusvalore, e data la potenza conferita alle oligarchie imperialistiche dall’uso di massa dei combustibili fossili, una battaglia vera contro il sistema non può svolgersi se non anche come battaglia contro lo stile di vita collettivo basato sulla mobilità attraverso gli autoveicoli a motore? Essenzialmente perché lo stesso oppositore ha in molti casi una personalità adattata a vivere senza troppo soffrirne in mezzo alle conseguenze negative del traffico autoveicolare privato (rumori incessanti, gas di scarico, bruttezza degli ambienti) e ad accettare quella particolare privatizzazione e desocializzazione della strada che la circolazione automobilistica crea. La sua personalità così adattata è una determinazione del capitale, ma egli non lo sa, e, non sapendolo, non è emotivamente coinvolto più di tanto rispetto al sistema della mobilità urbana, che gli appare istintivamente di poco peso rispetto ai grandi temi. Questa situazione è quasi simboleggiata dalla tante bandiere della pace appese a finestre e balconi dall’inizio della guerra irachena, annerite dalla lunga esposizione all’aria inquinata delle città, e prive della benché minima influenza politica: mettere benzina nel proprio motore è dare benzina al turbocapitalismo imperialistico annerendo ogni lotta alla guerra.

Un altro esempio: chi si vuole oppositore del sistema vigente vede bene che deve opporsi alla precarizzazione del lavoro, allo smantellamento della previdenza pubblica, alla schiavizzazione dei lavoratori stranieri, alla riduzione dei posti di lavoro, e via dicendo, ma spesso la sua vista si appanna di fronte al nodo dello sviluppo e alla necessità della decrescita del prodotto interno lordo. Benché basti un po’ di serio studio per capire come i mali sopra indicati derivino dallo sviluppo della produzione di merci, come lo sviluppo coniugato con l’equità o lo sviluppo ecologicamente sostenibile siano pure fandonie, essendo da quarant’anni lo sviluppo necessariamente insostenibile dall’ambiente e fonte di crescenti diseguaglianze, e come solo la concreta ricerca di modalità di convivenza sociale che facciano decrescere il prodotto interno lordo consenta di combattere effettivamente la logica socialmente devastante del profitto capitalistico, succede tuttavia che la questione dello sviluppo lascia per lo più praticamente e mentalmente inerti quanti si sentono e si considerano antagonisti. Anzi, si può dire che la freddezza riguardo alla decrescita, l’incapacità di sentirne l’urgenza, e la tendenza a fraintenderne il senso, sono tipici segni rivelatori di una struttura della personalità realmente sussunta sotto il capitale: una tale personalità, infatti, ha interiorizzato lo sviluppo come modello di comportamento individuale, per cui manca della sensibilità per cogliere il valore di aspetti statici del paesaggio naturale e sociale, e per soffrire della loro dissoluzione, cosicché i processi innovativi del capitalismo non lo spaventano se non nelle loro conseguenze sulle condizioni di lavoro e sui livelli di reddito. Facciamo un esempio: fino a qualche decennio fa un aspetto statico del paesaggio sociale era la costellazione di piccoli negozi di quartiere, che servivano una clientela fissa di abitanti del quartiere stesso. Ebbene: per una personalità che ha interiorizzato lo sviluppo, il passaggio alla grande distribuzione non rappresenta un vissuto negativo, perché la più ampia gamma di merci acquistabili, ed i loro prezzi più contenuti, fanno premio sugli aspetti negativi della grande distribuzione, che non danno fastidio alla sua sensibilità. Fra questi aspetti negativi, possiamo ricordare l’aumento della circolazione veicolare indotto dal maggior afflusso di clienti in automobile e dalla maggiore quantità di merci che vengono trasportate da lontano, l’aumento dei rifiuti prodotti dal consumo, dovuto al fatto che le merci nei supermercati sono confezionate con maggiori quantità di imballaggi, l’esclusione dei piccoli produttori locali che in molti casi non sono in grado di fornire le merci nelle quantità e nei tempi richiesti dalla grande distribuzione. Tutti questi aspetti negativi, come dicevamo, non vengono colti dalla persona che ha interiorizzato lo sviluppo. Anzi, se l’individuo si considera anticapitalista, la piccola distribuzione diffusa gli parrà piuttosto un arcaismo piccolo-borghese degno di essere superato. In realtà l’adattamento di massa alla grande distribuzione è un elemento catalizzatore dell’economia del plusvalore, oggi quasi obbligato dalle condizioni esteriori di vita create dal capitale, ma inizialmente facilitato da tendenze interne degli individui, anch’esse prodotte dal capitale.

V. Le forme della personalità nella sussunzione reale: il disprezzo di sé


Torniamo ora dal livello delle esemplificazioni a quello della teoria. Si è dunque compiuta, nel nostro tempo, la sussunzione reale della personalità individuale sotto il capitale. Il tramite attraverso cui è avvenuto il suo compimento è stato l’inconscio disprezzo di sé scavato nell’individuo dalla sempre più estesa e profonda penetrazione sociale del capitale. Vediamo. Una premessa necessaria per seguire il discorso è intendere che quando si parla a questo livello di disprezzo di sé ci si riferisce ad un elemento della personalità vissuto inconsciamente, e quindi non direttamente percepito né esteriormente visibile come tale, perché le sue manifestazioni esterne si sviluppano per compensarlo e negarlo. Chi non possiede capacità interpretative in questo campo rischia perciò di non capire cosa sia il disprezzo di sé nell’individuo plasmato dal capitale, perché non coglie, in atteggiamenti che sembrano soltanto presuntuosi, inopportuni, arroganti, o semplicemente eccentrici e sfasati, l’aspetto reattivo e occultante riguardo a ciò che li sottende, cioè appunto il disprezzo di sé.

Cosa significa, dunque, a questo livello, disprezzo di sé? Significa la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile (fantasia nel significato psicoanalitico di immagine interna inconscia). Significa disgusto per la propria debolezza, inconsciamente rappresentata come bersaglio di aggressioni, manipolazioni e atti di umiliazione. Significa aspettativa di una squalifica da parte degli altri, ed ansia di confronto con loro.

L’individuo che internamente teme di essere sfruttato, depauperato ed umiliato perché debole, non esteriorizza questo suo timore come tale, neppure ai suoi stessi occhi, ma lo esorcizza con apparenti esibizioni di forza fatte di prevaricazioni ed umiliazioni dell’altro. Ad esempio, la spudoratezza aggressiva di un Vittorio Sgarbi o di un Giuliano Ferrara è una chiara manifestazione compensatoria del disprezzo di sé (e quindi dell’altrui umanità e dei valori morali) di questi personaggi.

Come, però, il capitale, oltre un certo livello del suo sviluppo, produce autocoscienze individuali costituite da un’immagine disprezzata di sé? Oltre un certo livello del suo sviluppo, il capitale non può realizzare il plusvalore che produce se non con un ritmo particolarmente veloce degli acquisti di massa delle merci. Questa velocità cambia l’immagine sociale della merce. Essa diventa un oggetto da consumare in maniera rapida e definitiva, e da ridurre poi subito a rifiuto. Il risultato di questa nuova immagine sociale della merce è che l’individuo non trova più nei suoi beni materiali i segni esteriori della durata dello spirito umano nel tempo. Per un giovane di oggi, ad esempio, è difficile persino immaginare come fino a cinquant’anni fa ai mobili e agli utensili di una casa fossero annodati usi di vita e ricordi delle generazioni passate. Il consumo così come è determinato dall’odierna immagine sociale della merce costituisce quindi come inessenzialità gli oggetti d’uso dell’individuo, e di conseguenza il perimetro materiale della sua vita, e di conseguenza lui stesso. Ma l’inessenzialità è per definizione ciò che non merita rispetto, e non meritare rispetto significa essere disprezzabile. Perciò l’individuo che non rispetta gli oggetti, perché li consuma velocemente, e che non rispetta il suo ambiente, perchè lo sporca con gli oggetti trasformati in rifiuti, si costituisce nel disprezzo di sé.

Al livello di sviluppo che esige il veloce consumo di massa per realizzare il plusvalore, il capitale non potrebbe neanche produrlo, quel plusvalore rappresentato da una quantità divenuta gigantesca di merci, senza la potenza produttrice data dall’interattività generale dei mezzi tecnici. La tecnica, a questo punto, non è più un semplice insieme per quanto numeroso di strumenti e processi artificiali, ma è la rete mediatrice di tutte le interazioni pratiche, ovvero sostituisce la natura come ambiente dell’uomo. La tecnica divenuta ambiente, rendendo l’uso delle sue connessioni condizione di efficacia delle azioni, riduce le condotte personali a comportamenti standardizzati, cosicché l’individuo diventa nel suo agire un esemplare del tutto intercambiabile di pratiche sociali precodificate, togliendogli ogni unicità, e quindi ogni valore, ai suoi stessi occhi. Anche per questa via, dunque, il capitale giunto all’odierno grado di sviluppo porta l’individuo al disprezzo di sé.

La stessa costellazione sistemica che scava nell’individuo il disprezzo di sé gli fornisce i mezzi con cui sfuggire alla sofferenza del suo morso allontanandolo dalla coscienza. Alla diversità di tali mezzi corrisponde la diversità delle forme di personalità plasmate dal capitale.

VI. Le forme della personalità nella sussunzione reale: la personalità concretista


Un mezzo con cui sfuggire alla coscienza, e quindi alla sofferenza, del disprezzo di sé, è quello di farsi rassicurare dalle procedure che, rendendo efficaci le azioni dell’individuo, lo rendono riconoscibile agli altri. Nasce così un tipo di personalità che possiamo chiamare concretista, perché è quella di un individuo che si rappresenta a se stesso e si comunica agli altri esclusivamente attraverso atti e ruoli funzionali alle strutture ed alle finalità concrete di un’organizzazione concretamente operante nella società. La personalità concretista è quindi costituita attorno all’appartenenza. Per capire questo tipo di personalità si deve dunque porre attenzione non a ciò a cui essa si fa appartenere, che può essere un’azienda, un partito, un sindacato, un gruppo sportivo o altro ancora, ma al senso del suo appartenere in quanto tale.

L’appartenenza è, per l’individuo concretista, un elemento fondamentale della sua definizione di sé, con cui egli sfugge al sentimento della sua nullità. La sua appartenenza soltanto gli dice chi è e che cosa vuole. Il suo agire in funzione della sua appartenenza è ciò che lo fa sentire riconoscibile ed efficace.

L’appartenenza è, per l’individuo concretista, il pavimento sotto il quale non c’è che il suo vuoto. Egli non può quindi rinunciarvi per nessuna ragione, perché rinunciandovi si affaccerebbe al baratro del disprezzo di sé, per cui gli argomenti razionali con lui non valgono. Qualsiasi insulso sofisma gli è buono per giustificare in ogni circostanza la perpetuazione della sua appartenenza ad una certa organizzazione. L’appartenenza è infatti la sua stessa identità. L’individuo concretista, cioè, non ha un essere da cui si diramano le sue appartenenze, le sue appartenenze sono il suo solo essere, o, meglio, sono un involucro di ruoli e compiti che gli sostituiscono l’essere che non ha, rivestendo il suo vuoto.

Una simile personalità è congegnata per rendere più scorrevole il funzionamento del capitalismo. Basti pensare al comportamento di milioni di individui che fanno riferimento ai dirigenti politici ex-comunisti. Se fossero individui razionali, o anche soltanto dotati di personalità risultanti da un’educazione, provenendo da una tradizione di sinistra, e quindi orientata alla pace tra i popoli e all’emancipazione del lavoro, avrebbero smesso inorriditi di votare il loro partito quando esso per la prima volta nella storia della Repubblica ha portato l’Italia in guerra, violando la Costituzione, e quando esso ha dato mano allo smantellamento delle garanzie del lavoro e alle privatizzazioni selvagge. Trattandosi invece di individui dotati di personalità concretista, hanno mentalizzato vacuità di ogni genere con cui ribadire, anche attraverso innocue disapprovazioni, la loro appartenenza al partito. Così, grazie a milioni di individui privi di qualsiasi forma di personalità che non sia la mera appartenenza fine a se stessa, il sistema vigente ha reso funzionale la sinistra alla più laida logica capitalistica senza indebolirla sul piano del consenso.

VII. Le forme della personalità nella sussunzione reale: la personalità narcisista

Un altro mezzo con cui sfuggire alla coscienza, e quindi alla sofferenza, del disprezzo di sé, è quello di trasfigurarlo in un’autorappresentazione grandiosa della propria personalità. Nasce così la personalità narcisista. Inscenare agli altri ed a se stessi un “sé grandioso” come scudo protettivo occultante di un proprio sé anteriore svalutato e rifiutato è una forma di soggettivazione esistita anche in epoche paleocapitalistiche e precapitalistiche. Un esempio famoso e indiscutibile di personalità narcisistica è quello di Napoleone, che, angosciato dal disprezzo di sé quando frequentava la scuola militare, dove gli altri allievi ufficiali lo emarginavano e lo schernivano perché non nobile e non francese, lo ha poi ipercompensato nell’immagine gloriosa e carismatica di se stesso. L’esempio di Napoleone è istruttivo per due ragioni: serve a ricordare sia che la personalità narcisistica è esistita prima del capitalismo, sia che l’immagine grandiosa di sé corrisponde non infrequentemente ad un talento reale. Il fatto, cioè, che il “sé grandioso” del narcisista sia reattivo, compensatorio e nascondente rispetto ad un sottostante disprezzo di sé mai dissolto, non significa che sia fittizio ed inconsistente. Mentre cioè la personalità concretista è servile e non creativa, la personalità narcisista può essere brillante, anticonformista e persino straordinaria. In ogni caso, però, il disprezzo di sé che la guida la rende sprezzante per l’umanità degli esseri umani, ed essenzialmente distruttiva. Napoleone, ancora, ne è esempio. Personalità narcisiste, dunque, ci sono sempre state. Da mezzo secolo a questa parte, però, il capitale le produce direttamente e in serie. Il ritmo sempre più veloce del consumo, necessario al realizzo del plusvalore, costruisce infatti nell’individuo, attraverso l’introiezione dei caratteri della merce usata, la fantasia di essere sfruttabile e depauperabile, il disgusto per la propria debolezza, la paura di essere distrutto dalle altrui valutazioni negative. Nello stesso tempo l’industria del consumo lo indirizza a proiettare inconsciamente la sua fantasticata sfruttabilità in quella della merce acquistata, in modo che il suo consumo avido e fugace gli funge da riempimento del proprio sé vuoto. L’immagine del proprio essere diventa a questo punto quella del proprio avere esibito agli altri, che capovolge, sia pure illusoriamente, la debolezza in potenza: se posso esibire un’automobile lussuosa e potente, o la rumorosità assordante della mia moto, ho un senso di potenza. L’industria della promozione del consumo fa inoltre apparire la merce come scudo protettivo contro le altrui valutazioni negative: se sono elegantemente vestito, mi sento accettabile, e se uso tutti gli ultimi ritrovati della tecnica, mi sento importante anche se sono una nullità. La costituzione del soggetto come terminale della circolazione delle merci contiene dunque gli elementi basilari del narcisismo: disprezzo di sé a livello più profondo, autorappresentazione ipercompensatoria di tale disprezzo di sé a livello più superficiale, terrore della propria debolezza, distruttività compensatoria. Ma tali elementi non sono ancora la personalità narcisistica, e possono sfociare in altre forme di personalità di cui qui non parliamo. Perché si formi una personalità narcisistica occorre che su questi elementi di base si innestino altre vicende: una storia familiare che abbia iniziato e poi accentuato il disprezzo di sé, ed un’educazione intellettuale che abbia trasferito l’autorappresentazione ipercompensatoria dal rapporto con la merce a quello con le persone, ed abbia consentito di investirvi abilità effettive e talenti mentali.

Nella società contemporanea, quindi, la personalità narcisistica è molto diffusa fra quanti sono stati acculturati dalla scuola ed esercitano professioni intellettuali. Ci sono settori che coagulano in modo particolare le personalità narcisistiche: il mondo dello spettacolo, quello dell’informazione, l’università e la dirigenza politica, quest’ultima soprattutto nelle aree antagonistiche al potere governativo. La presenza di tante personalità narcisistiche in posizioni dirigenziali di aree antagonistiche è l’espressione della capacità del capitale di riciclare a proprio vantaggio le forze inizialmente antagonistiche spogliandole di ogni sostanza realmente oppositiva e lasciando loro solo l’apparenza dell’antagonismo. Ciò è accaduto per la prima volta nel ’68 e nella successiva vicenda dei gruppi extraparlamentari, il cui rivoluzionarismo è stato reso in larga misura una finzione dalla personalità narcisistica dei loro capetti, oltre che dalla incapacità di capire dei militanti che li hanno seguiti. La personalità narcisistica finisce infatti inevitabilmente per rovinare tutto ciò che tocca in ragione delle sue stesse caratteristiche: non rispetta gli altri, non accetta da loro giudizi negativi, li vuole soltanto spettatori accettanti e cooperatori subalterni della sua grandezza, li scarta quando non gli servono e cerca di distruggerli quando gli si oppongono, e finché svolgono la parte che attribuisce loro li manipola e sfrutta le loro risorse personali. La sorgente comune di tutti questi caratteri è la cosiddetta “solitudine narcisistica”: il narcisista nasce come tale rifiutando di autopercepirsi in uno stato di dipendenza emotiva che lo metta a contatto con la sua fragilità esistenziale. La mancanza di rispetto narcisistica per gli altri, ridotti a puri spettatori e sostenitori del “sé grandioso”, è volontà di sottrarsi alla dimensione dell’intersoggettività, in quanto rivelatrice di fragilità e dipendenza: se gli altri sono liberi di vedermi come vogliono, dipendo da loro e loro possono distruggere la mia grandezza, rendendomi disprezzabile, per cui devo manipolarli per farmi vedere come voglio io, e se non ci riesco devo annientarli. La difesa narcisistica dall’introiezione di qualsiasi valutazione negativa dei suoi comportamenti e delle sue intenzioni è una copertura del disprezzo del proprio sé fragile: l’immagine grandiosa con cui ho evitato di disprezzarmi viene dissolta se lascio che vi si appiccichino giudizi squalificanti, per cui l’unico modo per non tornare a disprezzarmi è non farmi giudicare dagli altri. L’autoattribuzione narcisistica di un diritto di sfruttamento depauperante delle altrui risorse personali è una protezione dal rischio immaginario di essere dissanguati dalla reciprocità della dipendenza: se assoggetto gli altri, non dipendo da loro e la mia fragilità non ne è divorata. Un movimento incapace di contenere i suoi membri narcisisti, e di emarginarli quando non si fanno contenere, non può essere realmente antagonistico al sistema di potere vigente, perché non sa riconoscere i comportamenti che lo alimentano, e subisce di conseguenza una restrizione anchilosante della sua visuale teorica. Non si tratta qui, ovviamente, di psicologia, perché non si tratta di fare un test della personalità degli individui, ma di saper individuare comportamenti pratici ed opacità teoriche, derivanti da forme nuove della personalità, che sono funzionali al capitale anche quando si presentano in veste antagonistica. Per saperli individuare occorre conoscere quelle forme della personalità. Neanche tale conoscenza, peraltro, è psicologia, ed il crederlo manifesta una opacità preliminare alla sua comprensione. Psicologia è, come dice la parola stessa, discorso sulla psiche, e la psiche è, nel contesto delle attuali discipline di studio, un ambito interno all’individuo, dotato di autonomia funzionale, che genera i suoi comportamenti. L’esame qui accennato delle forme della personalità le mostra generate non dalla mitica psiche, ma da un rapporto sociale esterno agli individui singoli, il capitale, oltre un certo grado del suo sviluppo. Non comprendere le nuove forme della personalità emerse nella seconda metà del XX secolo significa dunque non già lasciare da parte la psicologia per concentrarsi sulla storia, ma ignorare l’odierno livello di sviluppo, del capitale, giunto a sussumere realmente sotto di sé persino la formazione delle personalità individuali.

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martedì 30 luglio 2013

«SGANCIAMENTO» - Linea1 e Linea2 su euro e debito di Leonardo Mazzei

30 luglio. RIPUDIARE IL DEBITO PUBBLICO ED USCIRE DALL'EURO: PER NOI DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA, i primi due punti del programma per la riconquista della sovranità nazionale e popolare; per altri, invece, due strade alternative fra loro. Ecco un nodo degno di essere affrontato. 

Prima di entrare nel merito è bene però fare alcune osservazioni. La prima, è che le forze che hanno maturato la consapevolezza dell'assoluta centralità di queste due questioni (debito e moneta unica) sono ancora troppo deboli. La seconda, è che saranno invece i fatti a mettere questi due temi al centro della scena. La terza è che, come conseguenza di tutto ciò, quando verrà il momento il grosso delle realtà potenzialmente anticapitaliste ed alternative si troverà del tutto impreparato.

Un'impreparazione che, sommata alla profonda spoliticizzazione di massa figlia di un trentennio letargico, non potrà che favorire la gestione oligarchica di questi decisivi passaggi.

Sia chiaro, il blocco dominante non intende rinunciare all'euro. E, data la sua compenetrazione e subalternità al sistema di dominio della finanza euro-atlantica, esso non ha alcuna intenzione di intervenire, ristrutturandolo, sul debito. Il dogma di queste sanguisughe è che il debito va pagato. E, considerato anche che loro sono dalla parte dei creditori, va pagato in euro.

Questa è, ancora oggi, la linea prevalente. Quella che ha imposto il Napolitano bis al Quirinale e Letta il giovane a Palazzo Chigi. E' la linea che prevede nuovi e devastanti sacrifici per la stragrande maggioranza della popolazione italiana. Ma è anche una linea che fa acqua da tutte le parti e che, dunque, ad un certo punto potrebbe essere parzialmente abbandonata almeno da un settore della classe dominante.

Come avverrà questo cambio non possiamo ancora saperlo. Quel che è certo è che le forze sistemiche faranno di tutto per poterlo gestire, con il minimo di contraccolpi sociali e politici e con il massimo dei vantaggi per se stesse.

Che una cancellazione parziale del debito sia possibile all'interno di precisi vincoli sistemici ce lo ha dimostrato il caso greco. Lì, sotto l'egida della Troika, una significativa ristrutturazione è già avvenuta, ed un'altra sembra ormai all'orizzonte. Ma tutto ciò è stato possibile solo in cambio di nuove misure draconiane e della riduzione del Paese ad uno stato di dipendenza assoluta dalle direttive del trio Ue-Bce-Fmi.

Perché ciò sia avvenuto è abbastanza chiaro: il debito era comunque inesigibile, ma mentre un default incontrollato avrebbe messo in discussione l'euro, una «sforbiciata» controllata ha consentito di salvare, per ora, la moneta unica. Che tutto questo sia servito a ben poco, dal punto di vista dei fondamentali dell'economia greca, è un altro discorso. Quel che qui giova rilevare è invece lo stretto legame tra le questioni del debito e dell'euro.

Nel caso greco si è intervenuti sul debito per mantenere in vita l'euro. Una scelta che potrebbe ripetersi anche in altri paesi. Ma niente esclude, almeno in linea di principio, che in altri casi le stesse forze sistemiche possano optare per una temporanea uscita dall'euro, magari all'interno di un sistema di cambi flessibili, onde garantirsi il pagamento del debito e (almeno questo è il loro obiettivo) il futuro rientro nella gabbia della moneta unica.

Quel che vogliamo dire, in sostanza, è che il blocco dominante è certamente ostinato nella difesa della moneta unica e dei vincoli che ne discendono, ma ben presto gli interessi sistemici potrebbero imporre delle «soluzioni» meno rigide e meno ortodosse. L'attuale ostinazione infatti non determina soltanto una macelleria sociale senza sosta, produce anche una recessione (o quantomeno una stagnazione) senza sbocchi.

Ma un capitalismo senza crescita è come un ciclista che non è più in grado di pedalare: alla fine cade. Per salvarsi le forze sistemiche potranno dunque rinunciare - almeno temporaneamente, almeno parzialmente - ai loro dogmi attuali. Il compito delle forze anti-sistemiche - sia che si verifichi l'ipotesi di cui sopra, sia che prevalga la linea dell'ostinata difesa dello status quo -  dovrà essere invece quello della costruzione di un blocco e di un fronte politico-sociale capace di travolgere integralmente quei dogmi e quelle forze, per avviare un processo di sganciamento dal sistema che abbiamo definito capitalismo-casinò.

Uno sganciamento che implica sia il ripudio del debito, che l'uscita dalla moneta unica. Avendo chiaro che l'obiettivo di fondo è proprio lo sganciamento, mentre le scelte su debito e moneta sono «solo» due strumenti per perseguire questo obiettivo. Al tempo stesso, repetita juvant, nel cuore di una crisi epocale come quella che viviamo, nello specifico delle odierne condizioni dell'Italia e dell'Europa, non esiste alcuna ipotesi di sganciamento che non affronti con decisione entrambi i nodi del debito e dell'euro. 

  
Linea 1 e Linea 2

E qui torniamo al punto da cui siamo partiti. Mentre infatti buona parte della sinistra pare ancora in tutt'altre faccende affaccendata, anche tra chi ha compreso la centralità di queste questioni regna una certa confusione. Abbiamo chi pone da tempo la necessità di ripudiare il debito, ma guardandosi bene da affrontare il nodo dell'euro (chiameremo questa posizione linea 1). Abbiamo, viceversa, chi mette al centro l'uscita dall'euro, pensando che sia sufficiente da sola a far rientrare in limiti fisiologici (e dunque gestibili) il problema del debito (la chiameremo linea 2).

Cosa hanno in comune, e in cosa differiscono, queste due posizioni?


Certo, al loro interno possono esservi - ed in effetti vi sono - tante sfaccettature, ma volendo andare al sodo la differenza sta nel fatto che la linea 1 piace di più negli ambienti della sinistra che ha il terrore del concetto stesso di sovranità, mentre la linea 2 può catturare consensi anche in un'area liberista ma non eurista. Mentre i primi provano una sorta di sacro terrore nel mettere seriamente in discussione il processo di globalizzazione, i secondi intendono sì collocarvisi, ma in posizione meno subalterna. Se i primi si proclamano anti-liberisti, rifiutandosi però di rompere davvero con gli strumenti decisivi della politica liberista; i secondi quegli strumenti li vorrebbero mettere in discussione, ma solo per riaffermare a modo loro il liberismo e tutto quel che ne consegue.

Fin qui le differenze. Ma quali sono, invece, le comunanze?


Anche in questo caso, andando all'essenziale, la comunanza è una. Ed essa consiste nel fatto che nessuna delle due linee punta davvero ad uno sganciamento dal capitalismo-casinò, cioè dalla forma concreta assunta dal sistema capitalistico nella nostra epoca. Che sia così per chi persegue un'uscita dall'euro solo per ridare competitività alle imprese attraverso la svalutazione è scontato. Ma è così anche per chi, su posizioni anti-capitaliste, vorrebbe affrontare la questione del debito solo per riconquistare qualche margine al welfare, senza andare alla radice del problema, e cioè al fatto che l'euro non è solo una moneta ma anche un preciso sistema di dominio di classe. Ed è così anche per chi sostiene che non si possono fare le due cose insieme perché altrimenti «i mercati si arrabbiano».

Certo che si «arrabbierebbero». Che pensiamo, di imporre una svolta radicale alla politica del paese, senza che l'attuale classe dominante e le oligarchie internazionali reagiscano? Ovvio che nessuno può pensarlo. Ma credere di poter uscire dalla catastrofe in corso senza un programma di misure urgenti, incentrato sull'uscita dall'euro e l'abbattimento del debito, sarebbe altrettanto irresponsabile. Dunque non c'è altro da fare che prepararsi a sostenere uno scontro senza esclusione di colpi.


Sganciamento

Qui, a costo di ripetersi, si impone una precisazione. Il ragionamento che stiamo svolgendo riguarda un percorso di sganciamento dal capitalismo-casinò, frutto di una sollevazione popolare. Naturalmente tutto ciò richiede almeno tre cose: un vero risveglio del popolo lavoratore, un fronte in grado di guidare la sollevazione, un programma d'emergenza forte e condiviso tra le masse. Tre condizioni oggi assenti, tre condizioni da costruire se non si vuol continuare a subire passivamente il massacro sociale in atto.

Abbiamo già detto che lo stesso blocco dominante potrebbe, ad un certo punto, essere costretto ad intervenire sul debito o sulla moneta, ma non è di questo che qui parliamo. Casomai, il fatto che questa eventualità non sia da scartare è un'altra conferma di quanto questi temi siano quelli oggi decisivi e centrali. Ma mentre il blocco dominante opererebbe quelle scelte solo per necessità, con la precisa volontà di restare dentro la cornice del capitalismo-casinò, il nostro obiettivo dovrà essere proprio quello di sganciarsi da questo sistema.

Che questa nostra impostazione sia del tutto alternativa a quella delle forze sistemiche è naturalmente un'ovvietà. Un'ovvietà che merita però di essere segnalata, dato che anche i settori dichiaratamente anti-sistemici che non colgono la centralità ed il nesso indissolubile tra debito e moneta finiscono - più o meno consapevolmente - per escludere un vero progetto di sganciamento.

Giunti a questo punto è doveroso precisare cosa intendiamo per sganciamento.
Abbiamo già visto che la mera uscita dall'euro, se non accompagnata da un programma di politica economica alternativa (includente l'intervento sul debito, ma non solo), non configura da sola un percorso di sganciamento. Idem per una ristrutturazione del debito alla «greca», teleguidata dalla Troika dentro precisi vincoli sistemici.

Lo sganciamento richiede anzitutto analisi, volontà e lucidità politica. La crisi non è solo crisi europea. Essa ha anzi preso le mosse dagli USA. La crisi non è semplicemente crisi del sistema capitalistico, essa è innanzitutto crisi della specifica forma che il sistema ha assunto in epoca più recente, ed in misura più accentuata nell'area occidentale.

E' qui che il sistema ha fatto crack, ed è qui che può essere attaccato. Oggi, a causa dell'intreccio tra l'iper-finanziarizzazione e le contraddizioni prodotte dalla folle costruzione europea (moneta unica in primis) il cuore della crisi è  in Europa, ed in particolare nella sua periferia sud.

Sganciarsi da questo sistema (il capitalismo-casinò), e dalla forma concreta che ha assunto nell'Unione Europea, non è dunque solo un obiettivo razionale, ma anche un progetto potenzialmente condivisibile da un blocco sociale assai ampio. Un blocco sociale guidato da forze anticapitaliste, includente però anche settori non immediatamente anticapitalistici ma giunti alla consapevolezza dell'insostenibilità del sistema attuale.

Ma da che cosa bisogna concretamente sganciarsi? Ed in che misura sarà possibile farlo?
La nostra è l'epoca del dominio dell'economia su ogni altra dimensione del vivere associato. Da qui la crisi della politica e la morte (altro che crisi!) della democrazia. Da qui bisogna partire, dalla necessità di sganciarsi da un sistema che è arrivato a determinare il valore delle pensioni (cioè la qualità della vita degli anziani) come variabile dipendente dall'andamento dei mercati finanziari. Il primo passo dovrà essere dunque quello di uscire dalla schiavitù imposta dal dominio della finanza.

A questo serve la riconquista della sovranità monetaria, conditio sine qua non per impostare una qualsiasi politica economica, condizione imprescindibile per qualsiasi politica orientata alla difesa degli interessi delle classi popolari. A questo serve l'abbattimento del debito pubblico, senza il quale i piranha della finanza internazionale continuerebbero a strangolare il Paese. A questo serve la nazionalizzazione dell'intero sistema bancario, da sottrarre integralmente ai meccanismi della speculazione. A questo serve la nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia (energia, trasporti, telecomunicazioni), che devono essere chiamati a rispondere alle esigenze sociali, non agli appetiti degli azionisti. A questo serve un Piano del lavoro, a generare un'offerta di occupazione svincolata dai meri criteri di competitività.

Questo è lo sganciamento. A questo serve l'uscita dall'Unione Europea. Mentre, su un altro piano, solo con l'uscita dalla Nato si potrà infine parlare di riconquista della sovranità nazionale, condizione imprescindibile affinché possa darsi una concreta sovranità popolare.

Attenzione! Sganciamento non è isolamento. Così come si dovranno recidere gli attuali legami, nuove relazioni solidaristiche si potranno creare con i paesi ed i popoli che si incammineranno sulla  stessa strada della liberazione da un sistema opprimente. Non solo. Siccome oltre che la strategia esiste anche la tattica, sarà assolutamente necessario giocare sulle tipiche contraddizioni intercapitalistiche. Giusto per fare un esempio, non è affatto detto che eventuali ritorsioni economiche decretate dal duo UE-USA debbano essere appoggiate da altre potenze come i Brics. E si potrebbe continuare.

Ma, ci siamo già chiesti, in quale misura sarà possibile sganciarsi?
Prima di rispondere a questa domanda è opportuna una precisazione: lo sganciamento è una politica che, come tale, non può prescindere da un sano realismo. Non immaginiamo dunque uno sganciamento totale. Esso sarebbe possibile solo con il trasferimento su un altro pianeta. Ma tra un viaggio nel cosmo e l'accettazione della schiavitù della cosiddetta «globalizzazione» c'è evidentemente tutto uno spazio da disegnare.

Un disegno frutto dell'azione cosciente di una soggettività ancora da costruire. E che dovrà tenere conto dei concreti rapporti di forza, interni ed esterni. Un disegno, dunque, che potrà assumere una forma precisa solo nel vivo della lotta. Ma un disegno possibile. Anzi, l'unico realistico. Perché francamente non abbiamo ancora capito cosa propongano gli altri.

Non è più tempo di limitarsi ad obiettivi giusti, senza misurarsi sul percorso per raggiungerli. E non è tempo (non lo è mai stato) di illudersi sui limiti alla capacità distruttiva delle oligarchie dominanti. Non è tempo per le mezze misure, nell'incoffessata speranza di limitare i danni.

E' tempo di immaginare, prefigurare, costruire un'alternativa. Sganciamento è in questo senso il concetto decisivo. Un concetto che contiene i singoli obiettivi, compresi quelli per noi decisivi - e non separabili l'uno dall'altro - dell'uscita dall'euro e del ripudio del debito.

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lunedì 29 luglio 2013

I BERLUSCONES E L'USCITA DA DESTRA DALL'EURO di Piemme

29 luglio. Domani, al massimo dopodomani, sapremo se i berluscones saranno decapitati. In questo caso, così ci dice Il Giornale di oggi, 200 parlamentari del Pdl daranno le dimissioni. 

Non sarà un'Aventino della destre, ma di sicuro il governo Letta cadrà. Non a caso lo sgangherato Pd ha posticipato ogni decisione a dopo la sentenza della Cassazione.

L'avevamo detto che la cronica crisi politica (che le elezioni di febbraio avevano acutizzato) non si era affatto chiusa con l'inciucio Napolitano style. Nuove elezioni anticipate sono inevitabili. In queste condizioni non sarà facile a Pd e "grillini" mettersi d'accordo per modificare la legge elettorale. Sarà la guerra di tutti contro tutti. E se Napolitano confermasse la sua minaccia, quella delle dimissioni in caso di caduta di Letta, avremo l'esplosiva combinazione della crisi politica con quella istituzionale.

Non abbiamo dubbi sul fatto che Quisling-Napolitano, per nome e per conto dei suoi committenti, stia tramando affinché la Cassazione annulli la sentenza di Appello. La crisi economica è senza precedenti, il rischio di un crack finanziario congiunto di banche e Stato incombe, così come lo scoppio incontrollabile tensioni sociali. Tra il Quirinale e i falchi del Pdl c'è quindi un singolare connubio, una concordata divisione dei compiti: i secondi minacciano fuoco e fiamme affinché il primo possa ostaentare la sua funzione di pompiere.
Un'assoluzione salverebbe in un colpo solo il Colle, Letta, Berlusconi, il Pdl come pure la ripugnante nomenklatura del Pd. Allontanerebbe anche il rischio del crack combinato di bance e debito pubblico.

Logica vorrebbe che tutto si risolva a tarallucci e vino. Qualche cavillo formale che consenta alla Cassazione di sostenere che la condanna era illegittima, lo si può sempre trovare. E si tirerebbe a campare per qualche altro mese. Ma ciò che è logico, arrivati a questo punto, è poco probabile. 

Facciamo quindi  l'ipotesi che la Cassazione confermi la condanna in Appello del Cavaliere. Si andrebbe dritti verso elezioni anticipate. I berluscones, privati del loro capo carismatico, per evitare di essere spazzati via sarebbero obbligati a rimpiazzarlo. Non avendo chi possa sostituirlo l'asso nella manica potrebbe essere la bandiera, mettiamola così, anti-euro e anti-tedesca. Forza Italia andrebbe in campagna elettorale sotto le insegne di un patriottismo in sala paternalistica e populistica. "Riprendiamoci la sovranità monetaria; che la Banca d'Italia, come la Fed, stampi moneta e acquisti i titoli di Stato. Che si abassino le tasse e si tagli drasticamante la spesa pubblica. Che lo Stato privatizzi e svenda i suoi beni e quindi li cartoralizzi mettendoli a garanzia del debito estero. Che si svaluti la lira per competere sui mercati globali". Il tutto, ovviamente, a spese del lavoro salariato. 
Sarebbe quella chi chiamiamo «l'uscita da destra dall'euro».

Avremmo così la dichiarazione di guerra contro il polo politico opposto, il "partito del vincolo esterno", Pd in primis, forza che suonando da vent'anni la stessa musica ("ce lo chiede l'Europa"), ha portato il paese nell'abisso e gran parte del popolo lavoratore alla fame.

Se davvero entrassimo (come da tempo andiamo mettendo in guardia) in questa fase nuova  segnata dallo scontro tra i due principali campi politici della classe dominante; se la battaglia per il potere fosse tra la destra del vincolo esterno e la destra populista-sovranista, visto che una sinistra non c'è più, il Movimento 5 Stelle è il solo che potrà fungere da terzo polo indipendente e sfidare apertamente i due contendenti. Una sfida che ha come posta in palio chi salirà al governo del paese.

M5S non potrà più nascondersi a se stesso, non potrà permettersi di cincischiare. La linea è quella abbozzata nell'articolo del 23 luglio Il diavolo veste Merkel. Primo: battere il partito del vincolo esterno. Secondo: battere il partito che vorrebbe uscire dall'euro con più liberismo e facendo pagare al popolo lavoratore i costi dello shock. Vincere è possibile.



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EGITTO: I TRE LIVELLI DEL CONFLITTO di Campo Antimperialista

29 luglio. Chi aveva ancora dei dubbi sul fatto che quello capeggiato dal generale Abdel Fattah al-Sisi fosse un colpo di Stato in piena regola dovrà ricredersi.

Il nuovo uomo forte del regime aveva giustificato l’abbattimento del governo guidato dalla Fratellanza musulmana e l’arresto di Morsi e di decine di suoi dirigenti, come misure necessarie per “riportare l’ordine in Egitto”.

Al-Sisi mentiva sapendo di mentire.
Il golpe non poteva non scatenare la protesta di massa. Così è stato. Solo ieri ci sono state un centinaio di vittime, quasi tutti militanti della Fratellanza, ammazzati dal piombo dei militari e delle forze speciali della polizia. Ma è un conto solo approssimativo. Decine e decine di manifestanti feriti lottano negli ospedali tra la vita e la morte. Non è dato sapere quanti sono stati fatti prigionieri — secondo alcune fonti ci sono oggi in Egitto il doppio di prigionieri politici che ai tempi del vecchio regime.

Il Venerdì di sangue di ieri è stato l’acme di un’ondata di proteste che il regime dei militari ha represso nel sangue, facendo forse più vittime di quante ne fece Mubarak prima della sua caduta.
Un’ondata che la repressione arresterà o che precede verso una vera e propria guerra civile?
Di sicuro il pugno di ferro dell’Esercito, da sempre il vero dominus del paese, ha per scopo quello di evitare che lo scontro prenda la piega siriana. L’Esercito sembra agire sulla falsariga dell’Okrana, i servizi di intelligence russi ai tempi dello Zar, ovvero, scatenare preventivamente una miniguerra civile così da spingere allo scoperto le forze sovversive e quindi annientarle prima che possano diventare una vera e propria minaccia per il potere.

I militari del generale al-Sisi non avrebbero potuto mettere in atto il loro colpo di Stato senza essersi prima assicurati il sostegno (scandaloso) del movimento Tamarrud, dei cosiddetti “giovani ribelli”, quelli che nei mesi scorsi avevano dato vita alle manifestazioni contro il governo Morsi. Ora al-Sisi, incapace di fermare la protesta della Fratellanza che si sente defraudata della sua legittimità, esorta la folla a scendere di nuovo in strada. Questa chiamata di correo, se è una prova di debolezza dei militari, fa del Tamarrud una specie di truppa ausiliaria dei militari golpisti, e quindi lo espone ad una crisi ineluttabile. Ci sono già i primi segni dello sfaldamento dell’alleanza ampia che protestava contro il governo Morsi.

Proprio come in Siria la crisi ha tre livelli: interno, regionale e internazionale.

La società egiziana è spaccata in due, da una parte la Fratellanza musulmana che vorrebbe seguire una specie di via turca, dall’altra un blocco sociale composito che non ne vuole sapere di islamizzare istituzioni e società. Entrambi questi blocchi sono capeggiati dalle due opposte fazioni della borghesia egiziana. E’ una tragedia che le sinistre del paese, invece di occupare lo spazio indipendente tra queste due fazioni in lotta fra loro, una volta caduto Mubarak, abbiano scelto invece di fare la quinta ruota del carro dell’Esercito.

D’altra parte contro Morsi e la Fratellanza (che di errori politici in un anno e mezzo di governo ne hanno fatti a bizzeffe) si sono schierati anche i salafiti del partito al-Nour, notoriamente finanziati e schierati con l’Arabia saudita e la corrente islamica wahabita. In Egitto, come in Palestina, in Siria, in Tunisia e in tutto il mondo arabo, l’islam politico di filiazione saudita cerca in ogni modo di contrastare non solo l’sialam shiita filo-iraniano, ma anche la crescente influenza della Turchia e del suo islamismo in salsa neo-ottomana. Questa lotta tra sauditi e turchi attraversa tutto il mondo sunnita e dilania la stessa Fratellanza. E’ sintomatico che l’Arabia saudita, che non perdonò a Morsi il riavvio delle relazioni diplomatiche con l’Iran, abbia immediatamente riconosciuto il colpo di Stato.

Sul piano regionale ovviamente operano diversi altri attori, l’islam jihadista da una parte (al-Qaida si è schierata in difesa di Morsi), e i movimenti panarabisti tipo Baath siriano che hanno invece sostenuto il Golpe, così segnalando la loro opposizione frontale all’egemonismo neo-ottomano di Ankara e il riavvicinamento tattico ai sauditi.

Per quanto possa apparire strano ai complottisti che dietro ad ogni stormir di fronde vedono lo zampino del grande demiurgo nord-americano, la Casa Bianca sembra assistere impotente al precipitare degli eventi senza davvero poterli telecomandare.

Il caos egiziano complica infatti, e di molto, le cose agli americani.
Se fino a ieri gli equilibri regionali sembravano giocarsi solo in Siria,  adesso l’Egitto potrebbe diventare un secondo epicentro della contesa geopolitica.

La contesa multipla per l’egemonia regionale tra Iran, Turchia e Arabia Saudita, impedisce agli americani di surdeterminare i conflitti mediorientali, sovraordinandoli e subordinandoli alle loro esclusive pretese imperiali.

Con grande prudenza e non senza imbarazzo la Casa Bianca spalleggia la coalizione sgangherata che vede unite, contro il regime di Bashar al-Assad le tre principali componenti islamiste: i filo-sauditi, i filo-turchi e i jihadisti — con questi ultimi che si stanno incuneando abilmente (e minacciosamente per gli americani) tra i tre principali litiganti islamisti regionali.

La verità è che gli Stati Uniti non sanno che pesci prendere, ciò che accresce il rischio che il caos egiziano, dopo il conflitto in Siria, accresca la possibilità che tutto il Medio oriente precipiti in una specie di Guerra dei Trent’anni. Una mediorientale pace di Westaflia è lontana.



* Fonte: Campo Antimperialista

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domenica 28 luglio 2013

FABRIANO: OPERAI A 5 STELLE


28 luglio. Bella e importante la manifestazione del Movimento 5 Stelle svoltasi ieri a Fabriano (nella foto). «Prendi i soldi e scappa, dal caso Indesit al caso Italia». Com’è noto la famiglia Merloni, proprietaria della Indesit, sta chiudendo lo storico stabilimento di Fabriano per trasferirlo in Turchia. L’altro ramo della famiglia, anch’esso nel settore della produzione di elettrodomestici,  aveva già fatto lo stesso con il grande stabilimento di Nocera Umbra. Centinaia i posti di lavoro che andranno in fumo, che colpiscono in maniera letale una città già gravemente ferita dalla crisi del suo tessuto industriale.
Un corteo di circa 500 persone, partito dal piazzale antistante la Indesit, è quindi giunto nella centrale Piazza del comune, dove, gli organizzatori hanno dato la parola, oltre che a vari parlamentari di M5S (tra cui il capogruppo alla Camera dei deputati) a operai e cittadini.

Simbolicamente importante questa manifestazione, una manifestazione operaia, nel senso più nobile della parola. La prima di questo genere promossa da M5S. La Piazza ad un certo punto era gremita. Molti gli interventi che si sono succeduti, quasi a microfono aperto. Il tutto andava in diretta streaming sul canale La Cosa.

I parlamentari di M5S, dopo aver portato la loro solidarietà ai lavoratori della Indesit, hanno spiegato, non senza orgoglio, la battaglia che essi hanno fatto contro il “decreto del fare”, in difesa della Costituzione, contro la maggioranza dell’inciucio e dell’austerità.

Ma ciò che a noi ha più colpito sono stati gli interventi di alcuni operai, quello di Tommaso Pirozzi anzitutto, un leader della Resistenza operaia della Fiat di Pomigliano D’Arco. Tommaso ha fatto un intervento fiume, di grande radicalità, emozionante, non solo contro Marchionne, anche contro la triplice sindacale, Fiom compresa, che a parole difendono i diritti dei lavoratori e nei fatti aiutano il padrone a smantellarli. Tommaso, dopo aver sottolineato che M5S è la sola forza politica che sta appoggiando la battaglia degli operai FIAT di Pomigliano D’Arco, ha quindi chiamato tutti a resistere perché le classi dominanti stanno portando il paese verso la catastrofe portando quindi un attacco frontale all’Unione europea e all’euro. Tra gli applausi Tommaso ha concluso:  «Solo se usciamo dall’euro ci salveremo, ma dobbiamo uscirne da sinistra, non da destra!».

Sulla stessa linea l’intervento di Gianluca Tofi, esponente del Comitato dei Lavoratori dello
Un momento della manifestazione di Fabriano
stabilimento Merloni di Nocera Umbra (da due anni e mezzo gli operai sono tutti in cassa integrazione). Il Comitato nacque dall’iniziativa autonoma di alcuni operai, fuori e contro la triplice sindacale, triplice che infatti ha sottoscritto tutti gli accordi capestro. Gianluca ha spiegato che non è facile resistere; la maggioranza degli operai è ricattata e va ancora dietro ai sindacati confederali perché si aggrappa alla promessa di rientrare in produzione. E se vuoi rientrare devi leccare il culo ai burocrati di CGIL, CISL e UIL. Anche l’operaio di Nocera Umbra non si è limitato ad esporre le sue istanze particolari, anche lui ha portato una critica ai politici che da anni ci fanno fare durissimi sacrifici per l’Europa e per l’Euro, due gabbie da cui sarebbe meglio uscire. Sulla vicenda dello stabilimento Merloni di Nocera Umbra i parlamentari di M5S hanno recentemente presentato un’Interrogazione urgente al governo.

Ci sono poi stati altri interventi di cittadini tra cui anche un rappresentante di “Imprese che resistono”, e poi altri parlamentari di M5S, tra cui quello, combattivo e vibrante di Alessandro Di Battista, che ha annunciato una grande manifestazione nazionale sabato 7 settembre contro lo stupro della Costituzione, contro il governo Letta e l’austerità. Di Battista ha quindi invitato tutti a tenere alta la guardia, “uno shock economico e finanziario è alla porte, il governo Letta ha vita breve. Voteremo presto e M5S dovrà vincere queste elezioni per dare un governo di vera svolta al paese”.

Con felice sorpresa della piazza ha concluso la manifestazione Daniela Di Marco, portavoce del Comitato promotore della Marcia della Dignità. Giovane disoccupata, fra tanti operai, ha incitato la piazza a non demordere, a lottare uniti, in difesa della collettività, dei propri diritti, del lavoro. Ha sottolineato come non si può più stare a guardare alla finestra, come sia arrivato il momento di lasciare vergogna ed imbarazzo. Il lavoro è dignità, e per tenerla alta ha invitato tutti a partecipare alla Marcia che si terrà a Perugia il 12 ottobre.

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sabato 27 luglio 2013

L'UNIONE EUROPEA, LA SINISTRA TEDESCA E LA PROFEZIA DI VON HAYEK di Marino Badiale

27 luglio. Volentieri pubblichiamo questo articolo di Marino Badiale che ci racconta della diatriba sull'euro e l'Unione europea tra due prestigiosi intellettuali della sinistra tedesca. Esattamente tra il sociologo Wolfgang Streeck [1], nella foto, e il socialdemocratico Jurgen Habermas, celeberrimo filosofo. Il primo critico dell'Unione europea e dell'euro, il secondo a favore. Streeck cita, nella sua critica serrata alla costruzione europea come costitutivamente antidemocratica, il noto economista liberista austriaco Friedrich Von Hayek, secondo il quale ogni costruzione federale tra Stati capitalisti diversi (che lui da buon liberista si augurava) avrebbe necessariamente portato al totale predominio delle leggi di mercato sulle regole politiche  democratiche [2].
 
Ne La lettura, l'inserto del Corriere della Sera, di domenica scorsa, un articolo di Maurizio Ferrara ci informa su un interessante dibattito, svoltosi recentemente in Germania, fra W. Streeck, affermato sociologo, e J. Habermas, il celebre filosofo. 


Il primo ha scritto un libro nel quale sostiene, fra l'altro, la necessità di "smantellate" l'euro, il secondo lo ha criticato sulla stampa tedesca. Non leggo il tedesco, quindi non posso discutere le tesi di Habermas. Per fortuna, invece, il libro di Streeck è stato rapidamente tradotto.

Si tratta di un testo di grande interesse. Streeck riesce infatti a offrire una ricostruzione chiara, sintetica e organica di ciò che è successo nei paesi avanzati a partire dalla crisi del keynesismo negli anni Settanta. Dopo aver ricordato rapidamente gli aspetti fondamentali di tale crisi, Streeck discute le varie fasi della risposta neoliberista ad essa. Egli prende in esame quelli che giudica come tentativi per “guadagnare tempo” da parte dei ceti dominanti, come tentativi cioè di mediare fra la necessità di smantellare le strutture dello Stato sociale, che avevano assicurato la pace sociale nel “trentennio dorato”, e la necessità di conservare un minimo di consenso e di coesione sociali. L'inflazione degli anni Settanta, la crescita del debito pubblico negli anni successivi ed infine la finanziarizzazione dell'economia, che ha permesso un indebitamento di massa capace di sostenere almeno in parte i consumi, sono fasi lette da Streeck nel modo che s'è detto. 


Jurgen Habermas
Nel frattempo però si consolidava l'organizzazione istituzionale neoliberista che a poco a poco distruggeva sia i diritti conquistati dai ceti subalterni, sia la democrazia, che viene vista come una fastidiosa ed erronea intromissione nelle leggi dell'economia. 

Una delle cose più interessanti di questo libro è che Streeck non ha il minimo dubbio sul fatto che Unione europea ed euro siano semplicemente le forme concrete con cui si attua in Europa la dinamica neoliberista di distruzione dello Stato sociale e della democrazia, come appare evidente da passaggi come questo:

«chi rifiuta la “globalizzazione” perché essa sottomette il mondo a un'unica legge di mercato, obbligandolo alla convergenza, non può decidere di rimanere ancorato all'euro dato che impone proprio questo modello all'Europa» (pag. 215) 
o questo:
«Chiedere di smantellare l'Unione monetaria in quanto progetto di modernizzazione tecnocratica socialmente spericolato, che espropria politicamente e divide economicamente i popoli dello stato che compongono il vero popolo europeo, appare una plausibile risposta democratica alla crisi di legittimazione di cui soffre la politica neoliberista» (pag.216)
[per intendere quest'ultima citazione, occorre sapere che per “popolo dello stato” l'autore intende il popolo dei cittadini dello Stato-nazione, contrapposto al “popolo del mercato” che trova il suo piano naturale di azione nella dimensione della finanza globalizzata].

Queste tesi fondamentali vengono sostenute con molti argomenti, anch'essi di grande interesse. Per fare solo un esempio, alle pagg. 205-209 Streeck spiega perché l'idea di una “Europa democratica” sia un semplice specchietto per le allodole: occorrerebbe infatti una Costituzione democratica discussa e votata da un'assemblea costituente europea, ma una cosa del genere è oggi impossibile, vista le varietà e diversità dei popoli europei. Pensiamo ai problemi di far convivere realtà locali diverse in paesi come il Belgio o la Spagna. Ebbene, nota Streeck, 

«Un costituente europeo dovrebbe affrontare gli stessi tipi di conflitti, ma moltiplicati e notevolmente complicati, tutti in una volta, e non all'interno di una Costituzione democratica già esistente, bensì come precondizione per la sua realizzazione» (pag.206)
[Si veda qui un discorso simile che avevamo svolto tempo fa, proprio in relazione all'idea di una Costituzione europea].

Quanto alle obiezioni di Habermas riportate da Ferrara nell'articolo citato, per ora, aspettando di poterle leggere in una lingua a me accessibile, mi limito ad esprimere il mio dissenso rispetto alla tesi che nel libro sia presente una “implausibile teoria della cospirazione”. L'analisi riguarda i problemi del ciclo del capitale e quelli di legittimazione sociale, e non i complotti degli Illuminati.

Nel breve spazio di un post non posso approfondire i tanti spunti che il libro offre, quindi non proseguo nell'esposizione dei suoi contenuti, e mi limito a raccomandarne la lettura.

Non è male in ogni caso scoprire che non siamo soli, che le cose che andiamo elaborando sono discusse e approfondite nei posti e dalle persone che non ti saresti aspettato. Rubando una bella espressione a Fortini, si può pensare a Streeck come ad uno degli “amici del futuro”, una delle persone con le quali ci incontreremo arrivando da percorsi diversi, senza averlo immaginato o programmato.

Appendice
Friedrich Von Hayek


Il libro che stiamo discutendo contiene una autentica “chicca”, che non potevo non segnalare. Alle pagg. 118-124 viene infatti discusso un saggio di Hayek del 1939, The Economic Conditions of Interstate Federalism


In questo saggio Hayek discute le condizioni di un ordine internazionale rivolto alla pace. Hayek pensa ad una federazione di Stati, e la cosa davvero interessante è la sua discussione, come dice appunto il titolo, delle conseguenze economiche di una tale federazione. Con logica stringente, Hayek dimostra che una federazione fra Stati realmente diversi porta necessariamente all'impossibilità di un intervento statale nell'economia, e quindi alla vittoria di politiche economiche liberiste (il che ovviamente dal suo punto di vista è un bene). Infatti una federazione per essere stabile ha bisogno di un sistema economico comune e condiviso, e quindi della libera circolazione di merci e capitali, e questo porterà ovviamente a una perdita di controllo dei singoli Stati sulle loro economie. Si potrebbe allora pensare che il controllo statale si sposti al livello federale. Il nuovo super-stato federale si riprenderebbe quei poteri di controllo sull'economia che i singoli Stati avranno perso. Hayek risponde di no. Perché l'intervento statale sull'economia presuppone la capacità di mediare fra interessi contrapposti, di accettare compromessi ragionevoli, che non ci sono, o sono più difficili, fra popoli di Stati diversi. Come scrive Streeck riassumendo Hayek, 
«In una federazione di stati nazionali la diversità di interessi è maggiore di quella presente all'interno di un singolo stato, e allo stesso tempo è più debole il sentimento di appartenenza a un'identità in nome della quale superare i conflitti stessi (…). Un'omogeneità strutturale, derivante da dimensioni limitate e tradizioni comuni, permette interventi sulla vita sociale ed economica che non risulterebbero accettabili nel quadro di unità politiche più ampie e per questo meno omogenee». (pagg.121-122)

Si tratta ovviamente della stessa tesi che abbiamo sostenuto più volte nel nostro libro e in questo blog: non esiste un popolo europeo che possa essere la base sociale di uno “Stato sociale europeo”. E' impressionante la lucidità di Hayek, che aveva capito tutto questo nel 1939. Tanto di cappello. 
Ma la cosa davvero impressionante sono gli attuali “intellettuali di sinistra” che questa cosa non la capiscono nemmeno oggi, 2013, nemmeno dopo che tutto ci è stato squadernato davanti. E magari sono gli stessi che pensosamente si interrogano sui motivi della crisi della sinistra...

NOTE

[1] Di Wolfgang Streeck segnaliamo The crisis of democratic capitalism, un analisi formidabile sulla crisi del lungo ciclo keynesiamo postbellico e l'avvento di quello neoliberista.
[2] In questo articolo segnalavamo che esponenti del F.V.Hayek Institute fossero tra i firmatari assieme ad Alberto Bagnai del "Manifesto della solidarietà europea".

* Fonte  dell'articolo di Badiale: MAINSTREAM

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