giovedì 25 maggio 2017

EURO: LA PAZZA IDEA DI FASSINA di Enrico Grazzini

[ 25 maggio ]

Scrive Grazzini tirando in ballo Fassina:"La sinistra si gingilla ancora con l’ipotesi fantasiosa ed irrealizzabile dello scioglimento ordinato dell’euro". Concordiamo. E tuttavia, la soluzione proposta, quella della moneta fiscale, non ci pare vada alla radice. E' un palliativo, fermo restando che a volte i palliativi possono essere necessari. Serve la piena sovranità monetaria e politica.


«Nel suo recente intervento sul Sole 24 Ore il parlamentare ed economista Stefano Fassina critica radicalmente (e giustamente) l’euro come prodotto nocivo del mercantilismo tedesco. Poi suggerisce una serie di (improbabili) riforme dell’eurozona:introduzione di avanzati standard sociali e ambientali, equiparazione dei poteri della Banca Centrale Europea a quelli della Federal Reserve americana, meccanismi punitivi per i saldi commerciali in surplus (per esempio della Germania), incremento degli investimenti pubblici al di fuori dei vincoli sui deficit, conferenza europea per la sostenibilità dei debiti sovrani, ecc, ecc[1].

In conclusione, dal momento che lo stesso Fassina è molto scettico sulle possibilità di euroriforma, e ritiene (come Joseph Stiglitz nel suo ultimo libro sull’euro[2]) che la Germania non accetterà alcuna riforma sostanziale della moneta unica europea, allora, alla fine, propone lo scioglimento concordato dell’eurozona.

Scrive Fassina: “In assenza di correzioni, per evitare il naufragio, il Titanic Europa deve provare a negoziare un piano B per il divorzio amichevole per tutti gli sposi senza rotture unilaterali della moneta unica”. Insomma: un divorzio amichevole, tra coniugi che rimangono amici cordiali e si spartiscono con grande correttezza i beni comuni.

In economia come in politica mai dire mai: tuttavia – al di fuori della tattica diplomatica e della retorica del discorso politico – questa soluzione appare del tutto improbabile se non incredibile. E desta stupore che venga suggerita dal maggiore esperto di economia e di finanza della Sinistra Italiana! L’eurozona non si scioglierà con un minuetto e un gentile e raffinato ballo di corte! Credo che lo scioglimento ordinato dell’euro non ci sarà. E’ assai probabile invece che, di fronte alla prossima crisi finanziaria, l’euro crolli come potrebbe franare fragorosamente un muro senza cemento. Trascinando nel crollo le economie più deboli e impreparate.

Ma che l’euro si dissolva in maniera regolata grazie a decisioni prese in pacate e serene riunioni di 19 ministri finanziari, di 19 primi ministri e capi di stato europei, appare impensabile.

L’euro è diventato lo strumento dell’egemonia tedesca sull’Europa. Grazie all’euro e alle sue politiche di riduzione dei salari interni – dovute al piano Hartz promosso dal socialista Gerhard Schröder - la Germania è diventata la potenza egemone in Europa. Perché il governo popolar-socialdemocratico della signora Merkel e del socialista Sigmar Gabriel dovrebbe concordare lo scioglimento dell’eurozona? Per fare un favore ai “terroni europei”, cioè ai cosiddetti PIGS (i maiali del sud, Portogallo, Italia, Grecia, Spagna)? Il governo tedesco non andrà mai contro il suo interesse nazionale e nazionalistico: qualunque sarà la sua composizione dopo le elezioni del prossimo settembre, non accetterà uno scioglimento ordinato dell’eurozona.

Wolfgang Schäuble, l’ineffabile ministro delle finanze germaniche, sta progettando di trasformare l’European Stability Mechanism in una specie di Fondo Monetario Europeo che attui nei paesi in difficoltà, come appunto l’Italia, la dura politica del Berlin Consensus: taglio netto e deciso delle spese pubbliche e dei salari per pagare i debiti alle nazioni europee più forti. Privatizzazioni. Chi non si adegua verrà buttato fuori dalla moneta unica. E Fassina propone lo scioglimento ordinato dell’Eurozona? Ma quando mai?

L’euro è troppo conveniente per la Germania. E troppo nocivo per l’Italia. Grazie ai vincoli dell’euro imposti dal trattato di Maastricht sotto dettatura tedesca, l’Italia non può fare deficit di bilancio e investimenti pubblici per rilanciare la sua economia. Sta vendendo e ha venduto le sue maggiori industrie e le sue banche al capitale internazionale, francese, tedesco, anglosassone, cinese.

Grazie allo statuto della BCE deciso a Maastricht – statuto che impedisce alla stessa BCE di acquistare i titoli di stato dei Paesi in deficit -, i titoli pubblici italiani sono sempre nel mirino della speculazione, mentre i capitali fuggono verso i ben più sicuri titoli tedeschi. Così lo stato tedesco può raccogliere ingenti capitali esteri pagando interessi zero.

Grazie all’euro, l’Italia non può più svalutare e riallineare i suoi prezzi a quelli dei concorrenti. Grazie all’euro, lo stato italiano non può più ripagare i suoi debiti in valuta nazionale debole, ma li deve invece pagare in una valuta straniera (l’euro) forte. Grazie all’euro forte – rispetto alla debole lira – l’Italia deve frenare le sue esportazioni.

La Germania è il principale paese concorrente dell’Italia: perché l’industria tedesca e i politici nazionalisti tedeschi dovrebbero farci il favore di sciogliere ordinatamente l’euro rinnegando addirittura Maastricht? Piuttosto, quando l’euro cadrà, il governo tedesco cercherà di fare pagare molto caro ai concorrenti italiani il crollo della valuta unica europea; approfitterà della crisi italiana così come ha approfittato della crisi greca (che hanno in gran parte provocato e amplificato) per mettere in ginocchio il concorrente.

A suo tempo giustamente Fassina, per difendere la possibilità che l’Italia uscisse dalla camicia di forza dell’euro, ha rivendicato il fatto che anche il principale scienziato sociale italiano, il compianto Luciano Gallino, fosse per l’uscita dell’Italia dall’euro[3].

Fassina tuttavia non ha contemplato nel suo intervento sul Sole 24 Ore la possibilità di perseguire la soluzione che proprio Gallino su Micromega aveva previsto in alternativa allo scioglimento dell’euro e all’Italexit: la moneta fiscale[4].

La moneta fiscale può essere decisa in piena autonomia dal Parlamento e dal Governo italiano senza dovere chiedere il permesso a Berlino o a Bruxelles o a Francoforte. E può essere adottata senza uscire dall’euro, e quindi senza provocare una pericolosa crisi sociale e politica.

La moneta fiscale è un progetto che Gallino ha promosso nell’ultimissima parte della sua vita per uscire dalla trappola della liquidità e dalla crisi. Forse, al posto di sognare una soluzione pacifica e concordata tra i gentiluomini della finanza e della politica dei 19 diversi paesi europei, Fassina farebbe bene a prendere in maggiore considerazione il progetto avanzato da Micromega e dallo stesso Gallino nell’ebook “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro”.

Tra l’altro il progetto di moneta fiscale prevede di assegnare in media a ogni famiglia Titoli di Sconto Fiscale per 90 euro al mese. I lavoratori e le famiglie del ceto medio farebbero salti di gioia se finalmente – a parte la mancetta degli 80 euro del governo Renzi (che tuttavia ha fruttato al PD il 40% dei voti alle scorse elezioni europee) – qualcuno di sinistra proponesse di aumentare i redditi monetari delle famiglie falcidiati dall’austerità. E la moneta fiscale potrebbe trovare ottima accoglienza non solo in Italia ma in Europa.

Eppure la sinistra si gingilla ancora con l’ipotesi fantasiosa ed irrealizzabile dello scioglimento ordinato dell’euro. Senza considerare che, se anche la Germania ci facesse il favore di concordare con noi e con gli altri paesi una gentile disdetta dalla moneta comune, i mercati finanziari e valutari ci farebbero subito pagare comunque molto caro lo scioglimento. La speculazione si scatenerebbe subito, e anche in anticipo, di fronte alla “caduta ordinata” dell’euro: non ce la farebbe passare liscia.

Ripeto: perché Fassina, Sinistra Italiana e tutto l’arco variegato della sinistra nazionale, non valutano meglio la proposta di moneta fiscale di Micromega? Forse è l’unica possibilità concreta, realizzabile e veramente efficace per fare uscire l’Italia e il lavoro dalla crisi».

* Fonte: Micromega

NOTE

[1] Sole 24 Ore, Stefano Fassina “Necessario un piano B per il divorzio amichevole”, 20 maggio 2017

[2] Joseph Stiglitz, “L’euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa”, Einaudi, 2017

[3] Vedi Fassina sul Manifesto del 3 settembre 2016: “Luciano Gallino, nel suo testamento politico, è stato rimosso anche dai discepoli più intimi: «Come (e perchè) uscire dall’euro ma non dall’Unione europea».

[4] Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

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mercoledì 24 maggio 2017

LA FASE STORICA IN CUI SIAMO E LA NOSTRA STRATEGIA POLITICA (prima parte) di Manolo Monereo

[ 25 maggio 2017 ]


«La fase che si apre non sarà caratterizzata dall’ordine, dalla pace e dal cosmopolitismo liberoscambista, bensì dal conflitto, dalla lotta tra le grandi potenze per stabilire le zone di influenza e la ripartizione delle risorse del pianeta e, disgraziatamente, dalla guerra».

Pubblichiamo la prima parte di un potente articolo del compagno Manolo Monereo, comparso in Spagna col titolo "I DILEMMI STRATEGICI DI PODEMOS: LA SPERANZA COME PROBLEMA POLITICO".

La grande sfida di Podemos è stata la sua pretesa di essere una forza politica con una volontà di governo e di potere, ma per consegnarlo al popolo. Per questo Podemos è l'obiettivo da battere. Ecco perché i poteri reali —la trama— lo combattono col fuoco (e l’inchiostro)
In ricordo di Pietro Barcellona

1- Elementi della situazione spagnola : la crisi del regime rimane aperta

Podemos ha vissuto la sua prima crisi. Si potrebbe dire che siamo di fronte ad una crisi nella crisi. Mi spiego. Quasi nessuno dubita che viviamo un certo tipo di transizione, un cambiamento di regime dello stesso regime verso un altro che si va definendo gradualmente e la cui risultante finale sembra chiara. Si va consolidando una democrazia non limitata e non sovrana in cui domina in modo chiaro ed esplicito un'oligarchia finanziaria-aziendale-mediatica, con l'obiettivo di costruire un modello di società basata sulla disuguaglianza, la scomparsa dei diritti sociali, la precarizzazione del modo di vita delle maggioranze sociali la disintegrazione finale del movimento operaio come soggetto politico e sociale. La politica. sempre al posto di comando grazie al potere statale e con lo Stato, agisce per cambiare regime e modello sociale.

Un altro aspetto della situazione ha a che fare con quella che potremmo chiamare l'autonomia del politico. Se qualcosa sta dimostrando la ricomposizione economica e sociale dei paesi meridionali della Unione europea è che quando la crisi arriva, i poteri economici forti potenze, come ci dice Wolfgang Streeck, si convertono soggetti attivi —in agenzie— nel subordinare politica e istituzioni ai loro interessi generali. La crisi sempre disvela i poteri reali, anche a costo che questi perdano legittimità, e il problema del potere appare e diventa evidente per una parte sostanziale della popolazione. In Spagna questo è stato vissuto in modo molto chiaro. Si può dire che i poteri, ciò che noi chiamiamo la trama, sono intervenuti sui principali partiti politici e ci hanno provato con Podemos.

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La crisi di regime, che in un modo o in un altro si tenta di chiudere, ha molto a che vedere con la necessità di trasformare, cambiare e cooptare i partiti politici fondamentali. Le ultime elezioni hanno chiarito molto il panorama politico ed elettorale. Era chiaro che il partito chiave per assicurare la ricomposizione del regime - che noi chiamiamo restaurazione – era il Partito Popolare e, in particolare, il suo segretario generale, Mariano Rajoy. Questo non è mai stato facile e l'attuale capo del governo ha dovuto lottare duramente per riuscire a diventare l’elemento guida di un progetto politico al servizio dei gruppi economici di potere dominante.

Ciudadanos si è venuto quindi chiarendo. Creato per frenare da destra Podemos, è diventato sempre più un partito di cardine, difensore ad oltranza di posizioni neoliberiste dal discorso politico fortemente polarizzato contro il sovranismo catalano e molto vicino al "costituzionalismo nazionale" che difende il PP. La situazione di Ciudadanos è complicata perché è obbligato a sostenere il PP, il che implica che finisce per legittimare indirettamente un partito fortemente segnato dalla corruzione. Al momento della verità, quando il PP cerca un accordo, preferisce accordarsi sempre con il PSOE. In qualche modo, Mariano Rajoy è costretto a svolgere il ruolo di uomo di stato, cioè, deve affrontare il PSOE e, allo stesso tempo, evitare che quest’ultimo finisca per disintegrarsi o perdere rilevanza elettorale, ciò che avrebbe comportato che Unidos Podemos diventerebbe l'unica forza di opposizione.

Il risultato più significativo di questa situazione è la crisi del PSOE. E’ noto che il partito di Felipe González è stato, per molti versi, il partito di regime e il bipartitismo politico il fondamento di esso. Il partito socialista riuscì, per un periodo importante, a far convergere gli interessi dei poteri economici dominanti con un miglioramento del tenore di vita e delle condizioni di lavoro delle strati popolari in senso lato. Questo finì con la crisi del 2008.

Il governo socialista di Zapatero accettò drastici sacrifici e le politiche di austerità imposte dalla Troika, cosa che fu percepita dalla popolazione come una rottura del contratto sociale garantito dalla Costituzione e come un colpo di stato organizzato e diretto dai grandi poteri economici che riuscirono a cooptare la classe politica e mettere lo stato al loro servizio. Il fattore decisivo fu la nascita e lo sviluppo del movimento degli indignados del 15M che rivendicava una vera democrazia, la difesa dei diritti sociali e sindacali e forme alternative per fare e organizzare la politica.
In questo contesto nasce e si sviluppa Podemos.



Il gruppo dirigente socialista – costruito tutto intorno a Pedro Sanchez -  provò a muoversi in un paese che stava cambiando rapidamente, con un triplice obiettivo: ottenere l’appoggio dei economici e mediatici, polarizzarsi fortemente con la destra del PP per indebolire Podemos, e, ove possibile, dividerlo e sottrargli consenso elettorale. Sanchez ha sempre seguito questa linea, non ha mai assecondato i desideri della destra economica e politica di formare un governo di coalizione o di “larghe intese”. I motivi erano evidenti: se il PSOE fosse scomparso come opposizione, l'unico beneficiario sarebbe diventato Podemos e quindi la crisi del regime si sarebbe aggravata. La manovra tattica di Pedro Sánchez si è basata fin dall'inizio nel convincere quelli che comandano realmente che il futuro del regime obbligava a sconfiggere Podemos e che questo non si sarebbe potuto raggiungere senza un partito socialista contrapposto alla destra.

 Ciò che è accaduto dopo è già ben noto. Fallimento della alleanza tra PSOE e Ciudadanos, indizione di nuove elezioni e avanzata del PP. Come ho detto prima, le elezioni del 26 Giugno 2016 portavano Mariano Rajoy al centro della ricomposizione del regime. Pedro Sánchez non lo capì e continuò con il vecchio schema senza rendersi conto che né all'interno del partito nè fuori erano disposti a rischiare nuove elezioni generali. Si può dire che il PSOE fu pressato dai poteri che alla fine costrinsero alle dimissioni di Pedro Sánchez, dando avvio ad un processo congressuale dall’ esito incerto. La cosa più sorprendente è il ritorno di Pedro Sánchez con un discorso ancorato a sinistra e aperto alla cooperazione con Unidos Podemos.

 In questo contesto si svolge Vistalegre 2, il congresso di Podemos.Cosa è Podemos? Non è facile da definire. Si tratta di un movimento eterogeneo, in cui convergono, almeno, tre fattori: una grave crisi sociale, una critica di massa alla politica, ai modi di farla ed esercitarla, e una profonda crisi generazionale. Per capire che cosa è Podemos le parole chiave sono processo e progetto. Podemos è un progetto in processo di costruzione. Il punto di partenza fu una durissima contestazione dell’esistente da un ounto di vista democratico plebeo. Questo lo si denominò provocatoriamente "populismo di sinistra". Si può dire che Podemos è andato costruendosi - da qui derivano molti dei suoi problemi - sulla base di processi elettorali ricorrenti in cui ha dovuto improvvisare candidati, programmi e struttura organizzativa, il tutto in un contesto caratterizzato da un attacco delle permanente da parte delle forze di regime che sono ricorsi ad una critica spietata dei loro dirigenti, la sistematica squalifica del progetto e l'uso e l'abuso di fogne di stato.

 Il congresso di Podemos ha costituito la sua prima crisi generale. Qual era lo sfondo del dibattito? In primo luogo, le differenze di analisi; in secondo luogo, il problema delle relazioni con le forze politiche e mediatiche dominanti; in terzo luogo, la natura stessa della formazione. La durezza del dibattito è stata molto più esterna che interna. Come avevano fatto con il PSOE, i poteri intervenirono attivamente nel dibattito con l'obiettivo esplicito di sconfiggere la linea politica espressa da Pablo Iglesias. Una cosa da considerare è che hanno votato quasi 150 mila persone e che le tesi politiche e il gruppo dirigente ottennero un solido appoggio, insisto, in condizioni molto difficili per il segretario di Podemos.

 Che tipo di Podemos esce dal Congresso? Una forza politica democratico-plebea impegnata con le rivendicazioni maggioritarie della cittadinanza, difensore intransigente dei diritti sociali, sindacali e del lavoro da un punto di vista ecologico e di genere, con un chiaro impegno per la democrazia economica, sociale e culturale che garantisca e renda effettiva la sovranità popolare. Al centro di questo progetto c’è quello che abbiamo chiamato un "impulso costituente" in grado di aprire un processo di cambiamento costituzionale verso una Spagna federale che realmente riconosca i diritti delle nazionalità esistenti dentro lo Stato spagnolo, che cambi il funzionamento delle istituzioni di base e sviluppi le libertà fondamentali delle persone. Sullo sfondo, a legare democrazia, sovranità popolare e "questione sociale" come progetto di liberazione del lavoro nel quadro di progetto alternativo di paese.  

2. Crisi della seconda globalizzazione capitalista: "Situazione populista" e "Momento Polanyi"

Carlo Formenti ha parlato di populismo come una forma di lotta di classe nell'epoca neoliberista. Parafrasando Nancy Fraser, dirò guardando l’altro lato, populismo come forma di lotta di classe nell'epoca post-socialista. Entrambe le cose sono correlate. La vittoria più importante e duratura della controrivoluzione neoliberista è stata quella di aver fatto sparire l'idea del socialismo dalla cultura politica e dal senso comune dei lavoratori. Il vecchio fantasma che si aggirava per l'Europa è scomparso 150 anni dopocon i suoi due postulati decisivi: che il capitalismo era una formazione storicamente determinata, transitoria, e che aveva un’alternativa, il socialismo. Il "populismo di sinistra" occupa uno spazio vuoto: costruire un'alternativa quando l’alternativa di sistema non sembra fattibile o addirittura auspicabile.

Queste discussioni non si spiegherebbero se non partissimo da un punto fondamentale, ovvero la crisi della seconda globalizzazione capitalista. Gli storici concordano sul fatto che tra il 1871 e il 1900 ci fu una prima globalizzazione capitalistica che finì con una sorta di "guerra di 30 anni" [ il periodo che va dalla prima alla fine della seconda guerra mondiale, NdR.]. Oggi siamo alla fine di un ciclo di quel tipo. Oggi come ieri i vecchi dibattiti si ripetono fino al ridicolo. La fase che si apre non sarà caratterizzata dall’ordine, dalla pace e dal cosmopolitismo liberoscambista, bensì dal conflitto, dalla lotta tra le grandi potenze per stabilire le zone di influenza e la ripartizione delle risorse del pianeta e, disgraziatamente, dalla guerra.

Schematizzando molto, si potrebbe dire che questa fase storica è caratterizzata da quattro tratti fondamentali: a) ricorrenti crisi economiche e finanziarie; b) una grande transizione geopolitica, già in atto, che sta causando una gigantesca ridistribuzione del potere al livello mondiale; c) un sostanziale peggioramento della crisi ecologica e sociale del pianeta; d) la crisi dell’ "occidentalismo" intesa come la messa in discussione della modernità come l'abbiamo conosciuta, vissuta e ampliata dall’occidente.

In molti sensi, la vittoria di Donald Trump è un segnale, una reazione dalle viscere stesse del capitalismo nord-americano contro una globalizzazione che essi stessi imposero a tutto il mondo e ora intendono lasciarsi alle spalle. La plutocrazia dominante nord- americana si comporta secondo una strategia preventiva precisa: prepararsi per quello che sta arrivando, anticipare e rafforzare il ruolo di nazione imperiale davanti ad un mondo che cambia rapidamente e ridefinisce i rapporti di forza fondamentali.

Come direbbe Sergio Cesaratto, siamo nel “momento Polanyi”, vale a dire, l'inizio della fase B del doppio movimento che il vecchio socialista cristiano prevedette. Le società, gli stati e le nazioni cominciano a reagire contro il mercato autoregolato capitalista e il suo tentativo di controllare la vita degli umani determinandone il futuro. Ovunque emerge la necessità - questa è la sostanza della fase B - di protezione, di sicurezza, di controllo sociale sulla paura e la morte. Ovunque ritorna lo stato nazionale come luogo privilegiato del conflitto sociale, contenitore dei processi di democratizzazione e costruzione nazionale popolare. Ovunque abbiamo la crisi di ciò che Nancy Fraser ha definito il "progressismo neo-liberista", che nelle condizioni della UE significa la crisi della socialdemocrazia nelle sue varie versioni. Non è sorprendente che la risultante ultima di tutto questo processo che si sviluppa rapidamente davanti ai nostri occhi è la rinascita dell’ estrema destra, dei populismi di destra estremi e di una radicalizzazione della destra. E' la conseguenza politica e organica di una sinistra sociale e culturale senza progetto alternativo, elitista, che disprezza il suo stesso popolo, che ha finito per convertirsi nell'ala cosmopolitica della globalizzazione neoliberista
.

(continua)

* Fonte: Rebelion
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE

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ITALIA: BOLLETTE NON PAGATE = 26 MILIARDI....Guido da Landriano

[ 24 maggio 2017 ]

L’eredità della crisi: in Italia 26 miliardi di bollette non pagate

Bollette di vecchia data non pagate, crediti al consumo, rate di mutuo non ancora onorate. Sono quelli che in gergo gli addetti ai lavori chiamano “Non Performing Loans”: capitali che le famiglie italiane – ma anche le piccole e medie imprese – faticano a pagare e che gli enti creditori hanno affidato alle agenzie specializzate nel recupero crediti.

Oggi, nel limbo dei crediti deteriorati fluttuano – secondo la recente stima di Unirec, l’Unione nazionale a tutela del credito – 26 miliardi che riguardano proprio bollette ‘dimenticate’, rate di mutui e piccoli finanziamenti.

Secondo quanto emerge dalla ricerca annuale, la ‘zavorra’ dei NPL ha rappresentato nel 2016 il 38% degli importi complessivi da riscuotere e il 14% del numero totale delle pratiche gestite dalle società di recupero associate a Unirec (circa l’80% dell’intero mercato), sulle cui scrivanie sono accumulati quasi 36 milioni di fascicoli. In media, una pratica ogni due persone.

I debitori, per quanto riguarda i NPL, sono per il 91% famiglie e per il 9% piccole o medie imprese. Si tratta prevalentemente di bollette e utilities per telefonia, luce e gas: a ‘dimenticarle’ sono soprattutto i clienti cessati (74%), che hanno cambiato operatore e che devono saldare, in media, 830 euro ciascuno. Il 26% degli importi da recuperare riguarda invece clienti ancora attivi, che devono in media 277 euro a testa. Per i primi, il recupero è più difficoltoso e il tasso di successo non supera il 17%, contro il 28% dei secondi.

L’importo medio da rintracciare ammonta invece a 2 mila euro se si considerano anche i debiti che derivano da finanziamenti e prestiti bancari (importo medio di questi ultimi è di 2400 euro, nel 2016 metà di queste pratiche sono andate a buon fine con un recupero del 16% dei capitali totali) e leasing (574 milioni di euro, il 47% dei quali è stato riscosso).

A preoccupare maggiormente sono le previsioni: nel 2017 il volume dei NPL sembra destinato a lievitare del 15%, con un aumento degli importi complessivi che dovrebbe oscillare tra l’8 e il 10%.

Dei 26 miliardi di euro accumulati nel 2016 e ancora da recuperare, soltanto 8,1 si prevede siano destinati a rientrare nelle tasche dei creditori, con performance di recupero che variano a seconda della tipologia del debito. Lavoro extra per le società di recupero crediti a Milano: la Lombardia, infatti, detiene il primato italiano – con il 14% – sia per numero pratiche che per importi.

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MIGRANTI: OLTRE LA PIETAS di Piemme

[ 24 maggio 2017 ]

Leggiamo sul Corriere della Sera di oggi, 24 maggio:
«Soltanto ieri pomeriggio nel Mediterraneo centrale ne sono stati salvati mille, accalcati su sei gommoni e due barchini intercettati dalla nostra Guardia Costiera. Migranti. Sempre più numerosi e sempre più disperati.
I numeri raccontano che, esclusi i mille di queste ultime ore, fino a ieri mattina ne sono approdati sulle nostre coste 50.039, il 46 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando gli arrivi ammontavano a 34.236.
Siamo al record assoluto. In testa alle nazionalità degli stranieri sbarcati ci sono i nigeriani (6.516), seguiti dai bengalesi (5.650), guineani (4.712), e ivoriani (4.474).
I bambini o i ragazzini senza famiglia che rispondono alla definizione di "minori non accompagnati" sono saliti a 6.242 mentre i ricollocamenti di profughi verso altri stati europei sono stati finora 5.715 negli ultimi due anni, a fronte di un accordo che ne prevedeva almeno 40mila».
Davanti a questo dramma il primo sentimento che ci viene è quello della pietas, di un'empatica vicinanza verso questi esseri umani vittime di quella che non può essere diversamente chiamata che "nuova tratta degli schiavi".
La modernità borghese fece dell'abolizione del commercio degli schiavi, anche allora africani, fra il XVI e il XIX secolo, una sua bandiera di civiltà.
Oggi questo commercio, miracoli dell'ipocrita ideologia cosmopolitica e umanitaria, viene definita "migrazione". La deportazione viene chiamata "diritto al futuro".

La sostanza è tuttavia la medesima: la mercificazione dell'essere umano, che questa economia porta alle sue estreme, più brutali conseguenze. Ieri gli schiavi venivano deportati in catene per portarli a lavorare nelle piantagioni dei colonialisti. Oggi i migranti si auto-deportano per venire a fare gli schiavi nelle metropoli occidentali.

Davanti a questo esodo biblico, epocale, la pietas rischia di diventare la foglia di fico dell'imperialismo umanitario, di una economia capitalistica che usa i migranti come merce, come strumento supplementare delle politiche neoliberiste di pauperizzazione generale e di distruzione dei demos e delle comunità nazionali.

La pietas deve lasciare il posto alla politica, e politica, se non è demagogia (di qualunque marca essa sia, xenofoba o umanitaristica) implica una visione del mondo, della società, dello Stato.

Nella nostra visione socialista non c'è posto alcuno per la barbarie globalista.


Ps
Sul tema dell'immigrazione vedi questi contributi:

IMMIGRAZIONE: ANTICRITICA , 28 settembre 2015
IMMIGRAZIONE DI MASSA E SUICIDIO A SINISTRA, 4 maggio 2016



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martedì 23 maggio 2017

ECCO LA RINASCITA DI ALITALIA di Sandokan

[ 23 maggio 2017]

«Il documento su ALITALIA che qui sotto presentiamo in anteprima è di straordinaria importanza per chi voglia capire come stanno davvero le cose. Un'analisi e proposte preziose che danno ragione della resistenza dei lavoratori, smentendo il governo e dando una lezione ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari».


Sul quotidiano LA STAMPA di oggi, 23 maggio, il commissario Enrico Laghi evita furbescamente di dare risposte chiare ed esaustive al giornalista che gli chiede come coi suoi compagni di merende (in conflitto di interessi) intenda "salvare" Alitalia.

La sua parola d'ordine è "riduzione dei costi" e, tra questi, nuovi licenziamenti, anzitutto del personale di terra.

Resta insomma dentro la cornice di ferro del "Piano" coraggiosamente (e sonoramente) bocciato dai lavoratori, tenendo fermo l'obbiettivo assegnatogli dal governicchio Gentiloni-Del Rio: cura dimagrante per (s)vendere al miglior offerente Alitalia, chiunque esso sia. Ne è riprova che i tre commissati abbiamo affidato alla Rothschild il ruolo di advisor finanziario per la vendita di Alitalia.

Laghi e i sui compari si comportano così come liquidatori: nessuna intenzione di far rinascere la compagnia di bandiera, ciò che implica non tagli al personale bensì, al contrario, un forte e credibile piano di investimenti.

=> Pagina di Solidarietà coi lavoratori Alitalia, fatela conoscere!

Non è con questi tre signori che occorre prendersela ma con il governo, affinché cambi direzione.
Il governo non solo può ma deve! dare incarico ad un comitato di tecnici e manager competenti, che abbiano cioè mostrato una comprovata conoscenza ed esperienza del settore del trasporto aereo, non solo di svelare le ragioni del disseto finanziario di Alitalia, ma come risanarla e rilanciarla, affinché diventi di nuovo una grande compagnia di bandiera.

Abbiamo mostrato (QUI) che lo Stato ha le risorse per essere, non Pantalone, ma garante di prima istanza di questo rilancio. Dimostreremo che è anche un grosso affare.

L'ipotesi primaria resta dunque quella della nazionalizzazione.
Esistono certo delle subordinate in fatto di assetti societari in cui lo Stato sia comunque protagonista responsabile, quello che va escluso è insistere nel consegnare Alitalia a privati, peggio che mai stranieri (peggio del peggio compagnie Low Cost).

Presentiamo ai lettori un PIANO DETTAGLIATO PER LA RINASCITA DI ALITALIA.
E' STATO ELABORATO DA UN GRUPPO DI TECNICI AMICI DI ALITALIA E DELLE SUE MAESTRANZE. 

Questo Piano, dopo un'analisi comparata dei bilanci Alitalia e dei clamorosi errori di gestione (come si vedrà non si escludono maneggi di altra natura) indica delle soluzioni concrete per il rilancio della compagnia di bandiera, senza tagli all'occupazione. Come si capirà leggendo questo gruppo di tecnici non sposa la proposta della nazionalizzazione. Ritiene anzi che con l'adozione di un efficace piano industriale, e senza aiuti di Stato, Alitalia sia a quel punto appetibile a cordate private.

Al netto di questa differenza politica il documento che presentiamo qui sotto è di straordinaria importanza per chi voglia capire come stanno davvero le cose. Un'analisi e proposte preziose che danno ragione della resistenza dei lavoratori, smentendo il governo e dando una lezione ai commissari Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari.
Buona e attenta lettura...

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L'USCITA DALL'EURO È UN MEZZO, NON UN FINE di Marco Zanni

[ 23 maggio 2017 ]

«Ieri [17 maggio 2017, Ndr] in aula a Strasburgo, su iniziativa del gruppo ECR e dell'ottimo collega tedesco prof. Starbatty, si è dibattuto sui poteri della BCE, sulle sue prerogative e sul dogma dell'indipendenza della banca centrale. Ovviamente i rappresentanti dell'establishment hanno plaudito a Draghi e hanno difeso questo dogma anti-democratico. Io sono intervenuto a nome del mio gruppo, e nel poco tempo a disposizione ho cercato di smascherare questa criminale credenza che sta alla base della restaurazione liberista occorsa in Italia e in Europa a partire dalla fine degli anni '70.

Il dogma della banca centrale indipendente è una delle più grandi truffe perpetrata dall'establishment ai danni dei cittadini. Non solo è un concetto incompatibile con la democrazia sostanziale (perché mai dovremmo lasciare un potere così immenso nelle mani di burocrati non eletti da nessuno e al riparo dal processo elettorale, per perseguire tra l'altro un obiettivo fasullo e senza senso come il folle contenimento dell'inflazione con uno strumento che ha poco a che fare con la dinamica dei prezzi?), ma è anche basato su un falso storico-scientifico. Ci hanno fatto credere che la politica monetaria non poteva più essere gestita dai politici, che volevano solo stampare moneta e finanziare a deficit le loro spese folli, ma doveva essere gestita da tecnici "al riparo dal processo elettorale" (Monti dixit), che essendo illuminati dal Divino, avrebbero contenuto l'inflazione smettendo di stampare moneta a piacimento.

Questa è una grande truffa, perché la scienza e l'evidenza empirica (la BCE ha stampato migliaia di miliardi di euro e l'inflazione è rimasta al palo) hanno dimostrato che l'inflazione non dipende dalla moneta stampata, ma dalla domanda di beni, cioè dalla moneta spesa.

Quanto è costato questo scherzetto ai cittadini italiani? Con la separazione tra Bankitalia e Tesoro avvenuta nel 1981 il nostro debito pubblico è stato messo in mano ai mercati, i quali non sono un'entità astratta, ma operatori concreti che vogliono solo massimizzare il loro profitto; e caspita se lo hanno massimizzato!! 

Hanno incassato lauti interessi sottoscrivendo il debito pubblico italiano, che dal 1981 è schizzato in rapporto al PIL, proprio a causa dell'aumento vertiginoso della spesa a servizio del debito. Questi maggiori interessi li abbiamo pagati noi cittadini, vedendo spazzati via i diritti e le tutele che la Costituzione ci garantiva: da lì inizia l'austerità, con la compressione della spesa pubblica e con in seguito i record di avanzi primari di bilancio. E con Maastricht e l'Eurozona, dove l'indipendenza della BCE e il divieto di finanziamento monetario dei deficit sono sanciti a lettere di fuoco nei Trattati, la situazione è solo che peggiorata. Ricordate le letterine di Draghi e Trichet al Governo per dirgli quello che doveva fare? Ricordate la Grecia e l'Irlanda? Questi sono solo alcuni esempi.

Ecco perché quando parlo di uscita dall'euro, dico che si tratta di un mezzo e non di un fine, di condizione necessaria ma non sufficiente: perché anche se usciamo dall'euro senza ripristinare alcune tutele fondamentali, il destino non sarà migliore di ora. E la riforma principe sarà per forza l'abolizione del dogma della banca centrale indipendente e il ripristino della possibilità di finanziamento monetario per i deficit di bilancio».

* Fonte: Marco Zanni



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