ELEZIONI 2018: LA PROPOSTA DELLA C.L.N.

giovedì 19 ottobre 2017

SICILIA: "TUTTE LE LISTE SONO FUORI LEGGE"

[ 19 ottobre 2017 ]

Palermo. Abbiamo dato conto dell'esclusione, dalla competizione elettorale siciliana, della lista "Noi siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana".

Esclusione dettata, secondo le autorità preposte, da alcune irregolarità formali all'atto del deposito della lista. Abbiamo denunciato il carattere particolarmente severo, farraginoso ed escludente delle procedure regionali che regolano l’accesso alla convalida delle liste e dei candidati —in primis il fatto che c'erano solo dieci giorni per raccogliere le firme necessarie.

Ieri si è svolta a Palermo la conferenza stampa con cui i nostri amici siciliani annunciano battaglia [foto sopra: da sinistra: Massimiliano Musso, Franco Busalacchi e Pino Prestigiacomo]. Ecco cosa han detto.


Disparità di trattamento? Certo è che a guardare le altre liste — cosa fatta grazie all’accesso agli atti — e le strane incongruenze che vengono fuori, il dubbio è più che lecito. Ecco cosa hanno fatto i candidati più noti…
“Siamo stati esclusi per un cavillo burocratico. Ma la legge, così pedissequamente applicata dal Tar deve essere valida per tutti. Ecco perché chiederemo che i giudici trattino le altre liste provinciali e regionali con la stessa severità”.
Così Franco Busalacchi commenta la conferma, da parte del Tar Sicilia, della ricusazione della lista regionale Noi Siciliani con Busalacchi – Vox Popoli – Sicilia Libera e Sovrana per la mancata apposizione di timbri comunali di congiunzione tra l’elenco dei candidati del listino regionale e le relative firme di sottoscrizione e sostegno alla lista.
“Se la nostra lista non è regolare, non lo sono neanche le altre, ecco perché le elezioni vanno sospese”, aggiunge Busalacchi.
“Abbiamo richiesto l’accesso agli atti di tutte le altre liste presentate – commenta Pino Prestigiacomo, coordinatore regionale del movimento – da queste emergono alcune strane ‘incongruenze’. Com’è possibile che un candidato alla Presidenza della Regione del centrosinistra, Fabrizio Micari, abbia firmato la propria accettazione della candidatura il giorno 6 ottobre, a poche ore dalla scadenza della consegna delle liste, e in pochissimo tempo, dalla mezzanotte del 6 ottobre alle 16 dello stesso giorno, ben tre consiglieri comunali (uno dei quali, Paolo Caracausi, era pure candidato), abbiano autenticato più di 1.300 firme a sostegno della sua lista?”.
“Inoltre, sempre per la lista Micari, Alice Anselmo – precisa Prestigiacomo – ha firmato l’accettazione della candidatura il giorno 3 ottobre, Nicola D’Agostino il 4, Mariella Lo Bello il 6, Antonio Rubino il 3, Valeria Sudano e Vincenzo Vinciullo il 5 e le relative sottoscrizioni portano date antecedenti”.
“Nella lista di Nello Musumeci – continua Prestigiacomo – il capolista ha accettato la candidatura il 2 ottobre, Felice Di Mauro Giovanni detto Roberto, il 3, Giuseppa Savarino detta Giusi, il 3, Girolamo Turano il 2 ottobre. L’ultima è stata Elvira Amata il 3 ottobre e anche qui le firme di sottoscrizioni sono state apposte in date precedenti”.
“Saremmo di fronte a un falso ideologico e documentale – conclude Prestigiacomo – che, se provato, avrebbe forti rilievi penali”.
“Il Tar Sicilia – commenta l’avvocato Lillo Massimiliano Musso, candidato alla vicepresidenza della Regione per Noi Siciliani – ha sancito che in Sicilia il favor partecipationis non si applica e che l’art. 14 della legge regionale 29 del 1951 si applica senza eccezioni. Siccome abbiamo evidenziato che anche altre liste provinciali e tutte le liste regionali presentano difetti formali identici ai nostri, presenteremo un esposto all’indomani delle elezioni, in virtù dell’art. 130 del processo amministrativo, per chiedere l’invalidazione del procedimento elettorale”.
“Di più – precisa Franco Busalacchi – le elezioni vanno sospese perché quello che sta succedendo somiglia tanto a un golpe. È incostituzionale, tra l’altro, che alcune liste non abbiano l’obbligo di raccogliere le sottoscrizioni perché presenti all’Ars come gruppi parlamentari”.
“Se la democrazia – aggiunge Busalacchi – non è in pericolo ora, quando lo è? Non accettiamo quanto successo, andremo fino alla Corte dell’Aja o di Marte, finché non troveremo un giudice che ci dà ragione. Mi sento censurato e discriminato, è inaccettabile. La legge non è affatto giusta, è come se mi si accusasse di aver carpito le firme dei sottoscrittori dicendo che erano raccolte per conto di altri candidati, come Miccichè o Musumeci. Ma i sottoscrittori hanno firmato davanti a un notaio con tanto di documento di identità e sapevano benissimo per chi dovevano firmare. Gli altri non so se hanno operato allo stesso modo”.
* Fonte: i nuovi Vespri

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mercoledì 18 ottobre 2017

SALITI A BORDO...


[ 18 ottobre 2017 ]

Il 18 giugno scorso si svolse a Roma, presso il teatro Brancaccio, l'assemblea promossa da Anna Falcone e Tomaso Montanari [nella foto a sinistra].

Teatro stracolmo [vedi foto sotto]. Entusiasmo per l'idea di dare vita ad un nuovo soggetto politico di sinistra, civico e dal basso, che nulla avesse a che fare con la sinistra sinistrata.

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio...
A caldo pubblicammo un giudizio critico, quello di Paolo Gerbaudo. Giorni prima, assemblea del Brancaccio in vista, Ferdinando Pastore, aveva messo in guardia sul reale punto di approdo dell'iniziativa: "Unità della sinistra? No grazie!".
Brancaccio, 18 giugno: in tanti a sperare invano che
nascesse una sinistra davvero popolare

Sembravano giudizi troppo duri. Si stanno rivelando più che esatti.

Qualche giorno fa Anna Falcone ha concesso un'intervista che la dice lunga.
Alla domanda: 
«Ma riuscirete a fare un Quarto polo che andrà da Mdp a voi del Brancaccio passando per Sinistra Italiana, Possibile e Rifondazione? Una sola lista di sinistra, è questo l'intento? Lavora per questo?»; la Falcone risponde:
«Una sola lista civica e di Sinistra, lo abbiamo detto nel nostro appello e lo ribadiamo. Ci sono tutti i presupposti e sono fiduciosa. La sfida non è solo la lista, ma costruire, anche in Italia, la via per la nuova Sinistra, una forza partecipata, innovativa e lungimirante, che possa imprimere alla politica quella svolta prodotta da Podemos in Spagna e da Corbyn nel Regno Unito. Solo per citare due esempi che, uniti a quello francese, dimostrano come la Sinistra vince solo se unita e se torna a fare la sinistra, a lottare per i diritti e su proposte concrete e alternative, con coraggio e senza compromessi».
Traduciamo: ora che il mellifluo Pisapia ha scoperto le sue carte e va con Renzi, non ci sono ostacoli a presentarsi nella stessa lista con D'Alema e Bersani, ovvero con quel pezzo dell'establishment politico che ci ha portato nella gabbia dell'euro e che ha sostenuto il Quisling Mario Monti pur di restarci, facendo scempio di democrazia, diritti sociali, e sovranità nazionale e popolare.

Non siamo stati quindi troppo duri, bensì realisti.

Non ci consola affatto averla azzeccata un'altra volta. Che alla fine la Falcone e Montanari siano saliti a bordo, sulla nave ammiraglia con D'alema al comando, dimostra quanto forte sia ancora la sinistra sistemica, quanto radicato sia l'opportunismo (cosa non si fa per qualche scranno parlamentare!), ma pure quanto difficile sia la battaglia per dare una testa ed un corpo ad una politica alternativa.

Ciò nonostante non ci si deve arrendere. Una proposta è in campo, quella della Confederazione per la Liberazione Nazionale: tentare il possibile per presentare alle prossime elezioni una lista del sovranismo popolare e costituzionale, un lista dell'Italia Ribelle e Sovrana.

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IL NEGAZIONISMO DEI GLOBALISTI di Carlo Formenti

[ 18 ottobre 2017 ]

Andrew Spannaus, giornalista americano attivo in Italia di cui abbiamo potuto apprezzare il pamphlet “perché vince Trump”, torna con un nuovo saggio sul conflitto fra popoli ed élite, “La rivolta degli elettori” (targato Mimesis come il precedente). Il testo affronta in particolare tre temi: le cause del crescente rigetto nei confronti dell’attuale sistema politico ed economico, le sue forme politiche, l’incapacità dei vecchi poteri di affrontarlo.

Le cause sono sotto gli occhi di tutti, a partire dal vertiginoso aumento delle disuguaglianze, effetto dello sforzo di abbassare il costo del lavoro attraverso outsourcing, precarizzazione, tagli salariali, e della finanziarizzazione dell’economia. Due processi che investono l’intero mondo occidentale, e hanno assunto forme esasperate in

Europa dopo Maastricht e l’unificazione monetaria. In Italia la tragedia è iniziata con il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, che ha causato l’esplosione del debito pubblico, per raggiungere l’acme sotto il governo “tecnico” di Monti il quale, non solo si è impegnato a contribuire nella misura del 18% al fondo salva stati laddove le nostre banche erano esposte al 5% (il che significa che non abbiamo contribuito a salvare i Paesi in difficoltà bensì le banche francesi e tedesche che ne avevano finanziato i debiti), ma è anche riuscito a far crollare il Pil del 5% fra il 2011 e il 2014 (e la produzione industriale del 10).

Questi scenari hanno innescato, scrive Spannaus, “un’insurrezione della ‘gente normale’ contro le strutture del potere politico e mediatico”. Annunciate dal movimento Occupy Wall Street e dallo slogan “noi il 99%” (contro l’1% dei super ricchi), sono nate dovunque inedite forze “populiste” mentre il sistema ha dovuto subire una serie di choc: dalla Brexit inglese, all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, alla disfatta di Renzi nel referendum del 4 dicembre 2016 (elenco cui andrebbe aggiunto il recente dimagramento elettorale dei due maggiori partiti tedeschi, che ha certificato lo scontento dei cittadini nei confronti della Grande Coalizione fra Popolari e Socialdemocratici).

Queste forze, pur muovendo da posizioni ideologiche diverse, presentano alcune caratteristiche simili: Trump e Sanders condividono una serie di rivendicazioni (pur attribuendovi pesi diversi: Trump insiste su dazi e investimenti strutturali, Sanders su sanità e istruzione) ma soprattutto lanciano lo stesso messaggio: le élite stanno imbrogliando il popolo americano. Marine Le Pen ha presentato un programma “di sinistra” che Mélenchon potrebbe in parte sottoscrivere, benché i due siano divisi da un abisso sui temi identitari. Del resto, argomenta Spannaus, proteste economiche e rivendicazioni identitarie tendono a marciare insieme e anche i populismi di sinistra annunciano la fine della globalizzazione come marcia inarrestabile e irreversibile verso la scomparsa dei confini, recuperando il tema della sovranità nazionale come base necessaria di democrazia e sovranità popolare.

E la reazione delle élite? Negazionismo puro! Si serrano i ranghi e ci si oppone alle proteste senza ammetterne le ragioni; si professa una fede incrollabile (in barba ai suoi fallimenti) nella religione del libero mercato e del rigore monetario; si bolla l’opposizione come un rigurgito reazionario, ripetendo il mantra che non si può regredire al nazionalismo, al protezionismo, all’industria manifatturiera, alla chiusura dei confini; si condanna la democrazia referendaria perché solo gli esperti sanno affrontare i problemi. Ma soprattutto si evocano le regole del politicamente corretto contro la rozzezza degli avversari senza capire: 1) che la gente considera l’insistenza sui diritti individuali e civili come un modo per non parlare dei problemi reali; 2) che la familiarità di una Clinton con Goldman Sachs pesa di più (negativamente) del machismo di un Trump. Oppure si agitano argomenti retorici sul tipo di quelli mobilitati a sostegno della Ue: l’Europa garantisce la pace; è un baluardo a tutela dei diritti civili, deve unirsi per fronteggiare la concorrenza americana e cinese. Peccato che questi argomenti siano falsi: la pace in Europa c’era già da mezzo secolo, quando è entrato in vigore l’euro (dopodiché i conflitti sono cresciuti piuttosto che diminuiti); l’Europa promuove i diritti civili ma demolisce quelli sociali; l’economia di molti Paesi membri è peggiorata dopo l’unione, per cui è diminuita la loro capacità di competere sul mercato globale.

Sarebbe interessante applicare l’analisi di Spannaus al caso catalano che stiamo vivendo in questi giorni, ma il discorso diverrebbe troppo lungo. Tuttavia qualcosa mi sento di anticipare: quanto succede in Catalogna mette in crisi la “pars costruens” del discorso di Spannaus (che qui ho trascurato). Il giornalista americano pensa, o almeno spera, che prima o poi le élite dovranno cambiare rotta, ammettere l’insostenibilità del processo di globalizzazione, riconoscere le ragioni dei più deboli e restituire agli stati nazione il ruolo di garanti della democrazia. Invece le scelte del governo di Rajoy, sostenute da un’Europa cui gli indipendentisti chiedono inutilmente di svolgere un ruolo di mediazione, non lasciano dubbi: ogni deviazione dalla linea imposta dalle élite globaliste dev’essere punita con la repressione (e con il terrorismo economico: vedi il caso greco). Da questa situazione non si esce con appelli al buon senso e alle riforme, ma solo attraverso un processo rivoluzionario.


* Fonte: Micromega

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martedì 17 ottobre 2017

CATALINISMO, EUROPEISMO E OPEN SOCIETY

[ 17 ottobre 2017 ]

Come andrà a finire la partita tra le autorità spagnole e quelle catalane? Non lo sappiamo, e non lo sanno nemmeno loro, i leader dei due fronti. Quale sia la nostra posizione e perché non condividiamo il secessionismo, e perché abbiamo condannato la repressione spagnola, l'abbiamo detto e scritto a chiare lettere.

Torniamo sopra alla questione per mostrarvi un video, molto ben fatto, potente, ammiccante, struggente. E' un video prodotto dalla più antica associazione politico-culturale indipendentista catalana, la OMNIUM. Presidente attuale della OMNIUM è Jordi Cuixart i Navarro, uno dei due leader catalani accusati di sedizione da Madrid e arrestati questa mattina. Jordi Cuixart i Navarro è un noto industriale, tra i fondatori della confindustria catalana, la FemCat. 
Ma perché segnaliamo questo video clip? Solo per far capire a noi stessi come si fa oggi giorno la comunicazione di massa? No.
Lo pubblichiamo perché esso fa capire quale sia l'ideologia egemone in seno all'indipendentismo catalano (e quindi quali appoggi abbia e quali appoggi invochi). Europeismo conclamato, il Soros-pensiero o della open society... Un indipendentismo farlocco quindi, che nasconde un globalismo ortodosso.



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LA RUSSIA E IL MEDIO ORIENTE di Giuseppe Angiuli*

La storica visita del re dell’Arabia Saudita a Mosca, 5/10/2017
[ 17 ottobre 2017 ]

Il Medio Oriente non è solo un gorgo che sembra inghiottire stati regionali e relative ambizioni egemoniche, nazionalità, culture, sette religiose islamiche. E' il terreno ove le grandi potenze globali si sfidano per esercitare la loro supremazia. Un luogo ad alta complessità geopolitica che non si presta a semplificazioni manichee.
Volentieri pubblichiamo il punto di vista di Giuseppe Angiuli.


* Giuseppe Angiuli fa parte del Coordinamento nazionale della C.L.N.

«Grandi sconvolgimenti in atto in medio oriente. La Russia baricentro dei nuovi equilibri nella regione 


L’intera regione medio orientale è stata interessata, in questi ultimi tempi, da un generale riassestamento degli equilibri geopolitici il cui risultato appare ogni giorno di più coincidere con un’ascesa irreversibile del ruolo della Russia di Putin, ormai protagonista assoluta nella definizione di tutti i più importanti dossier in agenda. 

A tutto ciò sta facendo da contraltare una tendenziale ritirata strategica degli USA dalla regione: a partire dall’avvento dell’Amministrazione Trump, a Washington ha iniziato a delinearsi una nuova strategia che vedrebbe i nordamericani decisamente più interessati alle sorti del far east (estremo oriente) dove essi hanno necessità di lanciare un’offensiva politico-economica alla Cina e per adesso hanno iniziato a colpirla trasversalmente minacciando alcuni regimi politicamente ad essa assai contigui, come la Corea del Nord di Kim Il-sung e il Myanmar (ex Birmania). 

In medio oriente, il protagonismo della Russia ha iniziato a manifestare il suo carattere decisivo a partire da settembre 2015, quando su richiesta del Presidente siriano Bashar al-Assad (incapace di fronteggiare da solo le forze dello Stato islamico), Mosca ha deciso di scendere direttamente in campo nel conflitto siriano. 

L’inedito dispiegamento militare dei russi, unito all’abile tessitura politico-diplomatica architettata dal Ministro degli Esteri del Cremlino Sergej Lavrov, ha reso possibile in breve tempo la nascita di un solido fronte internazionale di forze compattamente ostili allo Stato islamico ed alle altre formazioni di miliziani di ispirazione jihadista. 
Ne è venuto fuori un comando integrato – dominato dalla componente sciita – che ha visto la partecipazione congiunta dei governi dell’Iraq, dell’Iran e della stessa Siria, oltre al movimento politico-militare libanese Hezbollah, il cui apporto è risultato molto significativo sul terreno dello scontro militare all’interno dei confini siriani. 


Dopo la ritirata dei miliziani jihadisti dalla città di Aleppo nel dicembre 2016 e con la più recente conquista della città di Deir Ezzor da parte dell’esercito regolare di Damasco, le sorti del conflitto siriano appaiono ormai definitivamente segnate con la quasi certa sopravvivenza al potere di Bashar al-Assad. 

La svolta sul terreno militare nel conflitto siriano si è accompagnata in questi ultimi tempi ad una lunga serie di clamorose novità e cambi di campo in tutto il medio oriente. 

Alternando il bastone e la carota, Vladimir Putin è riuscito nell’impresa titanica di costringere i più diversi attori del quadrante medio orientale a mutare la loro strategia di 180 gradi, ribaltando antichi equilibri consolidatissimi e, in alcuni casi, contribuendo a rompere i loro pregiudizi e la loro reciproca incomunicabilità. 
Il turco Erdogan con l'iraniano Ali Khamenei
Nell’azione di persuasione su ciascuno di questi attori è risultato decisivo, da parte russa, il fare leva su quanto sta a loro rispettivamente più a cuore e su cosa possa unire ciascuno di essi ad un altro partner della regione. 

Il neo-sultano turco Recep Tayyip Erdoğan, già sponsor di primo piano dell’ISIS, è stato convinto da Mosca ad abbandonare il progetto di destabilizzazione della Siria e a concentrarsi maggiormente sulla sua stessa sopravvivenza politica. 

Erdoğan si è trovato gioco forza costretto a prendere atto con l’incedere degli eventi che i suggerimenti di Putin andavano effettivamente incontro ai suoi interessi: dopo avere sventato (con il decisivo intervento di forze speciali russe) il tentativo di colpo di Stato atlantista che lo ha visto vittima nel luglio del 2016, egli ha progressivamente abbandonato l’obiettivo di eliminare dalla scena il siriano Assad, iniziando a preoccuparsi unicamente di scongiurare ad ogni costo la nascita di uno Stato curdo nei pressi dei suoi confini (come prefigurato da USA e Israele). 

Da ultimo, sempre con l’avallo decisivo di Mosca, lo stesso Erdogan ha avviato un patto di stretta cooperazione col regime degli ayatollah iraniani, anch’essi fortemente contrari alla nascita di un nuovo Stato curdo. 
Dunque, Turchia e Iran seduti ad uno stesso tavolo: uno scenario semplicemente impensabile soltanto fino a pochi mesi fa e reso possibile unicamente dai buoni uffici del Cremlino. 

Anche la monarchia del piccolo ma influente Stato del Qatar negli ultimi tempi ha cessato il suo sostegno alle milizie della galassia islamista già attive in Siria ed ha iniziato a trovare delle inedite convergenze strategiche con l’Iran: in ballo c’è la cogestione del più grande giacimento offshore di gas naturale liquido del pianeta, collocato a cavallo delle acque territoriali tra i due Stati dirimpettai nel Golfo Persico. 
A nulla sono valse le minacce di invasione da parte della monarchia saudita e la chiamata alle armi dell’Amministrazione Trump, entrambe furiose con Doha per la sua apertura a Teheran: in difesa dell’intangibilità del ricchissimo Qatar e della sua emittente pan-araba Al Jazeera sono immediatamente scesi in campo il Kuwait, l’Oman e la stessa Turchia di Erdogan, che si è detta disposta perfino a dislocare delle truppe di terra a protezione della monarchia degli al-Thani. 
L’immenso giacimento di gas naturale South Pars 
nel Golfo Persico sarà cogestito tra Qatar e Iran

Il governo di Mosca, al fine di chiudere il cerchio protettivo attorno al Qatar e anche per premiare gli al-Thani per la loro cessazione nell’appoggio ai miliziani islamisti attivi in Siria, ha recentemente cooptato la famiglia reale del piccolo staterello del Golfo Persico all’interno del gigante energetico russo Rosneft, facendole acquisire un quinto della proprietà azionaria. 

Su un altro versante, Putin è apparentemente riuscito a convincere anche il falco israeliano Benjamin Netanyahu a dovere accettare suo malgrado l’inedito scenario appena delineatosi nella regione, a cominciare dalla integrità dei confini della Siria laica e baathista di Assad e dall’uscita dell’Iran (primo nemico in assoluto per Israele) dall’isolamento internazionale. 

In cambio, il Presidente israeliano ha preteso la garanzia che qualsiasi futuro tentativo dello stesso Iran o degli Hezbollah libanesi di insidiare lo Stato sionista incontrerebbe la ferma contrarietà di Mosca. 

Ma il protagonismo russo è vicino ad esplicare i suoi effetti anche all’interno del malconcio campo palestinese, tra le cui fila parrebbe che Mosca si stia adoperando negli ultimi tempi per favorire una inedita riappacificazione tra la fazione islamista di Hamas (dominante a Gaza) e quella laica di Al Fatah (al potere nei territori della Cisgiordania), con la prospettiva di dare vita ad un inedito governo di unità nazionale palestinese. 
Anche l’Egitto, ossia il Paese arabo di gran lunga più popoloso, da quando è retto dal regime militare guidato dal maresciallo al-Sisi, ha iniziato a sperimentare delle inedite forme di cooperazione militare con Mosca del tutto impensabili solo fino a pochi anni fa, tenendo conto che l’Egitto è dipeso per 40 anni dalle forniture statunitensi sia in campo economico che militare. 

Per chiudere il cerchio di questo epocale mutamento di assetti nella regione ed a suggello dei suoi recenti successi militari, economici e diplomatici, il 5 ottobre scorso Putin ha ricevuto in pompa magna a Mosca, per la prima volta in assoluto nella storia dei due Paesi, il capo della famiglia reale saudita, l'ottantunenne Salman bin Abdulaziz Al Saud, che ha raggiunto la capitale russa in compagnia di un codazzo di ben 1.500 dignitari e cortigiani. 
La monarchia di Riyad negli ultimi tempi ha il fiato corto: per colpa del ribasso record del prezzo del petrolio, le entrate statali sono arrivate a toccare i minimi storici, minacciando la stessa sopravvivenza dei Saud. 
L’indipendentismo curdo è fortemente sostenuto da Israele 

Ecco che dunque anche per l’Arabia Saudita si è reso di importanza decisiva sperimentare una inedita intesa commerciale con il governo di Mosca, al fine di stabilizzare il prezzo del greggio. 
Comunque la si pensi sul nuovo protagonismo geopolitico russo e sui riflessi che esso produrrà negli equilibri globali, è indubbio che da quando Putin ha assunto le redini in mano nella regione medio orientale, si è determinato un nuovo assetto contraddistinto dalla stabilizzazione dei conflitti e dall’appianarsi di antiche e ataviche incomprensioni. 

Il vecchio disegno degli israeliani e dei neocons americani di ridisegnare il “grande medio oriente” a loro piacimento, con la distruzione dei vecchi Stati nazionali e con la loro suddivisione lungo linee di faglia etnico-religiose (sciiti/sunniti, arabi/curdi, ecc.) in questi ultimi tempi sembra avere subito un significativo arretramento: nonostante ciò, è verosimile che tanto a Washington quanto a Tel Aviv si seguiterà ancora a lungo a sostenere strumentalmente l’indipendentismo curdo quale principale fattore di destabilizzazione nella regione.

Sotto quest’ultimo punto di vista, palese e scoperto è stato il sostegno fornito da Israele al recente referendum secessionistico promosso dal governo regionale del nord dell’Iraq, controllato dal clan curdo dei Barzani. 
Per intanto, tutte le strade del medio oriente sembrano portare a Mosca». 

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lunedì 16 ottobre 2017

PORTELLA DELLA GINESTRA: "IN QUESTO LUOGO SACRO"

[ 16 ottobre 2017 ]

Portella della Ginestra, venerdì 13 ottobre. 

Sul luogo ove il 1 maggio del 1947, venne compiuto l'eccidio terroristico contro il movimento contadino siciliano, militanti della Confederazione per la Liberazione Nazionale, assieme ai fratelli siciliani, giurano di raccogliere gli ideali dell'emancipazione del lavoro e della sovranità popolare.

Il Video più sotto.



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