mercoledì 7 dicembre 2016

ECCO LA RISPOSTA DELL'EUROCRAZIA di Luciano Barra Caracciolo

[ 7 dicembre ]

Juncker ha affermato che il voto degli italiano è stato "irresponsabile". Un segnale dello sconforto nei piani alti dell'Unione europea. Luciano Barra Caracciolo prevede il peggio...

1. L'enorme "pateracchio" istituzionale scaturito dall'esito del referendum fa venire al pettine tutti i nodi dell'anomalia di un sistema politico-parlamentare ormai subordinato non tanto alle transeunti esigenze dell'Esecutivo, quanto alla natura servente di quest'ultimo rispetto ai "obblighi comunitari e internazionali" assunti nella sede europea e al connesso "vincolo dell'equilibrio di bilancio (per usare una formula ormai "cara" alla nostra Corte costituzionale).

In realtà, data la non coincidenza tra dimissioni del governo, da un lato, e decreto di scioglimento della camere in vista di nuove elezioni, ovvero incarico ad un nuovo premier per la formazione di un nuovo governo, dall'altro, dall'accettazione immediata delle dimissioni non scaturiva un impedimento costituzionalmente normativo all'approvazione della legge di stabilità entro la fine di dicembre

2. Ma, si dice, occorre evitare l'esercizio provvisorio di bilancio: ma siamo sicuri? L'esercizio provvisorio, comunque, nonostante quanto con leggerezza diffuso dagli espertoni televisivi, non influisce sull'impegnabilità, liquidazione e pagamento, delle spese ordinarie derivanti da leggi di spesa permanenti o pluriennali già in vigore e, anzi, per le spese e le entrate derivanti dal progetto non ancora approvato, ne autorizza erogazione e riscossione sia pure per "dodicesimi" pro-mese.
Nulla a che vedere col "sequester" che può inscenare il sistema parlamentare, bicamerale, anche in tema di spesa pubblica, negli USA.

Va peraltro segnalato che un governo che sia dimissionario, o dimissionario condizionato, svolge praticamente un identico ruolo "depotenziato" di fronte alle Camere ai fini dell'approvazione di bilancio e relativa "manovra": e questo tanto più che proprio da oggi stesso, l'esame in Commissione bilancio del Senato della relativa legge è già calendarizzato e si sta probabilmente svolgendo in questo momento, in vista di un rapida calendarizzazione in aula.
Dunque, l'impuntatura del Capo dello Stato pare più legata a voler far risaltare la formale assunzione di responsabilità dell'attuale governo rispetto a "questa" manovra di stabilità, al fine di rassicurare l'UE e i "mercati". 

3. Nella sostanza, come abbiamo visto, cambia molto poco. 
Il governo dimissionario, infatti, rimane in carica per gli affari correnti e per quelli urgenti; equand'anche, su un atto "dovuto" (per obbligo di trattato €uropeo...), le Camere fossero state sciolte (il che non è), rimane sempre il loro obbligo di esercitare i loro poteri "correnti"fino alla riunione delle nuove Camere (art.61 Cost, cpv, quello "famoso" dellaprorogatio...ad infinitum); poteri tra i quali rientra senz'altro l'approvazione di una legge di bilancio già approvata alla Camera dei deputati, e con iter già incardinato al Senato stesso. 
Tra l'altro, anche a tal fine, risulta inoltre legittimamente esercitabile il potere di convocazione del Senato (e in genere delle Camere) spettante al PdR in base all'art.62 Cost. (dimissionario o meno che sia il governo).

4. Ma la "rassicurazione" (che dovrebbe derivare dall'approvazione della legge di stabilità e del bilancio) pare più essere in senso contrario, cioè dell'UE rispetto all'Italia: e proprio in seguito alle dimissioni del governo. Cioè, con l'accettazione momentanea, da parte dell'UE-M, di una manovra che sarebbe stata altrimenti "bocciata"!!! 
Rassicurazione, appunto, solo momentanea e in vista di una manovra aggiuntiva (di circa 15 miliardi) attesa da parte del nuovo governo (anticipando un pochino...troppo l'esito della crisi in corso): 
"Infatti, come ha precisato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, “vista la situazione politica, è impossibile chiedere al governo italiano di impegnarsioggi per queste misure aggiuntive”.
Insomma, "l’Eurogruppo “prende nota del non rispetto ‘prima facie’ della regola del debito” e ricorda che la Commissione stenderà un nuovo rapporto ad hoc. L’Eurogruppo “monitorerà l’attuazione delle misure aggiuntive (chieste ad otto Paesi tra cui l’Italia) a marzo 2017“.
Entro marzo, quindi, una quindicina di ulteriori miliardi di entrate o di tagli di spesa, per l'€uropa, occorrerà trovarli. Sperando che bastino, perché nel frattempo viene a "maturazione" la questione della ricapitalizzazione bancaria (non solo di MPS...).

5. D'altra parte, l'€urogruppo è chiaro: la copertura, per il deficit strutturale e magari ancheper l'intervento statale di ricapitalizzazione bancaria (ove mai autorizzato), va trovata con "entrate straordinarie" (windfall revenues), cioè essenzialmente quella "forte" tassazione patrimoniale (su conti correnti e immobili) che da tanto tempo l'€uropa indica come soluzione TINA. Altamente recessiva, nelle circostanze della provata economia italiana.
6. Ecco dunque, come si giustifica questa analisi Marco Zanni:

7. Ma il futuro che ci attende sarebbe quello di un governo "tecnico", con il ministro Padoan "favorito" (proprio in chiave rassicurazione €uropeista) o, al più istituzionale: ebbene, nulla è più politico, cioè operante mediante scelte niente affatto neutre e prive alternative tecnico-economiche, di un governo "tecnico" che attui le politiche fiscali ed economiche imposte dall'€uropaassumendo cioè come prioritaria, su ogni altro obbligo e valore costituzionale, questa costante imposizione.
Solo che, come abbiamo visto, si tratta di una "diversa" politica: non quella rispondente a un (non pervenuto) indirizzo elettorale del popolo sovrano, - che pure qualche indicazione col referendum potrebbe averla data-, ma quella pedissequamente attuativa dell'indirizzo politico formatosi all'esterno di ogni espressione del voto, e fortemente caratterizzato da presupposti, obiettivi e strumenti estranei a quelli previsti da norme inderogabili della nostra (appena "confermata") Costituzione.

8. Stando così le cose, le istituzioni politiche italiane, nel loro complesso, si stanno indirizzando verso un ritorno ad una forte recessione, per via di correzione della manovra per il 2017 e per via della (ben) possibile copertura in pareggio di bilancio del salvataggio pubblico delle banche (da rivendere poi a "investitori esteri"!),  e con in più un paradosso particolarmente beffardo.
Se il pareggio di bilancio e la stessa Unione bancaria sono fortemente, se non decisamente, contrari ai principi non revisionabili della nostra Costituzione, il voto referendario, sebbene così imponente nel manifestare la volontà popolare di difendere la vigente Costituzione, minaccia di servire da presupposto per l'ennesimo "stato di eccezione" che celebri le "esequie frettolose di una Costituzione ancora viva".
Insomma, il referendum stante il quadro della legittimità costituzionale che esso intendeva ribadire, era proprio sull'€uropa: e a Bruxelles se ne sono accorti benissimo. 
Solo che, in tempi di totalitarismo ("irenico") ordoliberista, il "banco vince sempre".

ADDENDUM: poi se qualche "sognator€" più realista dell'imperatore germanico avesse qualche "ingenuo" dubbio:

A BERLINO SI PARLA DI TROIKA PER L'ITALIA


* Fonte: Orizzonte 48

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martedì 6 dicembre 2016

DI BATTISTA, BENE COSÌ di Piemme

[ 6 dicembre ]

Il 12 novembre, sicuro di una vittoria rotonda del NO, il Consiglio nazionale di Programma 101, chiedendosi quale strada si sarebbe dovuta prendere dopo il 4 dicembre, dichiarava:
«E dopo? Se vincono i NO che si fa? Si dia finalmente la parola ai cittadini, si vada subito al voto. Qualsiasi Parlamento, sull’onda del NO, sarà più degno di quello attuale di nominati e voltagabbana. Meglio andare subito ad elezioni anticipate che dare ai poteri forti il tempo di riprendersi dalla batosta e di congiurare in segreto per rimpiazzare Renzi con un altro loro fantoccio». [ 4 dicembre: e dopo? ]
Alcuni ci avevano preso per visionari. Prendiamo atto con soddisfazione che la proposta di andare subito alle elezioni, di non dare tempo a chi comanda di complottare per spegnere la spinta alla svolta politica venuta dalle urne, è stata raccolta ufficialmente dal Movimento 5 Stelle. Qui sotto quello che ha scritto ieri Di Battista nella sua pagina Fb. Di Battista chiude quindi  il suo intervento alludendo alla necessità di una mobilitazione popolare di piazza nel caso chi comanda voglia evitare di dare la parola ai cittadini. Bene così!
Proprio per aiutare la mobilitazione popolare su questo sito si proponeva ai parlamentari 5 Stelle che avrebbero dovuto promuovere, in segno di protesta in caso di inciucio, un'azione eclatante, dirompente: abbandonare assieme alle altre opposizioni le aule parlamentari.

Ecco quanto scritto ieri da Di Battista:

«Renzi, Alfano, Verdini e Boschi hanno bloccato il Parlamento con queste riforme costituzionali dannose e bocciate dalla stragrande maggioranza degli italiani. Hanno fallito e devono andare a casa. 
Il M5S non intende bivaccare mesi su mesi alla ricerca di una quadra con i partiti politici responsabili dei disastri in Italia. Non ne possiamo più. Li conosciamo ormai. 

Gli interessano due cose: la prima è soddisfare i poteri di cui sono prestanome. Ed ecco spiegate le leggi pro-petrolieri, i decreti salva-ILVA, le norme a favore delle banche etc, etc. La seconda è ostacolare in ogni modo il M5S. Per riuscirci hanno rieletto lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (mai successo nella storia d'Italia); il PD, un partito che viene da Berlinguer, ha fatto governi con Berlusconi, Monti, Alfano e Verdini; hanno pugnalato Letta perché debole e messo Renzi perché credevano che ci avrebbe contrastato (e si è dimesso anche lui); hanno fatto ignobili forzature dei regolamenti; hanno applicato la ghigliottina per fermarci; poi hanno fatto una legge elettorale contro il M5S e adesso che si sono resi conto che non ci sfavorirebbe come pensavano vogliono correre ai ripari. 

Ripeto, noi li conosciamo. 
Non gli interessa fare una legge elettorale migliore per i cittadini, gli interessa un “anticinquestellum”, una legge elettorale contro il Movimento. E noi che cosa dovremmo fare? Sederci al tavolo con questi “ladri di democrazia”? Aprire una trattativa con questi bari? Non esiste! 

Noi vogliamo occuparci dei problemi reali, vogliamo un reddito di cittadinanza e vogliamo sostenere le piccole e medie imprese. Vogliamo una vera legge anti-corruzione e una vera abolizione di Equitalia. Non ci faremo trascinare in estenuanti trattative sulla legge elettorale. Il Paese è stufo. 

Per noi l'Italicum, la legge elettorale che loro si sono votati, ha dei profili di incostituzionalità (se fosse così chi l'ha votata dovrebbe vergognarsi e sparire dalla scena politica). 

A ogni modo ce lo dirà la Corte Costituzionale. Una volta che si sarà pronunciata andremo al voto con quella legge corretta, sia alla Camera che al Senato. Punto. 

E, finalmente, il Popolo italiano deciderà chi dovrà governare il Paese. Perché dopo Monti, Letta e Renzi, non ne possiamo più di governi scelti altrove. 
Ci vediamo in piazza, molto presto. Non vediamo l'ora!»

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PRONTI ALLA BOTTA O PRONTI ALLA LOTTA? di Simone Boemio

[ 6 dicembre ]

VOLENTIERI pubblichiamo questo contributo di Simone Boemio, che pone al movimento democratico e sovranista quesiti dirimenti.
Dissentiamo però su due punti di analisi: escludiamo, data la schiacciante vittoria del NO, che i dominanti riescano ad imporre, dopo quello di Renzi, un governo della troika; e ancor più difficile sarà evitare elezioni anticipate. Come la vediamo l'abbiamo scritto proprio ieri.

Ha vinto il NO, ma questa è stata solo la prima delle tante battaglie da vincere per riportare democrazia, lavoro e diritti sociali in testa all'agenda del Paese.

Da parte mia la soddisfazione è già stata archiviata e ha lasciato il posto a tante considerazioni sul futuro, perchè la vittoria del NO è solo servita a non legittimare in Costituzione lo status quo.
Ma lo status quo va comunque ribaltato e la Costituzione del '48 ripristinata e applicata integralmente (se si perseguono democrazia, lavoro e diritti sociali) e questo purtroppo non è, sia nell'agenda delle forze politiche parlamentari che hanno sostenuto il NO, che nella consapevolezza degli italiani.
Il bello (si fa per dire) è che in tutt'Italia si crede che lo sconfitto sia Renzi o al massimo Napolitano (in molti addirittura sostengono di aver sconfitto il comunismo! pensa te come siamo messi) e, salvo una sparuta minoranza dei più attenti e capaci, nessuno sa a cosa è stato realmente detto di NO, ovvero: sottoporre ulteriormente e definitivamentela nostra Costituzione al volere dei mercati.

Quindi che fare?
Cercare di lavorare all'interno degli attuali partiti per modificarne l'impostazione politica o contribuire alla nascita, crescita e vittoria di uno ad hoc?
Sicuramente se la prima soluzione appare quantomeno velleitaria, la seconda si sta dimostrando ogni giorno sempre più irrealizzabile a causa dell'incapacità delle migliori menti del Paese di fare squadra, ma anche a causa della più totale assenza di un sistema mediatico libero e democratico.
Il mio appello è sempre lo stesso ed è rivolto alle varie personalità che da anni si battono per la sovranità democratica del Popolo Italiano, per il diritto al lavoro e a una esistenza dignitosa libera dal bisogno per ogni cittadino:
mettere da parte i personalismi, le ruggini di cui si avvantaggia solo il nemico comune, la sfiducia derivante dal logorio di una attività politica e culturale estenuante e priva di soddisfazioni e sedersi tutti insieme intorno ad un tavolo per trovare un minimo comune denominatore sul quale costruire una alternativa politica duratura e degna di perfezionare l'opera dei padri costituenti.

Dal canto mio, considerata l'arduità delle due soluzioni e le caratteristiche degli attori principali di entrambe, conservo il mio meditato pessimismo e seguito a confidare in una qualche forma di sollevazione popolare che spero nasca come reazione alle prossime prevedibili mosse eversive e destabilizzanti delle elites finanziarie globali (perfettamente rappresentate dalle istituzioni europee) uscite sconfitte dal referendum sulla deforma costituzionale.

Infatti, le dimissioni del buffone (se non preludio ad un Renzi bis) fungono solo da apripista per un governo tecnico che, come quello di Monti, dovrà fronteggiare a suon di tagli, tasse e austerità, una nuova ulteriore crisi (dello spread anche 'sta volta?) che verrà scatenata da chi veramente è uscito sconfitto (ma non scalfito) dal referendum di ieri, un nuovo governo della troika che solo formalmente dovrà occuparsi della riforma elettorale e chiudere i battenti di questa legislatura prima della naturale scadenza, ma che finirà di distruggere ogni residuo di democrazia e giustizia sociale nel nostro Paese,come Grigoriou Panagiotis potrebbe facilmente prevedere.
L'esperienza greca è oramai giunta alle nostre porte, tenetevi forte, preparatevi all'impatto, ma anche alla reazione!

Sul versante politico parlamentare, nessuno si illuda, comunque vada, non andremo a votare anticipatamente ora che con la vittoria del NO, le élite, hanno sperimentato il confronto con l'elettorato italiano. Il maggiordomo del colle terrà in vita questa legislatura incostituzionale a tutti i costi perchè così vogliono i burattinai che lo sostengono. E chi avrà l'"onesta" di essere conseguente alle proprie dichiarazioni di ieri e di oggi e proclamerà un nuovo "Aventino" abbandonando i lavori parlamentari se non si ricorrerà immediatamente alle urne, avrà il mio apprezzamento e forse il mio sostegno (con tanto di formale ritrattazione di passate dichiarazioni).
E si, perchè un "Aventino 2017", a cento anni dalla prima rivoluzione operata dai lavoratori, sicuramente darebbe la forza necessaria per ribellarsi a chi ogni giorno si alza per guadagnarsi il pane onestamente; una forte protesta parlamentare darebbe il La e la direzione alla sollevazione e forse alla liberazione del Popolo sovrano dalla dittatura europea dei mercati.
Ma qualcosa mi dice che l'unico partito che potrebbe farlo, pur avendo la speranza di vincere le prossime elezioni, non farà proprio nulla lasciando ad una visita sui tetti di Montecitorio la propria unica ed irripetibile azione in difesa di una Costituzione che resta esautorata dai trattati europei anche nonostante il secco NO di ieri.

* Fonte: Articolo Uno

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lunedì 5 dicembre 2016

ECCO LA PRIMA DURA RISPOSTA DELL'UNIONE EUROPEA ALLA VITTORIA DEL NO di Marco Zanni

L'europarlamentare M5S Marco Zanni
[ 5 dicembre]

Come avevo avuto modo di anticipare qua e ribadire anche nel mio post di stamattina, finita la farsa del supporto a Renzi e alle sue riforme arriva la prima mazzata dalla UE per l'Italia, in particolare sulla legge di bilancio per il 2017.

Le istituzioni avevano dato una tregua al governo italiano fino al 5 dicembre ma poi avrebbero picchiato duro senza pietà: e la prima mazzata arriva dall'Eurogruppo, che si è riunito stamattina per, tra le altre cose, valutare i draft budget degli stati membri per il 2017. 

Ecco quali sono le conclusioni per il bilancio italiano, che già vi avevo anticipato mentre tutti i giornalai stavano a contare lo 0,1% di flessibilità in più o in meno.

Il giudizio dei ministri delle finanze dell'Eurozona non lascia spazio a fraintendimenti: come potete leggere il bilancio 2017 del nostro Paese è a rischio di non conformità con le regole prescritte dal Patto di Stabilità e Crescita e dalla sua revisione. 
Il pomo della discordia è il deficit strutturale e l'Obiettivo di Medio-Termine (MTO) del bilancio in equilibrio: Renzi si era impegnato con la UE, in cambio della flessibilità concessa lo scorso anno, a migliorare il saldo di bilancio strutturale (cioè al netto delle componenti straordinarie) dello 0,6% del PIL, mentre la proposta presentata da Padoan prevede un peggioramento dello 0,5%. 

Altro che qualche punticino di PIL, parliamo di circa €15 miliardi di differenza! E ora l'Eurogruppo, pur riconoscendo gli sforzi eccezionali per terremoti e migranti, chiede una pesante correzione e demanda alla Commissione Europea di indicare al governo italiano i passi necessari per ridurre il debito secondo le nuove e stringenti regole di bilancio varate in risposta alla crisi post-Lehman. 

I suggerimenti dell'Eurogruppo? Privatizzazioni selvagge e di utilizzare tutte le entrate straordinarie per ridurre il debito.

Ieri il No ha salvato formalmente la Costituzione Italiana del 1948, che però, indipendentemente da tutto rimane disapplicata nei suoi principi fondamentali; per tornare a farla vivere e ridare prosperità e speranza, è necessario rigettare gli assurdi vincoli europei che ci stanno asfissiando e che non ci permettono di mettere in atto le politiche di cui il Paese e i cittadini italiani avrebbero bisogno.

QUI trovate tutte le decisioni dell'Eurogruppo odierno e la foto sotto si riferisce al paragrafo sull'Italia =>

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UN TRIONFO DELLA PROTESTA E DELL'INTELLIGENZA DEL POPOLO ITALIANO

[ 5 dicembre ]

«M5S si adopri affinché prenda vita, in vista delle prossime elezioni, un blocco politico costituzionale pronto a prendere in mano le redini del Paese».

Noi l'avevamo detto.
Non solo contri i "gufi", anche contro coloro che negli ultimi giorni si stavano facendo prendere dal panico: (1) avremo una vittoria ampia e rotonda del NO, (2) Renzi si dimetterà e, (3) la legislatura non arriverà alla sua naturale conclusione, si voterà nel 2017.

Così è stato, così è, così sarà.

Da dove veniva tanta nostra sicumera? Da un'analisi lucida della situazione drammatica del Paese, dal fatto che la maggioranza del cittadini avrebbe usato le urne per lanciare un potente grido di protesta sociale. Contro chi? Non solo contro l'indisponente Matteo Renzi (ed il suo governo), ma contro il Palazzo, contro l'establishment, contro le élite che stanno nella stanza dei bottoni, contro le oligarchie europee e sovranazionali. Questo è infatti anche un implicito NO all'Unione euro-tedesca, che infatti ora è più traballante.

Il referendum lascia sul terreno anche altri cadaveri. La lista sarebbe lunga, ma due li vogliamo indicare: (1) la leggenda auto-razzista dei piagnoni per cui il popolo italiano sarebbe un popolo bue, assuefatto, docile, succube di chi comanda, incapace di alzare la testa; (2) la tesi che l'indignazione di massa sarebbe una paccottiglia..."antipolitica". Mai voto popolare è stato più politico di questo.

Le urne ci hanno consegnato, assieme alla fotografia di un Paese in cui chi sta sotto non segue più chi sta sopra, un segnale di speranza, di ottimismo. Ce n'era bisogno dopo tanta auto-flagellazione. Una vittoria che ha del formidabile visti la potenza dello schieramento nemico ed il bombardamento martellante e senza precedenti dei media per il Sì.

La frattura è profonda, è sociale prima ancora che politica, è tra due blocchi sociali: quello di chi ancora se la passa bene, e preferisce la conservazione, e quello, maggioritario, di chi se la passa male e preme per un cambiamento radicale, anzi, una inversione ad U. 

Adesso, come avevamo pronosticato, si entra in una nuova fase politica.

I poteri forti, italiani europei e sovranazionali, tenteranno di prendere tempo, di sostituire Renzi con un altro loro fantoccio. Cercheranno di evitare come la peste elezioni anticipate che ci darebbero un Parlamento conforme al risultato del referendum, che potrebbe dare vita ad un governo per la prima volta disobbediente ai grandi poteri oligarchici.

I teorici della "accozzaglia", i pennivendoli di regime, ci dicono che dal NO non verrà fuori niente di buono per il Paese.

E' invece possibile, certamente auspicabile, dopo un trionfo di tali proporzioni, che in vista delle prossime elezioni anticipate prenda forma un blocco costituzionale, un'alleanza politica che lanci la sfida e sia pronto a dare vita ad un governo popolare d'emergenza. E' il Movimento 5 Stelle che deve fare la prima mossa. I pentastellati sanno che mentre la maggioranza degli italiani chiede un governo di alternativa, che essi da soli mai potranno governare il Paese. Ci auguriamo che ne prendano atto e la facciano finita con la politica,a questo punto pericolosissima, dell'autosufficienza.

M5S si adopri affinché prenda vita, in vista delle prossime elezioni, un blocco politico costituzionale pronto a prendere in mano le redini del Paese.

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sabato 3 dicembre 2016

NON C'È PIÙ MOLTO TEMPO DAVANTI A NOI di Moreno Pasquinelli

L'intervento svolto ieri da Moreno Pasquinelli [nella foto], del Consiglio nazionale di Programma 101, all'incontro internazionale di Parigi promosso da EReNSEP dal titolo "FRANCIA ED EUROPA DOPO BREXIT".

«Ringrazio EReNSEP, e Costas in particolare per avermi offerto la possibilità di portare il nostro contributo a questo incontro.
Sono tra i promotori del Coordinamento della sinistra italiana contro l’euro, e faccio parte del Coordinamento europeo che ha organizzato il Forum europeo  svoltosi nel settembre scorso in Italia.
Partecipo a questo incontro mentre i miei concittadini sono chiamati domenica a votare si o no in un referendum col quale il governo Renzi tenta di stravolgere la Costituzione per edificare un sistema post-parlamentare di governance che renda automatiche ulteriori cessioni di sovranità nazionale.
Non a caso tutti i poteri oligarchici globalisti, americani ed europei, fanno quadrato attorno a Renzi.
Speriamo di sconfiggerli.
Il tema di questa tavola rotonda è “L’Unione europea dopo la Brexit. Proposte dalla sinistra”.
L’Unione europea come oggetto, la sinistra come soggetto.
Non mi soffermerò sull’oggetto, poiché se siamo qui saremo d’accordo con il giudizio inappellabile che viene dai fatti e che sta nell’invito di questo incontro: “L’Unione economica e monetaria europea ha irrevocabilmente fallito”.
L’oggetto è dunque il soggetto: la sinistra europea.
Non parlo della sinistra social-liberale, che è in verità una destra camuffata, visto che da decenni ha abbracciato i principi liberisti e ordo-liberisti.
Parlo della cosiddetta “sinistra radicale”, che sembra voler accompagnare l’Unione europea nel suo destino di morte.
Da dove viene questa pulsione suicida?
Essa viene dall’intreccio di fattori sociali ed ideologici. E’ su questi ultimi che vorrei soffermarmi.
La nostra tesi è la seguente: questa sinistra malgrado contesti i dogmi economico-sociali liberisti, ne accetta la narrazione ideologica fondativa, il paradigma cosmopolitico.
L’europeismo non è che un sottoprodotto dell’utopia cosmopolitica.
Questa ha un sostrato ontologico nobile e idealistico: l’irenica unità del genere umano, la Terra come casa comune, la pace perpetua come fine della storia. Evidenti le radici cristiane e illuministiche, razionalizzate e passate alla modernità grazie ad un filosofo come Immanuel Kant.
Questa tradizione di pensiero è penetrata a sinistra attraverso diverse vie, prima fra tutte la scuola del “diritto cosmopolitico (weltbürgerrecht) che va da Hans Kelsen a Jürgen Habermas, agli italiani Norberto Bobbio a Luigi Ferrajoli.
Questo cattivo universalismo, sotto le mentite spoglie del pacifismo e della sacralità dei diritti umani, di una irenica lex mondialis valida erga omnes, si è rivelato il rivestimento cosmetico dell’occidentalizzazione, anzi della americanizzazione armata del mondo.
Questa “sinistra radicale” difende l’idea che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’universalismo borghese-liberale e l’internazionalismo politico socialista.
Se questa operazione sincretica è stata possibile è certo perché una certa ortodossia vetero-marxista (e anche Marx ha avuto le sue colpe) ha ritenuto, a torto, che le particolarità nazionali erano residui destinati a sparire con lo sviluppo del capitalismo, che il progresso storico avrebbe condotto alla sparizione delle nazioni.
Potrei citarvi, a dimostrazione di come la vulgata marxista abbia finito per fare suo il cattivo universalismo liberale, Kautsky, Rosa Luxemburg, fatte le differenze, lo stesso Lenin.
Essendo in Francia cito Jules Guesde:
«Non ci sono nazioni, soprattutto oggi…non ci sono che classi. Per noi socialisti, non è questione di nazionalità, noi non conosciamo che due nazioni: la nazione dei capitalisti, della borghesia, della classe possidente da un lato, e dall’altro la nazione dei proletari, la massa dei diseredati, della classe lavoratrice… Le nazioni teoricamente parlando, sono una tappa sulla via dell’unità umana». [Articolo di Guesde ne: Le Citoyen del 3 aprile 1882]
L’edificazione dell’Unione europea sembrava inizialmente dar ragione a certo marxismo economicista e determinista: il capitalismo, a causa dello sviluppo delle sue forze produttive è costretto a sbarazzarsi degli stati nazionali. Non è servita la tragica lezione dello squartamento della Iugoslavia. Non è servito che dopo il 1989-91 solo uno Stato è sparito: la Germania democratica, ma per far posto ad uno stato nazionale ancor più potente e aggressivo: la Germania unificata.
Non ha voluto vedere, questa sinistra radicale che siano sorti proprio in Europa almeno altri 13 stati nazionali (16 e più se consideriamo il Caucaso).
La “sinistra radicale” ha insistito nel considerare l’Unione europea un evento progressivo, un’anticamera necessaria degli Stati uniti socialisti d’Europa, una tappa sulla via della fuoriuscita dal capitalismo, condannando così ogni contro-spinta nazionale come retrograda e reazionaria.
Mai errore si va rivelando più grande: la globalizzazione, a causa del suo carattere imperialistico, del suo procedere antagonistico, ha creato nuove oppressioni, ulteriori squilibri sociali, divaricazioni tra nazioni dominanti e nazioni dominate.
L’Unione europea ci sta consegnando un fatto peculiare: nazioni che facevano parte del consorzio imperialistico, ne stanno venendo escluse, stanno precipitando verso il basso, assistono ad una distruzione senza precedenti delle loro forze produttive, rischiano di diventare paesi semi-coloniali.
La Grecia insegna.
Di qui il necessario risveglio dei sentimenti nazionali.
Europeismo e cosmpolitismo si sono rivelati per quel che sono “ideologie” nel senso marxiano, ovvero specchietti per le allodole, inganni, paraventi per camuffare la più grande operazione ai danni dei popoli dopo i fascismi.
Se l’Europa è l’epicentro della crisi globale —crisi che attesta il tramonto del lungo ciclo della finanziarizzazione neoliberista— non è solo a causa dell’insostenibilità dei meccanismi economici ordo-liberisti, è anche perché fallisce la pretesa che in ambiente capitalistico sia possibile seppellire gli stati nazionali sciogliendoli in un’unica entità post-nazionale —che gioco-forza sarebbe post-democratica.
L’Unione europea mostra che non funziona quella che Ulrich Beck ha definito “cosmopolitizzazione coatta”, guidata dall’alto dalle frazioni globaliste della grande borghesia predatoria.
Solo mature e consolidate nazioni socialiste possono tentare, dopo una lunga fase federativa, di unirsi in un unico stato sovranazionale.
Abbiamo così che assieme all’Unione europea non muore solo l’ideale irenico dell’europeismo (e l’Italia ha dato ad esso, con il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, uno sciagurato contributo), muore una seconda volta l’idea economicistica che lo sviluppo capitalistico avrebbe integrato e omogeneizzato popoli e nazioni.
Muore la tesi che l’Unione europea sia il campo d’azione delle lotte operaie e sociali.
Abbiamo alle spalle un periodo storico sufficientemente lungo per affermare che in nessun modo si è verificato che la Ue sia uno spazio politico comune e favorevole all’emancipazione del lavoro.
Se abbiamo ragione noi, se il crollo dell’edificio unionista non demolisce le fondamenta degli stati nazionali, ogni sottovalutazione dei fattori nazionali, peggio ancora il disprezzo dei sentimenti nazionali risorgenti e mai sopiti, sarebbe esiziale per il movimento democratico e rivoluzionario.
Privati delle loro organizzazioni politiche e sindacali, sono proprio le classi sociali più deboli a considerare (a ragione) gli stati nazionali come i soli baluardi contro la globalizzazione.
Perché accade?
Perché queste classi sono le più esposte gli assalti predatori della propria grande borghesia, la quale agisce, non sembri un paradosso, come borghesia compradora, che non solo si consegna ad organismi tecnocratici mondialisti ma ciò facendo cede gli ultimi scampoli di sovranità nazionale.
Se queste borghesie abbandonano la difesa degli interessi della comunità nazionale (anzitutto del popolo lavoratore) è dovere del proletariato raccogliere il testimone.
Non c’è qui nessuna concessione al nazionalismo delle destre revanchiste.
C’è invece da sfidarle frontalmente, prima che sia troppo tardi sul terreno dell’egemonia sociale, e questo lo si può e deve fare recuperando il discorso di un patriottismo, socialista, democratico, antifascista e antimondialista.
La posta in palio è il potere statale.
Le élite liberiste “politicamente corrette”, lo vediamo bene in Italia (e non abbiamo una Marine Le Pen), ci condannano come “populisti”.
Dobbiamo respingere questo anatema.
Dobbiamo sbarazzarci di questo tabù paralizzante.
Il populismo è il solo campo dove una sinistra antagonista può pensare di lanciare la sfida dell’egemonia e fare in modo che la latente sollevazione popolare diventi vera e propria rivoluzione democratica.
Non c’è più molto tempo davanti a noi».

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