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lunedì 26 giugno 2017

NON RESTARE CON LE MANI IN MANO di Leonardo Mazzei


[ 27 giugno 2017 ]


I ballottaggi, ovvero l'ennesima certificazione della crisi dell'intero sistema politico

Ieri ha votato il 46% degli elettori, un 13% in meno rispetto al primo turno delle amministrative. Che è come dire che il 22% di chi era andato alle urne l'11 giugno è restato a casa due settimane dopo. E i risultati, che ci dicono i risultati? Di sicuro il Pd ha perso, ma ha perso anche il centrosinistra alla Pisapia. Il Movimento Cinque Stelle, invece, aveva già pesantemente perso all'andata, ed al ritorno ha incassato solo la vittoria di Carrara. In quanto alla destra si dice abbia vinto, ma guardando alle prossime elezioni politiche si tratta della classica vittoria di Pirro.

In realtà nessun protagonista della politica nazionale di questo sciagurato periodo per il Paese può davvero cantare vittoria. Non può farlo in tutta evidenza il Pd, i cui tentativi di ridimensionare la portata della sconfitta sono semplicemente penosi. Nell'ultimo anno Renzi ha incassato prima la botta di Roma e Torino, poi quella ben più pesante del referendum del 4 dicembre, ed infine - dopo l'ennesima buffonata delle primarie - la perdita (a vantaggio della destra) di ben 12 comuni capoluogo sui 25 in cui si votava.

Una sconfitta da nord a sud, in città simbolo come Genova, o in vecchie roccaforti come Pistoia. Nel 2009, per una debacle assai meno grave alle regionali sarde, Veltroni si dimise da segretario. Renzi invece non lo farà, a meno che non venga costretto dalla sua attuale maggioranza interna.

Su M5S abbiamo già scritto quanto basta. Certo, alle politiche il dato non sarà quel 10% scarso delle amministrative, ma neppure il 30% di certi sondaggi. Dunque addio all'obiettivo della conquista del governo, ipotizzata fino a due settimane fa come se la montagna di scempiaggini accumulate negli ultimi mesi potesse restare senza prezzo. M5S paga invece le vicende romane, l'inciucio (anche se poi fallito) sulla legge elettorale, l'ambiguità sull'Europa e sull'euro. Ma paga, soprattutto, la scelta di non aver acceso il fuoco della lotta (nelle istituzioni, ma più ancora nel Paese) dopo il referendum di dicembre.

Era lì, in quel decisivo passaggio, che bisognava accelerare i tempi, chiedere le elezioni immediate, la cacciata di un parlamento illegittimo. Il tutto in nome di un progetto di attuazione della Costituzione, in linea cioè con il grande successo referendario. Invece no, si è scelto di vivacchiare, di girare l'Italia in giacca e cravatta, di rassicurare i potenti, in definitiva di mostrarsi casta al pari di quella casta contro la quale il movimento era nato. Una bella scelta non c'è che dire, ed i risultati si sono visti... E, penso, si vedranno anche alle politiche, perché la capacità di auto-correzione del gruppo dirigente effettivo dei pentastellati mi pare assai prossima allo zero.

E la destra, perché neppure la destra può cantare vittoria? Chi scrive non ha mai avuto dubbi sul fatto che, visto il marciume di un'intera legislatura, alla fine pure la destra avrebbe avuto il modo di rialzare la testa. Il che è puntualmente avvenuto. Tuttavia, non facciamoci ingannare. La destra ha vinto soprattutto al secondo turno, ma i ballottaggi sono di fatto dei referendum, nei quali si vota prevalentemente "contro" piuttosto che "per" qualcuno. E siccome l'«uomo solo al comando» Matteo Renzi è il "qualcuno" più odiato d'Italia, ed un motivo ci sarà, nulla di più facile che raccogliere consensi contro di lui.

Ora qualcuno obietterà che nei comuni non si votava per o contro Renzi, ma sui candidati sindaci. Ciò è vero fino ad un certo punto, viceversa non capiremmo la forte omogeneità di questo voto amministrativo. Ma quel che più conta è che se nei vari comuni non c'era Renzi, c'erano però i "renzini", od anche semplicemente i piddini (non tutti i candidati del Pd erano renziani), la cui spocchia da unici abilitati a governare - dal condominio a Palazzo Chigi - viene sempre meno sopportata dalle persone normali.


In un certo senso la destra ha perciò avuto gioco facile, agevolata in questo anche dalle pittoresche disavventure dei grillini (vedi Genova, e non solo). Ma - e questo è il punto decisivo - tutto ciò è stato possibile solo grazie al meccanismo delle coalizioni e del ballottaggio. Meccanismi però inesistenti alle politiche, dove alla Camera le coalizioni non sono ammesse, mentre al Senato lo sono ma senza premio di maggioranza.

Certo, la destra tornerà a reclamare le coalizioni, e magari perfino quel ballottaggio fino a ieri osteggiato, ma di sicuro gli altri non gli concederanno un simile vantaggio. Vittoria di Pirro, dunque, anche perché alle politiche sarà comunque difficile comporre le diverse linee che attraversano il vecchio schieramento berlusconiano. Non parliamo poi della leadership, ancor meno dell'insieme di un gruppo dirigente ancor più logoro ed impresentabile di quello del Pd. In conclusione, la destra ha vinto le amministrative, ma in quanto alle politiche le chance sono davvero ridotte al lumicino.

Abituati da oltre vent'anni ai meccanismi del maggioritario, sia nella versione Mattarelum che in quella del Porcellum, qualcuno penserà che comunque tra questi perdenti alla fine un vincente dovrà pur esserci. Vero, ma solo in parte, dato che lo scenario comunque più probabile è quello di un governo di coalizione. Laddove per coalizione non deve più interdersi quella formata prima del voto, bensì quella che nascerà dopo presumibilmente tra Pd, Forza Italia e altre formazioni minori.

Questo significa allora che i ballottaggi non hanno cambiato nulla? No, ma la questione è leggermente più complessa. Lo era già prima del voto di ieri, lo è a maggior ragione adesso. La complicazione sta nel fatto che la coalizione di cui sopra non ha mai avuto la certezza di ottenere la maggioranza per governare. Tanto meno ce l'ha adesso, perché è ancora più chiaro che Renzi è ormai un leader logoro.

La crisi politica italiana è dunque ben lungi dal trovare una soluzione. Un fatto che non deve stupirci vista la sua stretta connessione con l'altrettanto irrisolta crisi economica, che porta con sé l'ancor più grave crisi sociale. E' esattamente a tutto ciò che pensiamo quando parliamo di crisi sistemica.

Se questa è la fotografia attuale, proviamo adesso ad immaginare i possibili sviluppi. Facciamolo, prima immergendoci nel punto di vista del blocco dominante, dato che cercare di comprendere le mosse dell'avversario ha sempre la sua importanza; poi cercando di delineare la risposta da dare da parte delle forze sovraniste e costituzionali.

Se l'analisi sin qui svolta è giusta anche solo al 70%, è facile immaginare quale sia l'agitazione tra i dominanti. Del tutto intenzionati ad andare avanti con il loro disegno neoliberista, decisi a non rompere il rapporto subalterno con l'euro-Germania, vorrebbero un governo di legislatura che ne interpretasse senza scosse i loro interessi e la loro visione strategica. Problema: ad oggi, un simile governo non avrebbe una maggioranza nelle urne. Dunque, esistono solo due possibili soluzioni: 1. puntare ancora una volta ad una nuova legge elettorale truffaldina; 2. inventarsi un nuovo "salvatore", o meglio un "Macron all'italiana". Naturalmente una cosa non esclude l'altra.

Insomma, questa almeno è la mia ipotesi, lorsignori cercheranno di imbrogliare le carte. Del resto, come spiegare altrimenti la furia dei grandi giornali contro l'ipotesi di elezioni anticipate? Chiaro che dietro le quinte si sta preparando qualcosa. Qualcosa che richiede un po' di tempo. Cosa esattamente chi scrive non lo sa. Ma siccome di "salvatori" in vista non ce ne sono (per lorsignori uno ci sarebbe, ma si trova momentaneamente bloccato a Francoforte), e siccome sulla legge elettorale sono sì probabili nuovi pasticci, ma difficilmente potranno avere l'organicità necessaria affinché il disegno possa completarsi senza altre mosse, è comunque probabile qualche altra trovata.

Il nodo è Renzi. Se qualcuno pensava di farne il Macron italiano, adesso sa che è troppo tardi. Il rignanese si è già fatto mille giorni di governo e gli italiani tendono a non scordarseli. Al tempo stesso è difficile pensare ad un italico "Macron" che riduca Renzi così come l'originale ha massacrato Hollande in Francia. Più probabile forse il lancio di qualche nuovo soggetto che, senza troppe pretese palingenetiche, potrebbe proporsi come forza aggiuntiva della coalizione sistemica Pd-Forza Italia-centristi vari. Ma su questo, come del resto sulla probabile riapertura della cucina della legge elettorale, inutile fare ora troppe previsioni. L'importante è fissare un punto: i dominanti faranno una mossa. Che sia anche vincente non lo possiamo sapere, ma vedrete che non staranno con le mani in mano in attesa dell'esito delle urne.

Bene, è esattamente quello che, sul lato opposto, dovremo fare anche noi: partire dalle potenzialità offerte dalla crisi politica del sistema per lanciare una proposta in grado di essere efficace, aggregativa e contundente. Non bisogna cioè restare con le mani in mano, ma chiamare a raccolta tutte le persone disponibili per portare la battaglia del sovranismo costituzionale o, se preferite, del patriottismo democratico, anche nelle urne delle prossime elezioni politiche.

Naturalmente il parallelismo va preso cum grano salis. Per i dominanti l'obiettivo è ovviamente il governo, per il nostro fronte è invece quello di non delegare più la battaglia istituzionale ad altri. Mi rendo conto che questo obiettivo potrà sembrare a molti velleitario. E' vero infatti che le nostre forze sono più che modeste, ma è altrettanto vero che se da un lato M5S è sempre meno credibile come forza alternativa, ancor meno lo è la solita accozzaglia di una sinistra senza idee tranne quella di provare a tornare in parlamento (vedi assemblea del 18 giugno al Brancaccio).

La necessità di una presenza sulle schede elettorali di liste che si richiamino ad una Italia ribelle e sovrana è dunque fuori discussione. Si tratta semmai di discutere la sua realizzabilità. Che è esattamente quel che va fatto a partire dalle prossime settimane.

Non scordiamoci la profondità della crisi politica, non dimentichiamo il crescente distacco di massa dai partiti di questa legislatura che volge al termine (incluso M5S), non sottovalutiamo la forte domanda di cambiamento, magari confusa ma radicale, presente nella società. E non dimentichiamoci che l'Italia è il paese con la più alta percentuale (35%) di favorevoli all'uscita dall'UE. Possibile che tutto ciò non riesca a condensarsi in una proposta politica capace di misurarsi anche sul terreno elettorale?

Noi siamo convinti che l'idea di Italia ribelle e sovrana possa avere successo. Vogliamo comunque provarci, insieme a tutti quelli che non si arrendono al fosco futuro confezionato dalle èlite globaliste, antinazionali quanto antipopolari.

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Il “PARADISO” …NON…PUO’ ATTENDERE ! di Luca Massimo Climati

[ 26 giugno 2017 ]

Non è mai troppo tardi per avviare una seria riflessione sulla ideologia della “sconfitta”, che va sempre a braccetto con un identitarismo capace di proiettare nell’Empireo iper-velleitario ogni istanza di giustizia sociale o di mitologico internazionalismo.
Non basteranno le cadute di 1000 Sesto San Giovanni a fare cambiare idea ad una pletora minoritaria ma nefasta, che non è altro che il tappo ad ogni difficile e faticoso ma possibile sviluppo, sul terreno dei diritti sociali e la difesa e rilancio dei valori rappresentati dalla Costituzione Repubblicana del 1948.

Si ripartirà con un nuovo arcobaleno 3.0, senza contenuti, sostanzialmente asservito al partito franco-renano, compatibile alla UE, con l’obiettivo del tre per cento, magari da assommare ad un altro contingente di miseria e danni politici della zattera del PD post-renziano o dei suoi paraggi. Poi qualcun altro, vicino a noi, magari il primo luglio, lancerà un grido di sostanziale rassegnazione, seppellito simbolicamente sotto una tonnellata di proclami anticapitalisti, antipatriarcali, antimperialisti, esaltanti mille conflitti che non si intravedono, se non nella loro minoritaria e perdente rappresentazione. Molti ne saranno attratti, in buona fede, molti vicini a noi, con i quali continueremo a relazionarci ed a proporre, convinti che i fatti abbiano la testa tremendamente dura e che la pazienza ed il dialogo siano virtù squisitamente Rivoluzionarie!

Ma non è questo il problema centrale: ma il senso di debolezza e sconfitta che caratterizza la sinistra occidentale da quasi cento anni, tranne la parentesi della lotta partigiana e della stagione delle grandi conquiste del movimento dei Lavoratori: un realismo scientista scatologico, una impossibilità da tubi digerenti-dirigenti nell’interpretare con elasticità e velocità i cambiamenti, le pulsioni: saperle genialmente anticipare e sintetizzare.

Viviamo circondati da narcisi e “fancazzisti” invidiosi, abili con la penna, ma distanti da strade, bische, capannoni ed uffici, incapaci di sentire il cuore pulsante del proprio Popolo, di coglierne tutta la sofferenza, il disincanto, la diffidenza indotta da un secolo breve di errori strategici.

"Cedere di un poco vuole dire capitolare del tutto", recitava un bellissimo slogan di tempi passati: abbiamo ceduto del tutto ed i risultati sono evidenti.

Ma l’assenza di grandi movimenti, dopo la grande destabilizzazione di quello pur contradditorio del 2001-2002, non implica la presenza di una immensa “sofferenza” che dobbiamo sapere cogliere, che non possiamo soltanto delegare ad una funzione assorbita religiosamente. Sono le condizioni oggettive a creare tanto malessere diffuso: lo sfruttamento, la mancanza di libertà di intrapresa, il monopolismo privato, la compressione salariale-umana, la castrazione concettuale, il fariseismo cosmopolita: la sovranità limitata e l’imposizione di vincoli esterni assurdi per il Popolo. Tutto ciò genera uno stato di coscienza primario diffuso, una consapevolezza non presente fino a pochissimo tempo fa, che non trova uno sbocco credibile. Ma dopo tante illusioni, non possiamo pensare sia un fatto automatico, ma un difficile e faticoso percorso. Quando si inizia ?

L’anno del mai ed il giorno del chissà? La paura di fallire…..porta al fallimento certificato. Sono anni che si sente pronunciare la mitica formuletta del programma minimo ma nessuno lo espone: la CLN in un certo senso, lo ha fatto: pochi punti occorrono oggi, sui quali tentare seriamente di cementare un cammino nuovo e verace.

L’italia Popolare e Sovrana, la valorizzazione del dettato Costituzionale è in se tale programma che l’enorme astensionismo e la caduta libera di tutti i partiti-automi della UE SOTTINTENDONO CHE ESCA ALLO SCOPERTO SENZA NUOVE DOSI DI PAURA E BROMURO.

Non si tratta di proporre un accrocco elettorale, ma chiare parole d’ordine. Serve un grande contagio-diffusione per una ITALIA RIBELLE E SOVRANA, capace di creare un medium comunicativo con le istanze chiare della CLN, in questa fase ancora non perfettamente digeribili a livello di massa. Le esperienze di Melenchon o di Corbyn, non fanno che dare fondatezza a tale intento, se non fosse per l’enorme letto di contenzione politica costituito dalla sinistra o liberista o identitario-velleitaria.

O ci proviamo seriamente, ora, in questa specifica congiuntura, o perderemo un altro ennesimo “treno”: delle celebrazioni me ne infischio! Sarebbe ora di fare la nostra Rivoluzione Italiana…almeno tentare prima della dipartita …..


Luca Massimo Climati 25/6/2017



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domenica 25 giugno 2017

SUI NODI DELLA CLN. Un commento da esterno di Alessandro Chiavacci

[ 25 giugno 2017 ]


Domenica 18 si è svolto a Roma il Direttivo nazionale della Confederazione per la Liberazione Nazionale, che è al momento presente, per chi non ne fosse informato, una confederazione fra alcune forze presenti in diverse zone d’ Italia (specie al Centro e al Sud, notava qualcuno).

Essendo stato invitato in qualità di osservatore, insieme ad altri, ho forse la possibilità, non avendo vincoli di appartenenza, di manifestare un commento se non obiettivo, almeno sincero. E questo commento cercherà di concentrarsi sui noda conto della rappresentatività effettiva di ogni organizzazione?i emersi nella discussione piuttosto che su una narrazione strettamente cronologica dello svolgimento della discussione.

Il primo nodo affrontato è quello della organizzazione della Cln. Franz Altomare, che relaziona sull’argomento è molto, molto interlocutorio. E’ necessaria una organizzazione strutturata, verticistica, con cariche individuate e responsabilità precise, o una organizzazione più flessibile? Le decisioni verranno prese con una maggioranza del 50% o del 60%? Le organizzazioni confederate saranno rappresentate con “una testa, un voto” o con un criterio che teng

Questo modo di presentare il problema dell’organizzazione suscita il mio scandalo, e quando me ne danno la possibilità, provo ad esprimerlo. “L’ Italia è in una crisi drammatica e distruttiva- cito aspetti economici e quello dell’immigrazione di massa- e ancora non si comprende la necessità della creazione di un soggetto politico, di una VOLONTA’ organizzata? Mi sembra preoccupante, soprattutto come sintomo. Questo modo di presentare il problema fa da pendant all’idea di Stefano D’ Andrea e il suo FSI di rimandare la costruzione dell’alternativa ad una imprecisata affermazione elettorale successiva al 2022, o all’idea sostenuta da Ugo Boghetta che il tempo della Cln sia quello successivo alla futura affermazione e successiva sconfitta dei 5 stelle, sono cioè manifestazioni della accettazione della sconfitta presente”. “ Il movimentismo- aggiungo-, cioè l’idea che l’alternativa possa emergere spontaneamente dall’aggregarsi dei movimenti sociali, è una forma di liberalismo, è la versione proletaria di Adam Smith.”

Tuttavia il mio intervento non desta particolare impressione. Comprendo più tardi che il mio intervento era almeno in parte ingeneroso. E’ vero- a mio avviso- che la CLN è indietro nella costruzione di un soggetto e di una VOLONTA’ organizzata, ma questo deriva anche dalla modalità che si è individuata per la crescita dell’organizzazione, che ha privilegiato la costruzione di realtà ben radicate sul territorio piuttosto che una realtà formalmente organizzata ma priva di gambe. “Noi Mediterranei”, il gruppo confederato presente in Sicilia, sembra già un pezzo avanti nel radicamento sul territorio, tanto che alle recenti elezioni comunali, grazie all’esperienza e alle relazioni sociali maturate da Beppe De Santis, leader comunista e sindacale di lungo corso, è riuscito a presentare liste di ispirazione sovranista in molti comuni, ottenendo nella maggior parte dei casi risultati a due cifre.


Almeno su una questione organizzativa c’è però unanime consenso: sul fatto che l’eventuale ammissione di altri eventuali gruppi nella confederazione verrà decisa dagli stessi soggetti già organizzati: avverrà cioè “per cooptazione”, e non sulla base di vaghi manifesti politici ai quali un giorno tutti aderiscono per trovarsi separati il giorno dopo. E’ un caso in cui il “ius sanguinis” mi sembra una valida forma di precauzione...

La seconda questione in discussione è quella della presenza elettorale alle prossime elezioni. Luca Massimo Climati, di Cerveteri Libera, una associazione che è riuscita ad avere un discreto radicamento sociale nella città laziale, propone un lungo manifesto per sostenere la presentazione di una eventuale lista di “Italia Ribelle e Sovrana” alle prossime elezioni politiche. La convinzione di molti, compreso Moreno Pasquinelli, che la fase di espansione del Movimento 5 Stelle si sia conclusa (la mia domanda è se ci fosse bisogno di aspettarla…) spinge molti a convincersi dell’opportunità di presentare una lista, quella di “Italia Ribelle e Sovrana” alle prossime elezioni politiche. “Le idee politiche- dice Beppe De Santis- non possono rimanere solo opzioni teoriche. Hanno bisogno di confrontarsi con la risposta che danno i cittadini”. E le prossime elezioni regionali siciliane, del 5 novembre 2017, alle quali sarà presenta la lista di “Sicilia Ribelle e Sovrana” saranno il test fondamentale per decidere sulla eventualità della presentazione della lista alle elezioni politiche, e la mia impressione è che “Sicilia Ribelle e Sovrana” abbia discrete possibilità di affermazione.

In definitiva stiamo assistendo al formarsi per la prima volta di una formazione politica sovranista e contemporaneamente popolare, grazie alle esperienze di “Noi Mediterranei” in Sicilia, di Luca Massimo Climati a Roma e Cerveteri, alla esperienza nei Comitati per il No al referendum in Umbria e Toscana. Una formazione forse capace, per la prima volta, di parlare alla gente. “Non parleremo astrattamente di Euro, di Unione Europea e di teorie economiche-dice Beppe De Santis- ma faremo comprendere come la lotta per i servizi sociali, per l’occupazione, per il rilancio dell’economia locale sia legata alla necessità di uscita dall’ Euro e dall’ Unione Europea”. Nobile intenzione, mi viene da dire, ma non c’è il pericolo che le intenzioni di base, che sono certamente anti euro e anti unione, si diluiscano nel tentativo di farsi “comprendere dalla gente”? Chi vivrà vedrà.

La discussione prosegue con il terzo punto all’ordine del giorno, quello della vertenza Alitalia, su cui relaziona Fabio Frati, dirigente della Cub Trasporti e protagonista della recente vittoria al referendum sul contratto Alitalia. Dovendomi assentare per motivi personali, non posso relazionare sull’argomento.

Fin qui uno scorcio di cronaca commentata sul Direttivo del 18 giugno. Voglio invece adesso trattare uno dei nodi con cui a mio parere CLN si deve confrontare.

Lega/ Sinistra-Destra

Beppe De Santis ricordava con una certa soddisfazione che Noi con Salvini non aveva avuto successo in Sicilia. A parte che per un partito nato “per l’indipendenza della Padania” prendere il 6% a Lampedusa, dove peraltro l’opposizione alla sindaca immigrazionista e sorosiana era rappresentata da un’altra lista, con ben altro radicamento e successo, non mi sembra un grande fallimento; tuttavia mi sembra che il problema del rapporto con la Lega sia ancora tutto da impostare. Alcuni microgruppi sovranisti, per il momento inesistenti a livello nazionale, quali quello di Marco Mori o il Fronte Sovranista di Stefano D’ Andrea auspicano la scomparsa della Lega, convergendo almeno su questo con Juncker, Renzi e Papa Francesco, illudendosi così che si apra spazio per i “veri sovranisti”, che sarebbero loro. Marco Mori, per esempio, pensa che siano sufficienti un paio di ricette economiche (peraltro discutibili) come “espandere la spesa pubblica finanziata attraverso l’emissione di moneta dalla banca centrale” per fare la “Riscossa Italiana”. Direi che qualcuno non si è ancora misurato con l’esistenza della Legge del Dire e del Fare, quella per cui Fassina, autore di una delle migliori analisi critiche dell’Unione Europea e dell’ Euro, non è nemmeno riuscito a presentare una mozione di minoranza al congresso di Sinistra Italiana.

Il dirigente comunista francese di lungo corso, Gérard Filoche ha recentemente affermato che l’attacco che Macron sta portando al salario “E’ il più grave DELLA STORIA”. In effetti, Macron intende “privatizzare il welfare”, e dunque ridurre il salario indiretto, mettendo qualche euro in più in busta paga e riducendo notevolmente i contributi sociali e previdenziali. In realtà, le conseguenze della elezione di Macron sono molto più gravi. Vuole rilanciare notevolmente la competitività francese, rafforzando l’asse franco-tedesco e dicendo “ciao ciao” alle speranze renziane di un ammorbidimento della politica economica della Ue; spinge per la creazione della Difesa Comune Europea; prepara l’intervento militare in Siria. Al cui segue la domanda: “Allora, monsieur Filoche, perché non avete votato Marine Le Pen al ballottaggio…?

La sinistra francese aveva la possibilità di scegliere fra la candidata “di destra”, il cui programma economico era sostanzialmente uguale a quello di Mélenchon, e il candidato centrista, Macron, con un programma ultraliberista. Non c’è da stupirsi se lo sta realizzando.

In Italia, c’è un paradigma che ormai da un quarto di secolo, impedisce di creare una opposizione efficace alla sinistra neoliberista. Questo è il paradigma “Sì, ma non con la destra”.

Grazie a questo “paradigma” abbiamo ottenuto le seguenti conquiste (le date possono essere imprecise, ma è bene ricordare i fatti perché l’assenza di memoria è un corollario necessario del rifiuto di costituirsi come Soggetto):

1993 Privatizzazione delle banche pubbliche
1995 Riforma Dini delle pensioni
1996: Privatizzazione dell’industria pubblica
1996 Legge Treu e lavoro interinale
1996 Riforma Berlinguer della scuola (autonomia, presidi manager e tutto il resto)
1998, adesione all’Euro
1999, guerra nel Kosovo
2008, riforma Fornero
2012, adesione al Mes (da notare, con l’opposizione della Lega all’unanimità, nessun astenuto e nessun favorevole, e il voto a favore del Pd all’unanimità, nessun contrario nessun astenuto)
2013 adesione al Fiscal Compact, come prima: Lega no all’unanimità, Pd, sì all’unanimità
2013 inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione: Lega e Pd come sopra.

(va però ricordato che la Lega nella persona dell’ on. Calderoli, è stata la prima firmataria della legge per l’applicazione del pareggio di bilancio: coerente con la loro visione liberista, e comunque è diverso dall’inserirlo in Costituzione)
2015 Buona scuola e privatizzazione delle assunzioni nella scuola
2015 Jobs act e precarizzazione di tutto il lavoro
2016 Riforma Madia e privatizzazione di tutte le attività pubbliche “non strategiche”.

Ho sicuramente dimenticato qualcosa, ma quello che mi sento di dire è che ormai chi ancora ragiona con la bussola del “destra-sinistra” va trattato come merita, cioè come un avversario. Che lo faccia perché teme per la sua rispettabilità sociale, perché fa parte di aree di lavoro che si ritengono garantite, perché è situato fra i privilegiati del sottobosco della politica, non importa. Liberarsi di questa gabbia 
è la prima cosa da fare oggi.

Fonte: confederazioneliberazionenazionale.blogspot.it


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sabato 24 giugno 2017

CLN: L'ADESIONE DI CIVITAVECCHIA

Domenica scorsa, 18 giugno, si è svolta a Roma presso la sede di Risorgimento Socialista, la riunione del Consiglio della Confederazione per la Liberazione Nazionale.
In questa occasione era presente una delegazione del collettivo politico "Arditi del Popolo" di Civitavecchia.
A nome del collettivo è intervenuto Fabrizio De Paoli annunciava la decisione di aderire alla Confederazione.
Qualche giorno dopo gli Arditi del Popolo ufficializzavano questa adesione attraverso una lettera, nella quale tra l'altro si afferma che:

«Condividiamo con la CLN alcuni punti fondamentali: il ripristino della Sovranità Popolare e la consapevolezza che essa può realizzarsi solo insieme a quella statale e nazionale ed esclusivamente tramite l'uscita dall' Eurozona. (... )
Il Collettivo Arditi del Popolo di Civitavecchia si impegna quindi a rendere, in seguito, note le iniziative, gli eventi e i dibattiti di interesse politico/sociale, perché l'azione e la partecipazione popolare  sono la garanzia.
Libertà è partecipazione»
Salutiamo con gioia questo nuova adesione. 

IL MANIFESTO DELLA CONFEDERAZIONE PER LA LIBERAZIONE NAZIONALE
IL DECALOGO DELLA CONFEDERAZIONE

Per scrivere alla Confederazione:

Conf.liberazionenazionale@gmail.com




  

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venerdì 23 giugno 2017

DOVE VA EUROSTOP di Programma 101

[ 23 giugno 2017 ]

Il 1 luglio Eurostop svolgerà la sua "assemblea costituente". Da coordinamento di organismi politici e sindacali prova a diventare un vero e proprio movimento politico unitario.
Pubblichiamo il documento con cui Programma 101, spiega perché non aderisce al nuovo soggetto politico.




Perché i nostri compagni non confluiranno in Eurostop

«Cari compagni di Eurostop,

ci sembra doveroso, alle porte dell’assemblea costituente del 1 luglio che sancirà la nascita di Eurostop come nuovo movimento politico, spiegarvi perché non ne faremo parte.

Il nostro non è un commiato, al contrario. Nelle forme che insieme dovremo concordare ci auguriamo di conservare con il nuovo movimento politico, ai livelli locali ed a quello nazionale, relazioni fraterne e di mutua collaborazione, a partire dalla battaglia per riconsegnare al nostro Paese e al suo popolo la loro sovranità costituzionale, quindi per l’uscita dall’Unione europea.

Le ragioni che ci impediscono di confluire nel nuovo Eurostop sono di natura politica e programmatica, ma c’è un dissenso sul metodo sin qui seguito su cui vogliamo spendere due parole.


Riguardo al metodo

Sappiamo bene che è difficile trovare punti di alti di consenso programmatico e assetti organizzativi inclusivi viste le numerose soggettività politiche che diedero vita al coordinamento  Eurostop. Il gruppo dirigente ristretto raccolto attorno a Giorgio Cremaschi non c’è riuscito. Si poteva fare molto meglio. Un gruppo che si trova alla guida di un coordinamento tra più organizzazioni, alle quali si chiede infine di cedere quote di sovranità da devolvere ad un unico e nuovo movimento politico — passaggio simboleggiato dalla norma dell’adesione individuale in stile SYRIZA— , deve dimostrare non solo di maneggiare pensieri complessi e dimostrare saggezza politica, deve considerare tutte le voci, tanto più quelle critiche, rifuggire da ogni spirito burocratico. Ciò non è accaduto. 


Le nostre proposte —sulla “identità” e la forma del soggetto nascente, sulle alleanze, sul programma di fase per un largo blocco sociale anti-liberista e anti-oligarchico— non sono state accolte e, quel che è peggio, non sono state nemmeno prese in considerazione. Nessuna risposta, nessun commento, niente di niente — ci riferiamo in particolare, oltre ai tanti interventi, orali e via mail, alle note sul programma di Leonardo Mazzi del 19 aprile ed alla Lettera aperta di Moreno Pasquinelli del 13 maggio. Neanche altri contributi, non meno argomentati dei nostri, hanno ricevuto una risposta. A questo punto è per noi del tutto irrilevante se ciò sia dipeso da noncuranza teorica o da spocchia burocratica. In tutti e due i casi questo metodo è sbagliato e non c’è traccia di correzioni in vista.

Ma veniamo al merito politico e programmatico.

Cominciamo dalla “identità”

Se la “identità” tratteggia i fattori che distinguono un soggetto da un altro e ne consentono dunque l’individuazione, quella che risulta dalla Carta è riassumibile nella prima riga e mezzo del testo, dove si legge: “La piattaforma sociale Eurostop è un movimento sociale e politico anticapitalista, antifascista, antipatriarcale ed antirazzista”. Il resto della Carta, al netto di un conflittismo d’antan, è tutta un’ascesa nell’empireo dei cosiddetti “valori”, che tanto vanno di moda nella sinistra radical-chic.

Che ne viene fuori? Che ci si congeda dalla tradizione antica del movimento operaio ma per riciclare molta paccottiglia della nuova sinistra post-moderna, con tratti di sindacalismo sociale e contestuale sottostima della centralità del Politico. Una “identità” che si pensa forte ma non lo è. Il fatto è che quei cinque aggettivi “identitari” sono al contempo troppo e troppo poco. Troppo per un fronte sociale che voglia oggigiorno diventare di massa, troppo poco per un’entità che pretende di raccogliere l’eredità del vecchio movimento operaio.


Vorremmo sbagliarci ma il salto in avanti di Eurostop a noi sembra piuttosto un passo indietro, una ROSS@ 2.0, che immagina Eurostop non come leva per un fronte di massa, ma come strumento per anzitutto strappare egemonia nel recinto della sinistra antagonista, e che quindi in quel camposanto resta imprigionato. C’è tuttavia un’aggravante: il socialismo, che prima era elemento identitario e stava nell’acronimo, scompare come fine e viene buttato lì accidentalmente, con imperdonabile superficialità.
A ben vedere era meglio non cadere nell’equivoco della “identità”, lasciarla alle singole organizzazioni, che ognuna ha la sua propria, e fare della Piattaforma programmatica di fase la vera e propria carta d’identità.

E qui siamo ad alcuni punti dolens.

Cos’è un Piattaforma? 

Tre cose in una. (1) Una leva per mobilitare larghe masse e configurare un blocco sociale maggioritario; (2) un disegno che descrive il tipo di società e di Paese una volta usciti dall’attuale marasma neoliberista, non quindi nell’al di là; (3) infine, certo, un ponte verso il fine strategico del socialismo —se non è questo quale?

Il Documento inviato il 13 giugno dal titolo “Eurostop punti di programma”, in barba ai contributi circolati, fallisce tutti e tre gli obiettivi. La commissione che avrebbe dovuto trovare la quadra, oltre a snobbare molte delle proposte giunte, ha licenziato un Documento smorto, sintatticamente pasticciato (frutto di un frettoloso e poco logico copia e incolla), impreciso, addirittura vago su alcune questioni fondamentali.

Prendiamo l’uscita dall’euro 

Dopo anni di discussioni, simposi scientifici e di indagini rigorose sull’uscita e il suo impatto economico e sociale, nulla si dice sull’importanza decisiva della sovranità monetaria. C’è di peggio, il concetto (della sovranità monetaria), è assente. Sì, proprio così nel Documento non c’è. Non è un’amnesia, è la conseguenza del tabù “nazione” —lemma mai usato da nessuna parte. Morale: pur di esorcizzare la sovranità nazionale non si dice che l’euro sarà sostituito dalla nuova lira. Cosa dunque propone Eurostop al posto dell’euro? Citiamo: “una moneta comune dell’Europa mediterranea”. L’assurdità della moneta comune mediterranea (ve la immaginate una moneta unica con Tunisia, Libia, Egitto, Turchia?), è rimpiazzata dall’idea solo meno strampalata della moneta unica con Spagna, Grecia, Cipro, Malta —la Francia chissà… Un’area valutaria che dati i differenziali strutturali tra questi paesi sarebbe una schifezza ancor più disfunzionale dell’euro. 

Una scemenza, una variante del Piano B di fassiniana memoria, la cui sola plausibilità è quella di evitare l’accusa di… “nazionalismo” da parte delle sinistre cosmo-internazionaliste. L’impressione che ne ricava un lettore attento è quella che Eurostop non crede affatto all’uscita dall’euro, visto che pare prevalere la tesi maldestra che malgrado tutto, l’Unione europea è destinata a rafforzarsi — è ovvio che se questa è la visione l’uscita sarebbe del tutto aleatoria. E la tanto invocata “rottura”?  Una frase vuota, che sposta tutto alle calende greche… alla rivoluzione socialista.

Prendiamo la nazione e lo Stato 

Dicevamo che sovranità nazionale, per certa teologia politica, è condannata come un’idea del diavolo. Così, per non commettere peccato, si ricorre a questo mostruoso guazzabuglio: “sovranità che il popolo può e deve fare nel suo territorio, comunale, locale, regionale, statuale”. Ovviamente ognuno che non sia tarantolato dell’idea imperiale di Negri sa che statuale vuol dire nazionale, sa che la nazione è il demos, un luogo geograficamante circoscritto da confini in cui un popolo (che può essere composto da diversi ethnos e/o nazionalità) ha preso forma storica statuale. Nel guazzabuglio il rango dello Stato nazionale è equiparato a quelli comunale, locale, regionale. Ci mancano le province, i rioni ed i condominii. Un mix di proudhonismo, leghismo e resipiscenze municipaliste in stile Disobbedienti. La dimensione nazionale viene qua e là accennata, ma alla togliattiana, non per segnalare che l’Italia è oramai un protettorato euro-tedesco —Germania è altro lemma che non compare mai, malgrado sia il dominus della Ue. La Grecia pare non abbia insegnato nulla. La rimozione della subalternità del nostro Paese in questa Unione a trazione tedesca serve appunto per rimuovere la dirimente questione nazionale.
La conseguenza inevitabile di questa impostazione è una imperdonabile fumosità riguardo al ruolo che si attribuisce allo Stato (per quanto sia al punto 1 del Documento) una volta fuoriusciti dall’Unione europea e rotti tutti i ponti con l’economia neoliberista. Sembra che la sua precipua funzione sia quella di mero agente socialdemocratico di re-distribuzione del reddito, non anzitutto lo strumento per rimodellare la società alle fondamenta sottraendo al mercato le decisioni macroeconomiche e quindi arma principale per pianificare, proteggersi dalla scorribande dei grandi monopoli stranieri, quindi deglobalizzare.
Siamo molto al di sotto del keynesismo —un’altra parola proibita. Si scrive sì di nazionalizzazioni, investimenti, piena occupazione, ma a causa del pregiudizio vetero-marxista contro il keynesismo, il tutto risulta privo di una connessione logica, di una visione politico-strategica d’insieme. Ne vien fuori un listone della spesa in classico stile sindacalistico.

Veniamo infine al populismo

Analisi, studi, idee, contributi, venuti da ogni parte, anche nel nostro campo, anche in questo caso, da un’orecchio sono entrati e dall’altro sono usciti. Si passa sopra alla questione con candida leggerezza. Eppure il nostro Paese è stato, visto lo sfondamento di massa del M5S che ha oramai un decennio, il primo grande laboratorio europeo del fenomeno populista. Anche qui scatta la rimozione, forse per non rompere i ponti con gli imbecilli che han bollato i Cinque Stelle come reazionari, fascisti e via sclerando, e che fanno spallucce riguardo al populismo alla stessa stregua delle élite liberali. Nessun ragionamento sul fenomeno Podemos, men che meno su quello di France Insoumise —di qui una sottovalutazione suicida dell’importanza del terreno elettorale. Ma col populismo vengono al pettine diversi nodi: linguaggi, simboli, metodi, idee ed esempi nuovi da fornire. Per che cosa tutto questo? Per dare forma politica adeguata e direzione al blocco sociale dei globalizzati contro i globalizzatori che oggi è solo incipiente, proteiforme, acefalo.

Si vede che si ritiene che quella populista sia solo una brutta e passeggera parentesi (non quindi la forma che il Politico ed il conflitto di classe hanno assunto in questa concreta fase storica—, si vede che si ritiene che presto il conflitto di classe riacquisterà la centralità, riabilitando tutto il vecchio armamentario simbologico dei comunisti. Tragica illusione. La società in cui viviamo non è solo figlia di una sconfitta strategica del movimento operaio, è frutto di trasformazioni oggettive ben più profonde, durevoli, per certi versi irreversibili. Anche ove, come noi riteniamo, un nuovo chock fosse alle porte, l’Unione andasse gambe all’aria, e maturassero sconquassi geopolitici, i popoli e le nazioni che si solleveranno seguiranno nuove piste, piste che i populismi delineano, a patto di volerlo riconoscere. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere».

Il Consiglio nazionale di PROGRAMMA 101
Roma, 21 giugno 2017

  

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giovedì 22 giugno 2017

Rapina in banca, modello "Intesa" di leonardo Mazzei



[ 23 giugno 2017 ]

Le mani (non invisibili) sulle banche venete

Un euro privato contro 6 miliardi pubblici, come scambio ineguale proprio non fa una piega. Non devono averci messo molto i tecnici del sig. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a formulare la loro offerta d'acquisto per Veneto Banca e per la Banca Popolare di Vicenza.

La loro operazione sarà durata, sì e no, un paio d'orette. Lorsignori hanno preso due scatole, nella prima (denominata good bank) hanno messo la polpa - gli sportelli, i depositi, i crediti sicuri; nella seconda (denominata bad bank) hanno accatastato le ossa - i crediti deteriorati, quelli comunque considerati a rischio, le obbligazioni subordinate, i rischi connessi alle azioni legali. Per la prima si sono detti disposti a spendere nientemeno che la bella cifra di un euro. Per la seconda chiedono che lo Stato di euri ne sborsi 6 miliardi.

Naturalmente, di fronte a cotanta generosità, la stampa nazionale è già scattata come un sol uomo a ringraziare la munificenza del Messina: gli si dica subito di sì, che i mercati hanno fretta; si prepari la somma richiesta senza indugio, che si tratta di banche mica di pensionati. E, siccome - vedete le complicazioni della democrazia - per spendere quei soldi ci vuole una legge ad hoc, la si faccia subito, ovviamente per decreto, e che il parlamento esegua e zitto.

Ma al parlamento non solo questo si chiede. Oddio, "chiedere" è un verbo un tantinello inadeguato, perché il sig. Messina non chiede, ordina. E, tra le altre cose, l'ordine è quello di sfornare un'apposita legge per sterilizzare le cause legali, quelle presenti e quelle future.

Ma, signori, non c'era una volta il "mercato"? Secondo la leggenda, che ne dichiarava la sua sacralità, sarebbe stata la sua "mano invisibile" a risolvere tutto per il meglio. In fondo è quel che si dice al disoccupato: sei senza lavoro perché non sei riuscito a trovarne uno, dunque la colpa è tua, devi impegnarti di più e (soprattutto) devi abbassare le tue pretese in salario e diritti. A quel punto la mano invisibile del mercato interverrà ed avrai il tuo reddito, viceversa il "mercato del lavoro" ti punirà e morirai di fame. Ma sarà giusto così, perché «non esistono pasti gratis» (Mario Monti) e bisogna rieducarsi alla «durezza del vivere» (Tommaso Padoa Schioppa).

Ma quel che vale per il disoccupato non vale per le banche. Queste ultime non possono fallire, specie le più grandi, secondo il principio Too big to fail. Principio che evidentemente mostra la totale fallacia dell'ideologia mercatista. Dunque, per dirla alla Woody Allen (ma la frase sembra rubata a Ionesco): «Dio è morto, Marx è morto, ma anche il mercato non si sente tanto bene».

Che l'ideologia mercatista faccia acqua da tutte le parti non può negarlo neppure il Sole 24 Ore, il che è tutto dire. L'editoriale di oggi di Marco Onado ha un titolo che dice quanto basta: «Come dare una mano alla "mano invisibile». Ecco un'ammissione certo più sincera di quanto siano disposti a riconoscere i liberisti di sinistra, per il quale il "mercato" - meglio, i "mercati" - hanno sempre ragione, e chi lo nega è un residuo ottocentesco.

Naturalmente per Onado, lo Stato deve intervenire solo quando ci sono fallimenti di "mercato" che il "mercato" non può correggere. Si tratta in tutta evidenza di una tesi assai interessata, che resta però interessante nella misura in cui ammette che il mercato non è onnipotente, che può fallire, che va corretto. Il che, trattandosi della divinità più adorata degli ultimi decenni, non è davvero poco.

Ma come realizzare la suddetta "correzione"? Per lorsignori la ricetta è nota: pubblicizzando le perdite e salvaguardando i profitti privati. E qui torniamo all'offerta di Intesa Sanpaolo per le banche venete.

Chi ci segue sa quali sono le nostre idee sulla crisi bancaria: le banche vanno sì salvate, onde evitare un pesante disastro per l'intera economia del Paese, ma vanno immediatamente nazionalizzate (leggi qui).

Questa nostra posizione è stata oggetto di diverse critiche, quasi avesse una mera matrice ideologica, o fosse comunque irrealizzabile a causa dei suoi costi per lo Stato. Ebbene, il caso delle banche venete, così come quello precedente di Mps, ci dimostra l'esatto contrario. Nazionalizzare non solo è possibile, è doveroso. E lo è non solo perché soltanto con il controllo pubblico del sistema bancario sarà possibile rilanciare l'economia, ma anche perché in caso contrario il ruolo dello Stato sarebbe solo quello di servitore di giganteschi interessi privati. Certo non è questa una novità, ma non si vede proprio perché si dovrebbe avallare la prosecuzione di questo andazzo, specie dopo il disastro che le banche private hanno prodotto.

Nel caso in questione ci ritroviamo con lo Stato chiamato a sobbarcarsi tutti i costi dell'impresa. E, contrariamente a quel che si vorrebbe far credere, la proposta di Intesa Sanpaolo va addirittura oltre al modello spagnolo con il quale, nei giorni scorsi, il Banco Santander si è fagocitato il Banco Popular. Il modello non è lo stesso perché il Santander si è perlomeno accollato l'onere della ricapitalizzazione, esattamente quello che invece il sig. Messina si è premurato di escludere tassativamente, chiedendo - meglio: ordinando - che a tal fine provveda lo Stato.

Bene, cioè malissimo, abbiamo già visto come Intesa Sanpaolo voglia portarsi a casa le banche venete - conquistando così una posizione di grande privilegio nel Nord-Est - all'esoso prezzo di un euro. Ora la domanda è questa: se l'operazione andrà davvero in porto, saremo di fronte ad una valutazione equa oppure davanti ad un'incredibile regalia? Se nel secondo caso dovrebbe esservi lavoro anche per la magistratura (ma su questo non ci illudiamo proprio), in un caso come nell'altro perché non nazionalizzare le due banche? Perché sborsare 6 miliardi per ripianare il passivo, per poi risparmiarne uno (di euri non di miliardi) per non nazionalizzarle?

E' da notare che l'offerta di Intesa non tutela neppure i risparmiatori, visto che il destino dei possessori di obbligazioni subordinate, appare destinato a restare alquanto incerto. Ancora meno tutela l'occupazione, visto che dei circa 10mila lavoratori attuali cinquemila dovranno andare a casa.

E allora, perché non nazionalizzare?
Domanda retorica, dato che in realtà la risposta è nota: perché comandano le grandi oligarchie finanziarie, perché il credo mercatista resta lì a dispetto dei suoi fallimenti, perché è su questo dogma che è stata edificata la schifosissima Unione Europea. Che pretende di dettar legge su tutto, ma sulle banche ancor di più.

Tuttavia, i fatti restano. Ed hanno la testa dura, anche se non come quella di chi ancora crede nel "mercato".

E i fatti di cui ci stiamo occupando gridano davvero vendetta. Il regalo al sig. Messina ed ai suoi azionisti è ributtante. La proposta di Intesa Sanpaolo non è una "offerta", è una rapina bella e buona. Ancor più grave se legalizzata con legge dello Stato. Vedremo se alla fine tutto ciò andrà in porto, ma il fatto che a questo punto si sia arrivati è la conferma più lampante di quanto la nazionalizzazione del sistema bancario sia necessaria quanto urgente.

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