martedì 17 gennaio 2017

DISEGUAGLIANZE SOCIALI: ECCO LE CIFRE (IMPRESSIONANTI!) di Barbara Ardù

[ 17 gennaio ]

Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno stessa ricchezza di metà dell'umanità

Il rapporto Oxfam: colpa di miliardari e multinazionali. In Italia in sette hanno i beni del 30% della popolazione
A furia di deregulation e libero mercato, viviamo in un mondo dove più che l’uomo conta il profitto, dove gli otto super miliardari censiti da Forbes, detengono la stessa ricchezza che è riuscita a mettere insieme la metà della popolazione più povera del globo: 3,6 miliardi di persone. E non stupisce visto che l’1% ha accumulato nel 2016 quanto si ritrova in tasca il restante 99%. È la dura critica al neoliberismo che arriva da Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra, ma anche una sfida lanciata ai Grandi della Terra, che domani si incontreranno a Davos per il World Economic Forum.

I dati del Rapporto 2016, dal titolo significativo, “Un’economia per il 99%” (la percentuale di popolazione che si spartisce le briciole), raccontano che sono le multinazionali e i super ricchi ad alimentare le diseguaglianze, attraverso elusione e evasione fiscale, massimizzazione dei profitti e compressione dei salari. Ma non è tutto. Grandi corporation e miliardari usano il potere politico per farsi scrivere leggi su misura, attraverso quello che Oxfam chiama capitalismo clientelare.
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E l’Italia non fa eccezione. 

I primi 7 miliardari italiani possiedono quanto il 30% dei più poveri. «La novità di quest’anno è che la diseguaglianza non accenna a diminuire, anzi continua a crescere, sia in termini di ricchezza che di reddito», spiega Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia. Nella Penisola il 20% più ricco ha in tasca il 69,05% della ricchezza, un altro 20% ne controlla il 17,6%, lasciando al 60% più povero il 13,3%. O più semplicemente la ricchezza dell’1% più ricco è 70 volte la ricchezza del 30% più povero.

Ma Oxfam non punta il dito solo sulla differenza tra i patrimoni di alcuni e i risparmi, piccoli o grandi, dei tanti. Le differenze si sentono anche sul reddito, che ormai sale solo per gli strati più alti della popolazione. Perché mentre un tempo l’aumento della produttività si traduceva in un aumento salariale, oggi, e da tempo, non è più così. Il legame tra crescita e benessere è svanito. La ricchezza si ferma solo ai piani alti.

Accade ovunque, Italia compresa. Gli ultimi dati Eurostat confermano che i livelli delle retribuzioni non solo non ricompensano in modo adeguato gli sforzi dei lavoratori, ma sono sempre più insufficienti a garantire il minimo indispensabile alle famiglie. E per l’Italia va anche peggio, essendo sotto di due punti alla media Ue. Quasi la metà dell’incremento degli ultimi anni, il 45%, è arrivato solo al 20% più ricco degli italiani. E solo il 10% più facoltoso dei concittadini è riuscito a far salire le proprie retribuzioni in modo decisivo.

Non ci si deve stupire dunque se ben il 76% degli intervistati - secondo il sondaggio fatto da Oxfam per l’Italia - è convinto che la principale diseguaglianza si manifesti nel livello del reddito. E l’80%, una maggioranza bulgara, considera prioritarie e urgenti misure per contrastarla. Ai governi Oxfam chiede di fermare sia la corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori, sia le politiche fiscali volte ad attirare le multinazionali. Oppure nel giro di 25 anni assisteremo alla nascita del primo trilionario, una parola oggi assente dai dizionari.

* Fonte: la repubblica

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lunedì 16 gennaio 2017

CHI PAGA IL CONTO NELLA BISCA DELLA FINANZA? di Leonardo Mazzei

[ 16 gennaio ]


I clamorosi casi delle banche venete e di Poste Italiane

Il 2017 è appena iniziato e già sono all'ordine del giorno due casi piuttosto eclatanti di "risparmio tradito".  Naturalmente, il generico concetto di "risparmio tradito", oggi assai in voga, può essere forse discutibile. Nel gran calderone della finanza finiscono infatti tante diverse categorie di risparmiatori. E, a parte gli speculatori più o meno professionali, vi troviamo inevitabilmente famiglie ricche, benestanti, ma anche appartenenti ad una fascia di reddito e di ricchezza piuttosto bassa.
Il tema è dunque complesso, ma proprio per questo vale la pena di addentrarvisi. Per farlo correttamente bisogna partire dai grandi numeri. Secondo Prometeia a fine 2016 le attività finanziarie delle famiglie italiane erano risalite a 4.051 miliardi (md) di euro, ritornando quasi ai valori del 2006 (4.059 md). Questo dopo aver toccato il minimo nel 2011 con 3.469 md.

Già questo incremento di 582 md in cinque anni ci parla di molte cose. Premesso che nell'enorme cifra delle attività finanziarie, pari a circa due volte e mezzo il pil del Paese, c'è ovviamente di tutto; premesso che buona parte di questa ricchezza appartiene ad un'infima minoranza di soggetti, l'aumento di questa massa di denaro è la conseguenza diretta di tre precisi fenomeni.

Di cosa stiamo parlando? In primo luogo, e questo vale per la classe dominante e comunque per le famiglie più ricche, l'aumento delle attività finanziarie è la diretta conseguenza della riduzione degli investimenti. Si tratta insomma di quella tendenza alla finanziarizzazione tipica di un capitalismo che preferisce dedicarsi alla rendita piuttosto che al profitto.

In secondo luogo, e questo vale per un'area assai vasta che qui non chiamiamo "classe media" solo perché ormai questa definizione è tirata in lungo e in largo fino a perdere ogni significato, c'è un aumento delle attività finanziarie che è l'altra faccia della crisi delle attività immobiliari. Non si investe più in immobili, sia per la sovrapproduzione del periodo precedente, sia per l'aumento del carico fiscale; si torna invece alla finanza benché anche qui la redditività (come vedremo fra poco) si sia abbassata in maniera significativa.

In terzo luogo, e questo vale per le famiglie di un fascia più bassa, si cerca di risparmiare quel poco che è possibile, perché le incertezze della situazione economica e la crescente precarietà della stessa posizione lavorativa consigliano di farlo. Naturalmente, c'è poi una fascia ancora più bassa che non è in grado di risparmiare niente, insieme a milioni di famiglie indebitate o che stanno bruciando i risparmi di un'altra epoca.

Quanto sopra per chiarire che l'aumento delle attività finanziarie, ben lungi dal rappresentare un indicatore di una certa ripresa economica, deriva invece dalla persistenza di una crisi della quale non si vede la fine.

In ogni caso, facendo qui la media del pollo, abbiamo che i 4.059 md riportati da Prometeia equivalgono a 67.500 euro pro-capite, con un guadagno sugli interessi nel 2016 di 603 euro. Cifra ben più modesta dei 1.843 euro, sempre pro-capite, del 1995. Ma allora l'inflazione stava al 5,2%, mentre adesso siamo sostanzialmente allo zero.

Il punto è che il tasso di interesse medio attuale, pari allo 0,9%, nasconde in realtà tassi e dunque guadagni diversissimi. La cosa è talmente ovvia - si pensi ai conti correnti con tassi pressoché nulli - che non vale la pena di insistervi. Ad abbassare il valore medio della redditività concorrono ovviamente sia la deflazione in vaste aree del centro del sistema (Europa e Giappone in particolare), sia le politiche del quantitative easing che hanno spinto una gran massa di titoli nel campo dei rendimenti negativi.

C'è però un altro fenomeno che non va sottovalutato. Ed è quello delle perdite, sempre più frequenti, che vengono registrate dai risparmiatori e/o investitori a causa di default, crisi bancarie, crisi di interi settori, come ad esempio quello immobiliare. Stiamo insomma parlando delle ricadute finanziarie della crisi, o - detto in altro modo - di chi paga i conti dei crac della bisca della finanza.

Siccome si tratta di casi sempre più frequenti, che finiscono per coinvolgere e mettere in difficoltà centinaia di migliaia di famiglie, la questione viene assumendo sempre più una grande rilevanza sia sociale che politica.

Abbiamo detto all'inizio dei due casi principali di cui si parla in questo inizio dell'anno: quello delle due banche venete che hanno visto azzerarsi il loro valore azionario (Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza) e quello dei fondi immobiliari piazzati ad ignari clienti da Poste Italiane. Due casi diversissimi, ma entrambi istruttivi.

Delle banche venete abbiamo già parlato in precedenti articoli, ma ora siamo ad uno snodo decisivo. Lunedì scorso le due banche hanno presentato un'Offerta di Transazione con la quale vorrebbero chiudere in maniera tombale la partita con i propri azionisti. La proposta è rivolta ad un totale di 169mila soggetti, mentre altri 38mila (tra questi gli investitori istituzionali, ma anche chi abbia avviato una causa civile) sono esclusi dall'offerta.

A questi 169mila soggetti, in pratica 169mila famiglie, le due banche offrono un rimborso del 15%, in soldoni 600 milioni di euro sui 4 miliardi andati in fumo. I soggetti interessati hanno due mesi di tempo per aderire, ma i due istituti si riservano di procedere a questo pur minimale risarcimento solo se vi sarà l'adesione di almeno l'80% della platea interessata. Inutile dire che chi aderirà alla proposta dovrà rinunciare a qualsiasi azione legale.

Il ricatto è semplice: se non accettate l'uovo oggi, scordatevi la gallina domani, dato che le due banche non potrebbero mai risarcire gli azionisti nella misura del 100%.

Ora, è vero che quello azionario è un tipico investimento a rischio. Ma è anche vero che le banche venete - così come tante altre, come si è visto anche nel caso delle 4 banche "risolte" nell'autunno 2015 - spingevano in tutti i modi i loro clienti all'acquisto di azioni, tante volte anche come "scambio" con la concessione di un mutuo. In ogni caso i numeri parlano chiaro: 169mila famiglie in una realtà come quella del Veneto sono un'enormità. E, d'altra parte, il pacchetto medio di questi azionisti (pari a 23.668 euro) ci parla sostanzialmente di piccoli risparmiatori da sempre abituati a considerare queste "banche del territorio" come sicure. Metterli di mezzo non dev'essere stato troppo difficile.

Veniamo ora al caso di Poste Italiane. Qualche giorno fa Repubblica riferiva dell'emblematico caso di un risparmiatore che, sentendosi truffato dall'azienda di Stato che qualche anno fa gli aveva rifilato quote del fondo immobiliare Obelisco, presentategli come sicure, si è visto rifiutare dall'azienda persino il tentativo di transazione pur previsto dalla legge. Per la cronaca, le quote sottoscritte per un valore di 2.500 euro cadauna, quotano oggi poco più di 200 euro!

Ovviamente il caso in oggetto non è certo l'unico, ma l'atteggiamento di Poste Italiane è assai significativo di un'arroganza che vorrebbe nascondere una coscienza assai sporca.

Entriamo nel merito. Dal 2002 al 2007 Poste Italiane ha allegramente venduto ai propri clienti, da sempre abituati a fidarsi delle Poste in quanto azienda pubblica, quote di prodotti finanziari ad altissimo rischio. Per l'esattezza si tratta di 4 fondi immobiliari: Invest Real Secirity (Irs)ObeliscoEuropa Immobiliare 1 e Alpha.

Il 31 dicembre scorso, dopo tre anni di proroga, Irs è andato a scadenza, ed è così scoppiato il bubbone. Ma la situazione degli altri fondi, che hanno scadenze più lunghe, non è messa meglio. Obelisco ed Europa Immobiliare 1 sembrano destinati a registrare perdite in linea con quelle di Irs, che esamineremo di seguito nel dettaglio. Mentre Alpha, che fino al 2012 sembrava andare meglio, ha richiesto una proroga di 15 anni (quindici) per riuscire a vendere a prezzi adeguati i propri immobili, con buona pace dei risparmiatori che avevano investito i propri soldi nel 2002 sperando di rivederli dopo 10 anni.

Quantitativamente la portata del problema è inferiore a quella delle banche venete, ma si tratta pur sempre di 850 milioni di euro. Certo, la crisi immobiliare non poteva risparmiare i fondi finalizzati alla raccolta di capitali per acquistare, ristrutturare, affittare e rivendere edifici di varia natura, ma mai prodotti del genere sarebbero dovuti finire nelle tasche dei piccoli risparmiatori.

A quanto ammonta la perdita complessiva per costoro? Chi, invece, ci ha guadagnato sopra? Per rispondere a queste domande conviene concentrarsi sui dati di Irs, gli unici certi fin nei dettagli.

La raccolta di Irs è stata pari a 141 milioni. I risparmiatori coinvolti sono circa 14mila, per una media di 10mila euro a testa. A scadenza questi 10mila euro sono diventati 1.560. A questi vanno sommati anticipi per 2.632 euro, per un totale di 4.192 euro, con una perdita netta di 5.808 euro, pari dunque al 58% del capitale investito, al quale bisogna sommare la perdita degli interessi promessi per tutto il periodo.

Da queste cifre si evince facilmente come anche in questo caso le perdite andranno a colpire una fascia di piccoli risparmiatori, ma non si chiarisce ancora chi ha guadagnato in questa operazione. Ovvio il guadagno di chi ha venduto inizialmente gli immobili ai fondi, così come quello di chi li ha comprati a sprezzo stracciato dieci anni dopo. Ma c'è dell'altro. Siccome, nonostante le perdite dei sottoscrittori, le Sgr (Società di gestione del risparmio) hanno continuato ad incassare commissioni annue tra lo 0,8 e l'1,8%, limitandoci al caso di Irs abbiamo un guadagno di 15 milioni per Poste Italiane e di 11,5 milioni per Investire Sgr. Tutto questo mentre la loro brillante gestione trasformava i 141 milioni iniziali nei 60 milioni finali!

Inutile dire che quella di Irs è anche la storia degli altri tre fondi gemelli di cui abbiamo parlato. Eh, le virtù del risparmio gestito!

Adesso Poste Italiane, ovviamente colpita nell'immagine, cercherà di correre ai ripari con una proposta di "ristoro". Siccome le cifre sono più piccole, siccome l'azienda è in una condizione ben diversa di quella delle banche venete, siccome per ora solo un fondo è arrivato a scadenza, l'offerta sarà certamente migliore di quella di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza. Ma nessuno si faccia illusioni. Del recupero degli interessi neanche a parlarne, mentre anche quello del capitale avverrà probabilmente con lo scambio con altri prodotti finanziari. Insomma, anche nella migliore delle ipotesi, il rimborso (comunque parziale) non sarà in ogni caso immediato.

Ora qualcuno si chiederà, giustamente, chi sono i soggetti per i quali Poste Italiane ha ritenuto di adescare colpevolmente qualche decina di migliaia di persone per lo più ignare dei rischi che si prendevano?

Citiamo da la Repubblica del 6 gennaio: 
«La Investire sgr, una società del gruppo Finnat, la banca della famiglia Nattino, ha curato l'Invest Real Security e il fondo Obelisco. Per il fondo Europa Immobiliare 1 si è mossa la Vegagest sgr, tra i cui azionisti figurano Carife, Cassa di Risparmio di San Miniato, Cattolica Assicurazioni, Popolare di Bari e Cassa di Risparmio di Cento, banche che non brillano certo per redditività. La Fimit sgr, controllata dal gruppo De Agostini (64%) e dall'Inps (29,7%), gestisce il fondo Alpha». 
Insomma (a parte l'Inps), Poste Italiane (all'epoca di proprietà dello Stato al 100%) non solo ha allegramente partecipato ai giochi della bisca finanziaria, ma lo ha fatto addirittura per gli interessi di gruppi e banche private.

E l'ha fatto colpevolmente, violando ogni regola. Nel 2014 un procedimento della Consob accertò che pochi clienti di Poste Italiane erano stati "profilati" ai fini del rischio finanziario, e che per ben il 74,5% di questi si certificava l'attitudine (e la preparazione) ad un "rischio alto", consentendo così la vendita di prodotti complessi, come appunto i fondi immobiliari. Avete capito? Tre quarti dei clienti delle Poste classificati alla stregua di speculatori d'assalto! Ma in questi casi la magistratura ha niente da dire?

Ora fermiamoci qui e cerchiamo di trarre alcune considerazioni generali.

La prima è che la bisca del capitalismo-casinò fa sempre più vittime, e che queste si trovano principalmente nella categoria dei piccoli risparmiatori. La seconda è che l'ideologia e la pratica della deregulation a questo ha portato. La terza è che le autorità preposte alla vigilanza, a partire da Bankitalia, hanno chiuso occhi ed occhiali per oltre un decennio, come si era già osservato nei casi delle "4 banche" e in quello di Mps.

E chi erano i governatori nel periodo in questione? Ad Antonio Fazio, che aveva chiuso malamente la sua carriera nel 2005, seguì la stagione di Mario Draghi (2005-2011), cui seguirà quella dell'attuale governatore Ignazio Visco.

A questi signori nessuno a qualcosa da chiedere? Ma figuriamoci se si vorrà toccare "SuperMario" e i suoi fratelli! Eppure l'articolo 47 della Costituzione assicura che «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito».

Ora, chi scrive è per la fuoriuscita dal capitalismo in generale. Ma che intanto si fuoriesca dalla bisca dell'attuale capitalismo iperfinanziarizzato mi pare un'esigenza ormai condivisa da milioni di persone nel nostro paese.

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LA CADUTA DI ALEPPO EST di Polat Can

[ 16 gennaio ]

Polat Can, è il portavoce delle YPG, le forze combattenti curde in Siria. Al di la di ogni considerazione sul posizionamento tattico delle YPG, questo scritto di offre uno spaccato sulla immane tragedia di Aleppo.

Oggi Aleppo è caduta, ma esaminando le cause profonde che hanno spianato la strada a tale evento ci si renderà conto di come ciò fosse inevitabile - non perché le forze del Baath ed i loro alleati siano più forti o le fazioni islamiste siano più deboli ma perché le decine di fattori che hanno accompagnato la prima caduta del 2012 hanno condotto alla seconda oggi.

La prima caduta è stata rapida, disorganizzata e sopraggiunta presto, mentre la seconda è arrivata tardi ed è stata dolorosa e distruttiva; in altre parole, la prima caduta è stata una prefazione della seconda.

Primo: dobbiamo ricordarci che i rivoluzionari si sono fatti beffe della gente di Aleppo per non aver preso parte alla rivoluzione contro il regime del Baath, ma essi non riescono a capire che Aleppo è la città del commercio e dell'industria, che ha bisogno di sicurezza, stabilità e vie aperte

Secondo: Aleppo è divisa in due distretti: Aleppo est ed Aleppo ovest, e non si tratta di una divisione puramente geografica ma anche sociale e culturale. Aleppo est è la dimora dei poveri, dei sunniti pii e devoti, dei curdi dei villaggi, di Kobane ed Afrin, ed anche dei turchi. Si tratta di poveri ed operai delle industrie edilizie e tessili. Dall'altra parte, Aleppo ovest è la dimora degli impiegati governativi della classe media, dei ricchi e dei palazzinari a cui non importa degli slogan politici ed a cui interessa solo la stabilità per poter prosperare.

Terzo: ci sono distretti a maggioranza cristiana (armeni, assiri, ecc.) che non hanno mai simpatizzato con gli slogan islamisti che hanno dirottato la rivoluzione da metà 2011 ed hanno sempre serbato sospetti verso i rivoluzionari provenienti dai villaggi.

Quarto: i distretti a maggioranza curda, specialmente Ashrafiya e Bustan al Pasha, sono stati i primi a combattere e ad espellere le forze del regime ed i loro delinquenti "Shabiha" nella primavera del 2012, ma hanno diffidato degli slogan estremamente nazionalisti e sciovinisti dell'opposizione e dei suoi alleati armati, supportati dal nemico storico dei curdi...la Turchia.

Quinto: la caduta di Aleppo est nel 2012 non è stata dovuta a dinamiche o sviluppi interni, è stata un risultato dell'occupazione degli abitanti armati dei villaggi a nord di Aleppo (Andan, Hritan, Azaz e Hian)

Sesto: le fazioni islamiche hanno combattuto e distrutto importanti famiglie e tribù di Aleppo est, la qual cosa ha indotto molti ad allearsi col regime.

Settimo: una volta che le fazioni islamiche hanno preso il controllo di Aleppo est hanno rubato e saccheggiato di tutto, esportandolo in Turchia a prezzi stracciati e conducendo alla distruzione dell'economia e delle opportunità di impiego sulle quali la gente conta per la propria sussistenza.

Ottavo: l'opposizione armata si è divisa in una miriade di fazioni che si combattevano reciprocamente per il bottino dei saccheggi e dei furti dalle fabbriche. Queste fazioni si sono disperse in base al loro background ideologico, politico, geografico o religioso, anche in base alla loro lealtà a stati, partiti politici o a una specifica persona.

Nono: la penetrazione di queste fazioni islamiche estremiste ad Aleppo e nel corpo dell'opposizione armata ha imposto un nuovo stile di vita alla popolazione e ad altre fazioni. Il controllo di Ahrar Al

Sham ed Al Nusra ha fornito al regime di Assad ed ai russi le ragioni e la legittimità per distruggere la città ed uccidere i suoi abitanti.

Come abbiamo indicato nel preambolo: la seconda caduta di Aleppo est ha molto in comune con la prima. Ma perché Aleppo è caduta nonostante tutto il sostegno di decine o forse centinaia di fazioni con tonnellate di armi di provenienza turca e di finanziamenti dai sauditi e dai qatarioti e con la propaganda mediatica rispetto alla creazione di un coordinamento comune di tutte le fazioni, accompagnato da minacce e promesse - ancora, perché Aleppo è caduta?

Primo: le divisioni tra diverse fazioni basate su quale è lo stato sponsor e quali siano gli interessi di tali stati nei combattimenti.

Secondo: il controllo delle fazioni estremiste islamiche, e di Al Qaeda in particolare, hanno intaccato globalmente l'immagine della resistenza armata - specialmente in occidente.

Terzo: i venditori di strada e i commercianti di pecore e di orzo sono diventati strateghi militari che decidono piani militari, guidano spedizioni tattiche e strategiche ed in seguito diventano signori della guerra ed autorità locali che depredano i propri sottoposti

Quarto: queste fazioni islamiche estremiste non hanno combattuto il regime; hanno piuttosto istigato quattro anni di guerra contro il popolo curdo a Sheikh Maqsood, assediando centinaia di migliaia di curdi ed arabi, bombardandoli con bombe chimiche e gas e impedendo i rifornimenti di cibo e medicinali. Questa è, secondo la mia opinione, la causa più importante della caduta dell'opposizione armata, oltre che della caduta di Aleppo est.

Quinto: la resistenza armata è de facto divenuta un agente del Servizio di Intelligence Turco, che ha eseguito gli ordini dei propri padroni: e la guerra a Sheikh Maqsood è stato un chiaro indicatore di tali ordini.

Sesto: le fazioni dell'opposizione hanno iniziato a combattersi reciprocamente ed hanno commesso atrocità contro i civili, tra di esse e contro i curdi ed i cristiani in modo simile a quanto fatto dall'ISIS. Massacrano e giustiziano civili per strada, rapiscono, distruggono chiese, mettono i curdi nel mirino.

Settimo: a causa dei conflitti intestini tra queste fazioni armate il regime è stato in grado di raggiungere Nubl e Zahra [città a nord-ovest di Aleppo circondate dall'opposizione per mesi - N.d.T.] e disconnettere Aleppo da Azaz e dai villaggi settentrionali ed orientali - e di conseguenza dalla Turchia.

Ottavo: Molte fazioni della resistenza armata hanno lasciato le proprie posizioni al regime dopo un memorandum di intenti russo-turco, indi per cui il regime è stato in grado di mettere sotto assedio Aleppo est e combattervi.

Nono: la Turchia e l'opposizione siriana in Turchia hanno blandito la resistenza armata con menzogne quali la promessa del sostegno incondizionato turco contro il regime e nei negoziati con esso che avrebbero conseguito la vittoria. Sfortunatamente l'opposizione armata ha creduto a queste menzogne ed è rimasta sotto l'isterico bombardamento dei russi e del regime senza alcun guadagno sul campo.

Decimo: l'intelligence turca ha usato la resistenza armata a proprio vantaggio, sostenendoli nella presa dell'accademia militare di Ramouseh [sita nella parte sud-occidentale di Aleppo - N.d.T.] e

della Damascus Road prima della visita programmata di Erdogan in Russia, in modo da permettere a quest'ultimo di negoziare con Putin da una posizione di forza; ma dopo l'incontro Erdogan ha ordinato il blocco delle operazioni militari ad Aleppo.

Undicesimo: allora, mentre l'opposizione armata stava guadagnando terreno ad Aleppo ovest, tagliando le strade per Damasco, Erdogan le ha ordinato di lasciare Aleppo e di dirigersi a Jarablus. Questa mossa ha rappresentato il colpo definitivo ed ha portato alla sconfitta dell'opposizione ed alla vittoria del regime.

Dodicesimo: invece di far puntare le migliaia di resistenti armati verso Damasco per abbattere il regime di Assad essi si sono diretti verso Sheikh Maqsood, Afrin, Jarablus ed Al Bab per combattere l'esercito libero siriano [poi sopraffatto da salafiti e qaedisti - N.d.T.] ed i curdi seguendo gli ordini del loro padrone turco.

Tredicesimo: un paio di anni fa si è tenuta una riunione tra decine di fazioni, che come risultato hanno abbandonato i propri campi di battaglia dirigendosi verso le città curde per occuparle - ma il risultato è stato la loro disfatta a Serekaniye, Rmeilan, Qamislo, Gire Spi ed Afrin.

Aleppo est non è solamente caduta, è stata completamente distrutta. L'economia del più grande centro economico del medio oriente ed uno dei più antichi del mondo è stata distrutta. La caduta di Aleppo est è anche la caduta del progetto di resistenza armato e dei suoi sostenitori in Turchia, è la caduta dell'Islam politico e della Fratellanza Musulmana, degli agenti dello Stato turco e dei suoi mercenari, e la caduta di qualsiasi forza combatta il popolo curdo. Lo ho affermato in precedenza e lo ribadisco: nessuno avrà successo nell'antagonizzare e combattere il popolo curdo.

In definitiva, l'unico progetto percorribile è quello secolare e realmente patriottico del popolo curdo, il progetto delle forze siriane democratiche [SDF] e delle unità di protezione del popolo [YPG]. E' il progetto federale e democratico che può ergersi contro l'ISIS, il regime e tutti i dittatori, e che inoltre garantirà un Kurdistan ed una Siria liberi.

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domenica 15 gennaio 2017

TESI PER LA RIPARTENZA DI EUROSTOP di Giorgio Cremaschi

[ 15 gennaio ]


Si è tenuta ieri a Roma la riunione nazionale di Eurostop, in preparazione dell'assemblea del 28 gennaio e della manifestazione del 25 marzo contro il vertice dell'Unione Europea. L'incontro è stato anche l'occasione per fare il punto sulle prospettive politiche di Eurostop. A questo proposito pubblichiamo di seguito il breve testo per punti presentato da Giorgio Cremaschi.

1) La scelta della rottura con Euro Ue e Nato non è finora stata una discriminante della politica italiana. Questo ha determinato un vuoto politico, coperto da altre  posizioni o da altre forze politiche. La destra populista si dichiara contro l'Euro e non contro la UE né tantomeno contro la NATO. La sinistra radicale è contro la NATO non contro l'euro e la UE. Il PD e Forza Italia sono a favore di tutto, il M5S con le sue ultime scelte di collocazione europea, poi saltate, non pare avere posizioni definite. Un No coerente e comune a Euro UE NATO continua ad essere assente dalla scena politica italiana come dimensione organizzata.

2) Le lotte ed i movimenti sociali non hanno mai assunto coerentemente sinora questi tre NO, euro UE NATO, nella migliore delle ipotesi li hanno dati per scontati come premessa o come conseguenze dei conflitti, ma non li hanno mai assunti direttamente. Questo ha spesso reso più deboli i movimenti nella individuazione dell'avversario. Che invece ha sempre manovrato a tutto campo, usando tutta la filiera del potere per affermare i propri interessi e la propria egemonia. Il fatto che ogni lotta importante ad un certo punto si misuri con la rigidità di un sistema che non ammette mediazioni e che ogni volta si trincera dietro l'impossibilità delle alternative, finora ha permesso al sistema stesso di vincere i conflitti o di isolare le resistenze più tenaci e forti.

3) Il referendum costituzionale per la prima volta da molto tempo  ha portato alla sconfitta l'establisment sul tema sul quale in Italia finora aveva sempre vinto: quello delle riforme liberiste. La vittoria del No alla controriforma della costituzione mostra che anche in Italia ha acquisito forza la cosiddetta onda populista, cioè il rigetto della globalizzazione, dei suoi effetti sociali e il rifiuto delle elités che dalla globalizzazione traggono profitto e potere. Il No è stato una domanda di giustizia sociale che per ora non ha alcuna risposta, anzi alla quale le risposte finora date sono tutte fondate sulla riconferma delle politiche della globalizzazione liberista.

4) Per la prima volta da tempo esistono lo spazio oggettivo e le condizioni soggettive perché la rottura con Euro UE e NATO, intese come rotture con la forma specifica assunta dal dominio della globalizzazione sulle classi subalterne del nostro paese, possano acquisire un consenso di massa. Lo stesso schieramento di tutte le istituzioni europee ed occidentali per il Si al referendum, con il suo scarso peso nel voto, dimostra che questo spazio oggi esiste, anche se non è detto che duri per sempre.

5) La gravità e la durata della crisi economica hanno indebolito tutte le risposte dirette ai suoi effetti. Siamo stati abituati alla coerenza tra modo di pensare delle classi subalterne e loro modo d'agire. Cioè quando queste classi non lottavano esprimevano anche un certo consenso al sistema, mentre quando contestavano direttamente la loro condizione  assumevano anche un punto di vista critico più generale. Oggi non è così. La crisi costringe ad accettare  condizioni di sfruttamento e di oppressione sociale, di perdita di libertà, senza che queste siano condivise sul piano generale. Anzi proprio la rabbia per la condizione materiale che si subisce alimenta il rifiuto, ma solo a livello politico generale, del sistema. Questo apre lo spazio anche a forze ambigue o apertamente reazionarie, che possono trarre vantaggio dalla passività sociale delle masse.

6) Siamo quindi di fronte ad un rifiuto distorto e contraddittorio del sistema da parte di classi subalterne che in gran parte ne subiscono ed accettano gli effetti sulla vita quotidiana, ma che allo stesso tempo investono appena possono nella speranza di un rovesciamento politico che cambi le cose. Questo è il terreno sul quale fanno  presa le forze che propongono facili e brutali soluzioni, o affidando tutto ad un leader, o proclamando la lotta alla corruzione e alla casta politica come soluzione di tutti i mali, o  dirottando la rabbia sociale verso i migranti e per questa via alle istituzioni europee e sovranazionali.

7) Di fronte a questa crescente critica e al rifiuto politico del sistema le risposte delle sinistre e del mondo sindacale confederale sono inesistenti o negative. Le sinistre socialdemocratiche hanno accettato l'impianto ideologico liberale della globalizzazione, pensando di condizionarlo ed ora ne sono assorbite, non a caso vengono identificate come parte dell'establishment. I grandi sindacati confederali, pur critici a parole della globalizzazione, ne sono complici con la pratica concreta della propria azione, con la politica della collaborazione con le imprese e della riduzione del danno. Pratiche che alimentano la passività sociale  e quindi, il dislocarsi del mondo del lavoro, degli operai in primo luogo, nel campo della protesta politica senza dimensione sociale.

8) Le sinistre radicali e di tradizione comunista in Europa non sono riuscite sinora a costruire un'alternativa a quelle socialdemocratiche e alla fine vengono coinvolte e travolte dal loro fallimento.  La resa di Tsipras e di Syriza alla Troika è stata la distruzione di una occasione storica della sinistra radicale di costruire un'alternativa alla socialdemocrazia in grado di competere con il populismo di destra. Ora le sinistre radicali europee nella loro maggioranza stanno rifluendo verso un sostegno critico alle socialdemocrazie, cioè marciano verso la propria ininfluenza nell'ambito di un fallimento. Altre forze invece rifiutano di accodarsi alle socialdemocrazie, ma fuggono dalla realtà della politica rifugiandosi nella predicazione della rivoluzione mondiale come unica soluzione. Questa fuga nella palingenesi totale a volte poi copre opportunismi molto concreti nella pratica quotidiana.

9) Tutte queste tendenze stanno maturando una condizione politica per cui in Europa, e negli Stati Uniti,  il conflitto e l'alternanza di governo siano sempre di più tra due destre, quella tecnocratico finanziaria liberale e quella populista reazionaria. Gran parte della sinistra è oramai assorbita nella dialettica e nel conflitto tra queste due destre, cioè non esiste più come forza realmente indipendente. Questo non è solo un danno per le forze e le persone che ancora ancor alla sinistra si richiamano, ma per le stesse prospettive delle nostre società, dal  cui confronto politico sono cancellate   l'eguaglianza sociale ed il socialismo. Nella storia umana recente questa catastrofe della sinistra ha un solo precedente: la resa e l'appoggio delle socialdemocrazie europee alla prima guerra mondiale.

10) Siamo quindi di fronte alla contraddizione tra la domanda si massa di immediato cambiamento e il  fatto che tutte le risposte politicamente fruibili nell'immediato siano in realtà interne al sistema. Questo produce il meccanismo della delusione di massa periodica e ricorrente, con il progressivo logorarsi delle stesse basi della democrazia liberale. Che così viene sottoposta al doppio stress della sua sottomissione da parte dei meccanismi e del potere dell'ordoliberismo e della contestazione da parte di forze apertamente reazionarie.  Il rischio è quello di una continua regressione in senso autoritario, col continuo rafforzamento delle diseguaglianze sociali, contrastata da rivolte  democratiche che la interrompono per un momento, ma poi non la fermano. 

11) Il riformismo positivo, il gradualismo nei miglioramenti è morto. Oggi riformismo è solo adattamento al peggioramento. Per questa  ragione o si costruisce una concreta alternativa e una rottura di sistema, o la regressione continuerà. Costruire questa rottura e questa alternativa è il solo compito che giustifichi e dia senso ad una rinnovata sinistra anticapitalista sociale e politica. Ogni altra scelta significa o condannarsi ad un ruolo da Testimoni di Geova del socialismo, o all'assorbimento nel riformismo complice delle destre.

12) la rottura deve avere obiettivi politici determinati, come sempre è stato per ogni cambiamento e processo rivoluzionario. Quindi la rottura con Euro UE NATO non è solo costituente di una posizione politica, ma un obiettivo reale che bisogna avere il coraggio di dichiarare non solo necessario, ma possibile. Occorre cioè pensare alla rottura come obiettivo di transizione, come passaggio verso un nuovo sistema economico e politico, che non è ancora socialista, ma che non è più quello ordoliberista. La rottura punta alla  regressione della globalizzaIone, per far avanzare di nuovo una democrazia fondata sulla eguaglianza sociale. Nel referendum costituzionale abbiamo misurato il contrasto strategico tra la Costituzione del 1948 e la governance europea e occidentale. Bisogna agire su  questo contrasto e trasformarlo in rottura politica : o la Costituzione o la UE e la Nato.

13) Non bisogna aver paura di affermare che la rottura punta alla sovranità democratica e popolare del nostro paese. All conquista del potere per realizzare politiche economiche progressiste usando tutti i poteri pubblici a tale scopo rafforzati e democratizzati. A chi obietta sui rischi di nazionalismo bisogna rispondere che ogni comunità corre questo rischio, che va combattuto con l'ampliamento della democrazia e della eguaglianza. Se la comunità della Valle Susa ha il sacrosanto diritto di poter decidere sul proprio territorio, perché il popolo italiano, le classi sfruttate, non dovrebbero avere questo diritto sul proprio paese? La rottura è riconquista di democrazia e potere popolare.

14) La scelta della rottura con Euro, UE, NATO e con tutte le forze che le sostengono è la premessa costituente di un programma progressista che riapra la via al socialismo. Essa quindi deve diventare il punto di partenza comune di tutte le forze che concorreranno a formate un fronte sociale e politico. Una volta assunta questa rottura, la costruzione e la pratica realizzazione del fronte e del programma sarà  fondata sul confronto e sullo spirito unitario. Ogni settarismo tra forze che abbiano acquisito questo comune punto di partenza è dannoso e per questo andrà contrastato ovunque con la massima fermezza.

15) Bisogna coniugare ed incrociare il conflitto di classe con quello contro l'esclusione prodotta dall'ordoliberismo. Costruire il fronte sociale degli sfruttati e degli esclusi, un fronte potenzialmente maggioritario,  deve essere l'obiettivo. Questo fronte ha una prima dimensione immediata, quella delle lotte sociali nei luoghi di lavoro e nel territorio, ma  deve anche collegare queste lotte alla loro dimensione politica.
La rottura con Euro UE NATO finora ha vissuto solo nel confronto e nel dibattito politico di una parte dei militanti della sinistra di classe e antagonista, ora deve entrare nella dimensione delle lotte reali, deve essere una campagna permanente e di massa che giunga a porre l'obiettivo della rottura all'ordine del giorno di tutti i conflitti.







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PIATTAFORMA EUROSTOP: IL PROSSIMO PASSO di Contropiano

[ 15 gennaio ]

Una assemblea nazionale il 28 gennaio, una manifestazione nazionale a marzo contro il vertice dell’Unione Europea. Eurostop affronta le sfide del nuovo anno con un passaggio politico.

I dati sociali hanno confermato la giustezza dell’impostazione sul NO sociale ed hanno creato le condizioni idonee per il rilancio del percorso di Eurostop, alla luce dei risultati referendari e della situazione del paese.

Eurostop intende adesso procedere con un salto di qualità alla costruzione e sperimentazione di un movimento/fronte politico e sociale, che unisca la lotta contro le controriforme sociali di questi trenta anni alla battaglia per l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, dall’Eurozona e dalla Nato.

Oggi nel senso comune e nella disponibilità di ampi settori popolari c’è una crescente chiarezza su questo. Il governo fotocopia Gentiloni susciterà a sua volta, persino in misura maggiore, quel rifiuto popolare che ha colpito il governo Renzi. Per questo la radicalizzazione della opposizione politica deve accompagnarsi allo stesso processo in quella sociale.

Inoltre occorre ormai collegare tra loro regime politico, controriforma sociale, vincolo europeo. Sono tre aspetti dello stesso avversario e compito di Eurostop e di tutte le forze che vorranno partecipare a questa iniziativa comune è quello di costruire un movimento sociale politico che fronteggi sempre tutti e tre volti dell'avversario. Un movimento che costruisca e diffonda consapevolezza della indissolubilità della lotta contro i governi del PD, contro le controriforme sociali liberiste, contro l'Unione Europea e i suoi strumenti e vincoli.

Per queste ragioni Eurostop non si dichiara interessato a generici processi di "riaggregazione della sinistra cosiddetta radicale" che non sappiano, o non vogliano, partire da questi dati politico-programmatici di fondo. Così come so ritiene che il sindacalismo confederale e la sua complicità siano alternativi al progetto di Eurostop, a maggior ragione ora che la debolezza politica del PD e della stessa Confindustria porterà ad un rilancio della peggiore concertazione, come dimostrato dal contratto dei metalmeccanici e dell’igiene urbana o dalla conclusione della vertenza Almaviva

Per Eurostop il giudizio negativo sul gravissimo contratto liberista firmato da Fim Fiom Uilm e quello altrettanto negativo sul patto pre elettorale di CGILCISLUIL per il pubblico impiego, sono discriminanti. I primi interlocutori sono quindi tutte e tutti coloro che, pur partendo da posizioni e storie diverse, condividano questi giudizi di fondo. Questo naturalmente non esclude la partecipazione nostra a mobilitazioni democratiche con forze anche lontane da noi. L'esperienza referendaria diventa un modello di comportamento, Eurostop è stato in campo spesso in modo rilevante- vedi le giornate del 21 e 22 ottobre – con forze diverse e lontane, senza perdere la propria identità, anzi rafforzandola.

Eurostop vuole quindi lanciare un progetto sociale e politico, che abbia l'ambizione di dare forza e organizzazione ad un mondo di sfruttati ed emarginati, che oggi non ha vera rappresentanza. In questo progetto si vuole incrociare il conflitto di classe con quello che emerge dalla esclusione sociale e politica, che coinvolge anche ceti sociali diversi dalla tradizionale classe operaia.

Eurostop vuole essere parte della costruzione di una grande rottura democratica e socialista da parte del popolo sfruttato, una rottura contro tutti i poteri della globalizzazione.

A tale scopo il coordinamento nazionale Eurostop convoca per sabato 28 gennaio una grande assemblea nazionale e di massa a Roma, che sia la prima risposta del NO sociale al governo e alla continuità delle politiche liberiste italiane ed europee.

Contestualmente Eurostop intende avviare da subito la discussione e l’organizzazione per una manifestazione nazionale a marzo, in occasione del Sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, che mise in marcia il progetto che oggi è diventato l’Unione Europea. A Roma ci sarà il vertice con tutti i capi di stato europei e coinciderà con la richiesta di manovra finanziaria aggiuntiva della Commissione Europea rispetto alla Legge di stabilità varata dal governo dimissionario di Renzi.

Per Eurostop quello di marzo è l’appuntamento per portare in piazza esplicitamente la battaglia per l’Ital/Exit.

* Fonte: Contropiano

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sabato 14 gennaio 2017

PARTITE IVA: BENVENUTI NEL NUOVO OTTOCENTO di Stefano Bartolini

[ 14 gennaio ]


Con la crisi iniziata nel 2008 si è aggiunto un altro tassello, che sembra indicare un vero e proprio cambiamento di modello. Non si tratta semplicemente della deregolazione del lavoro, tanto nei diritti che nelle forme organizzative. Siamo di fronte a qualcosa di più profondo, di cui la deregolamentazione è solo l’aspetto più immediatamente visibile: l’elevazione a modello ideale del rapporto di lavoro autonomo.

Oggi viene rimesso al centro il lavoratore come singolo, il quale contratta personalmente le forme e i compensi del proprio lavoro nei confronti del datore. La forma più tipica è quella delle partite IVA, in particolare di quelle che non fanno parte di un ordine professionale. Né professionisti nel senso classico del termine né artigiani, le partite IVA sono lavoratori il cui tratto distintivo è la subalternità. Il pensiero dominante ne esalta la figura di lavoratore libero, in grado di giocarsi la propria partita sul mercato.

Nella realtà la situazione è ben diversa. La gran parte dei nuovi lavoratori autonomi sono persone che non trovano altra forma di occupazione. Spesso si sono sempre pensati come dipendenti, ma sono obbligati a trasformarsi in autonomi per poter lavorare. Nella pratica, una quota sempre maggiore del lavoro subordinato classico viene spinto nel campo dell’autonomia.

Questo consente di spingere al massimo la flessibilità e di scaricare buona parte dei rischi di impresa sul lavoratore, il quale di autonomo ha solo la facciata, dipendendo in tutto è per tutto dai committenti. Ancor più spesso da un committente unico, il quale detta i compensi, i tempi e i modi di lavoro, e si solleva anche dal carico dei contributi assicurativi e previdenziali, scaricati sul lavoratore.

Un nuovo universo di subalterni popola ormai le città e la società, che si accresce a dismisura con l’utilizzo dei voucher, che mettono ancora al centro la figura del lavoratore singolo e autonomo che contratta in solitudine l’ammontare dei buoni che potrà riscuotere per la prestazione svolta. Un vero è proprio boom che segnala ancora una volta quanto non di espedienti si tratti ma di veri e propri modelli organizzativi.

Dunque si torna al lavoratore isolato, singolo, individualizzato, non tutelato da forme contrattuali collettive, autonomo solo dal punto di vista fiscale. Il termine “tornare” non è una parola scelta a caso. Perché è già esistito un tempo con le stesse caratteristiche di fondo: nell’Ottocento. Quando il lavoratore era un’individualità, veniva assunto per accordo personale, spesso non scritto, senza contratti di riferimento.

Sia ben chiaro. I lavoratori subalterni hanno messo in campo una loro razionalità all’interno del nuovo contesto. Ma anche questa non è una novità. La capacità di azione razionale e indipendente, è una costante dei subalterni in ogni tempo e luogo. Tuttavia il fatto di imparare a muoversi all’interno del nuovo contesto – per ragioni di sopravvivenza – non va confuso con una adesione consapevole.

Affermare che ci sia una spinta razionale alla precarizzazione da parte delle sue stesse vittime è fuorviante. La spinta razionale va semmai nella direzione opposta, e pesca anch’essa nelle suggestioni e negli esempi del proprio passato. Parlate con i lavoratori autonomi. Vi racconteranno che vogliono tutele, garanzie, regolamentazione del proprio lavoro, contratti di riferimento.

Se il sistema ha pescato nell‘Ottocento in cerca di modelli da riattualizzare per massimizzare i profitti, tutto ci invita a fare lo stesso, ripescandonell’Ottocento dei subalterni le tracce di pratiche e rivendicazioni nuovamente all’ordine del giorno. Puntando a superare la frammentazione del lavoro individualizzato e muovendo verso la costruzione di nuove alleanze sociali. Lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti, artigiani e commercianti sono ormai parte della stessa precarietà.

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