25 MARZO ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE

25 MARZO ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE
Il corteo parte da PORTA SAN PAOLO, alle ore 14

venerdì 24 marzo 2017

LEX MONETAE E DIRITTO EUROPEO di Jacques Sapir

[ 24 marzo ]

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell’Europa, i quali negando che l’uscita dall’euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor’s. La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell’entrata nell’eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell’uscita…
 Tutti conosciamo l’argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell’euro o all’uscita dall’euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l’unica soluzione possibile per l’economia francese: l’argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l’Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all’esistenza della Lex Monetae.
Lex Monetae e diritto europeo
Eppure questa “legge”, alla quale si faceva riferimento in  diritto internazionale negli anni ’20-’30 del Novecento per regolare il problema dei debiti degli stati che si sarebbero formati sui resti del decaduto Impero Austro-Ungarico, è esplicitamente menzionata dal diritto dell’Unione europea. Del resto è proprio in virtù di questo principio del diritto internazionale che il debito pubblico francese emesso in franchi fu convertito in euro nel 1999.
Il riferimento si trova nel regolamento (CE) n° 1103/97 del Consiglio del 17 giugno 1997, relativo ad alcune disposizioni per l’introduzione dell’euro. Questo regolamento è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale [1] e può essere consultato in internet [2]. Il riferimento in particolare appare al paragrafo 8 ed è riportato qui di seguito:
“(8) considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi;”
Be’, diciamo che è abbastanza stupido pretendere di difendere un’istituzione senza conoscerne le leggi. Perché, e questo è un punto importante, è detto proprio che “la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi“. In altre parole, se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese. Ma è quantomeno strano che gli “esperti” europei ignorino le loro stesse leggi. È un po’ come se il Presidente della Repubblica [francese] dicesse che, secondo la Costituzione, il Presidente è eletto dal Parlamento…
Lex Monetae e agenzie di rating
Si può verificare inoltre come la citazione di una certa agenzia di rating, che fa da fondamento alle affermazioni catastrofiste dell’Institut Montaigne [3], venga direttamente invalidata dal sopra menzionato regolamento europeo: “Non c’è alcuna ambiguità (…) Se un emittente non adempie ai termini del contratto con i suoi creditori, ivi compresa la valuta in cui sono effettuati i pagamenti, dichiareremmo la situazione di default“, così ha detto recentemente Moritz Kraemer, direttore dei rating sovrani di Standard & Poor’s. Potremmo anche ignorare le agenzie di rating, ma resta il fatto che le loro opinioni sul rischio di credito (cioè di default) sono indispensabili per una buona gestione del rischio da parte degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e banche).
Se l’agenzia Standard & Poor’s decidesse di dichiarare il “default” della Francia, non sarebbe ovviamente seguita dalle altre agenzie e, soprattutto, non riuscirebbe a trovare nessun tribunale di livello internazionale disposto a convalidare la sua decisione. Perché i giuristi sanno bene che quanto accaduto nel 1999 si ripeterebbe, in virtù del principio giuridico del precedente. Il governo francese potrebbe anche citare in giudizio Standard & Poor’s per manipolazione del mercato del debito.
Combattere il “Progetto Paura”
La bellezza della Lex Monetae sta nel fatto che il debito pubblico emesso sotto diritto francese (che corrisponde al 97 percento del totale di questo debito) deve essere rimborsato nella moneta avente corso legale in Francia. Se la Francia decide che questa moneta è l’euro, il debito viene rimborsato in euro al tasso di conversione deciso dalla Francia. Se la Francia decide invece che la moneta avente corso legale sul suo territorio è (nuovamente) il franco, vale la stessa cosa. Detto altrimenti, i circa 1649 miliardi di euro di debito francese negoziabile [4] si trasformerebbero in 1649 miliardi di franchi.
Per quanto riguarda il debito privato delle famiglie e delle imprese francesi, se questo è stato emesso secondo il diritto francese, non cambia nulla. Il lavoro di Cédric Durand e Sébastien Villemont, pubblicato dall’OFCE (Osservatorio Francese per le Congiunture Economiche) e che uscirà tra qualche mese su una rivista internazionale, stabilisce con precisione le conseguenze dell’uscita dall’euro [5] e mostra che le imprese e le famiglie uscirebbero vincenti da questa situazione.
È quindi necessario capire che molti di coloro che parlano su questo tema, lo fanno esclusivamente per alimentare i timori e le paure dei francesi. Come nei mesi precedenti al referendum sulla Brexit, ci troviamo di fronte a un “Progetto Paura”. Progetto sconfitto col voto del giugno 2016. Bisogna sperare che anche gli elettori francesi sappiano opporvisi, con la ferma sicurezza di chi conosce i propri diritti.
NOTE
[1] Journal Officiel n° L 162, 19/06/1997 p. 0001 – 0003
[3] Chaney E., «A propos du monde imaginaire de ceux qui prônent une sortie de l’euro», Institut Montaigne, 02 marzo 2017

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giovedì 23 marzo 2017

I DIECI COMANDAMENTI DELLA NOSTRA CONFEDERAZIONE

[ 23 marzo ]

10 punti di indirizzo della Confederazione per la Liberazione Nazionale

Le nostre idee sulla società che vogliamo




(1) Il potere appartiene al popolo, non all'élite finanziaria

(2) Lo Stato prevale sui "mercati" 

(3) La comunità è la base per l'emancipazione della persona 

(4) L'eguaglianza e la solidarietà sono i principi della convivenza civile

(5) La dignità e il diritto al lavoro vengono prima di tutto

(6) La politica dirige e programma l'economia nell'interesse della collettività

(7)L'immigrazione va regolata, contro ogni discriminazione etnica e religiosa, in base alle possibilità della comunità 

(8) Per la sicurezza sociale, contro ogni forma di criminalità e di sopruso

(9) Per un patriottismo democratico, repubblicano e costituzionale

(10) Per la sovranità nazionale, contro la globalizzazione e l’Unione Europea 

Firenze, marzo 2017

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SINISTRA, EUROPA, SOVRANITÀ di Mimmo Porcaro

[ 23 marzo ]

«Qualche evoluzione a sinistra, e nelle vicinanze, si inizia per fortuna a vedere. C’è però troppa timidezza nell’accettare in pieno il terreno della sovranità nazionale. Si ha forse paura di tornare a un tempo in cui l’aggettivo “nazionale” (interesse nazionale, solidarietà nazionale) copriva pratiche di compromesso di classe a perdere. E lo posso capire. Ma...»


Schivare il concreto
E’ da quando ho compreso il nesso tra Unione europea, dominio di classe e crisi irredimibile della sinistra, è da quel difficile passaggio (dovuto alla dura esperienza del secondo governo Prodi, da me vissuta direttamente anche a livello comunitario, ad una rilettura dei classici e poi ai testi di Bagnai, Cesaratto, Barra Caracciolo, Giacché ed altri) che mi torna spesso in mente una frase di Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti dello spirito umano”. Schivare il concreto, per la sinistra, significa per esempio schivare il problema del potere, e quindi il problema dello stato. Da convinto marxista so bene che è caratteristica specifica del capitalismo quella di esercitare il dominio di classe attraverso i meccanismi apparentemente impersonali e neutri dell’economia (non altrettanto bene lo sanno coloro che continuano a dire che l’euro è “solo una moneta”…). Ma so anche che, perché questi meccanismi apparentemente solo economici funzionino è necessario, Marx dixit, l’intervento disciplinante dello stato. E so (da Giovanni Arrighi) che alle fasi di crescita in cui il dominio si esercita in forma prevalentemente economica (finanziarizzazione e globalizzazione) succedono le fasi di crisi in cui lo stato ritorna prepotentemente sulla scena, e diviene evidente che chi lo controlla decide se si esce dalla crisi in direzione progressiva, ossia col socialismo, oppure con la guerra e con una nuova forma di capitalismo.
Eludere lo stato
Eppure dello stato la sinistra (soprattutto quella sedicente antagonista, critica ed alternativa) non parla quasi mai. Parla invece molto del non-stato: autorganizzazione, autogestione, produzione diretta di socialità, sperimentazione di forme extrastatuali di politica e di forme extramercantili di economia. Che bei concetti, che finezza di analisi, che assoluta, totale, irresponsabile mancanza di concretezza! Poi dice che il “popolo” si butta a destra! Prendiamo il sistema sanitario nazionale: disegnatene, se siete capaci, un modello fondato su autogestione e produzione diretta di socialità (con l’inevitabile corredo del decentramento…), dimostratemi che funziona e, se funzione, dimostratemi che non aggrava le differenze tra classi e territori. Come dite? Dite che è difficile? Che questo è un esempio estremo? Ma quale esempio estremo! Si tratta dell’essenziale, dell’eguaglianza di tutti di fronte alla malattia ed al dolore: e per ottenere questa eguaglianza è necessaria l’esistenza di strutture burocratiche, centralizzate e dotate della capacità di finanziarsi, ovvero di imporre anche ai riottosi la solidarietà fiscale. Dunque serve, ahinoi, un apparato coercitivo. Che orrore, vero? Si dirà che apparati del genere tendono inevitabilmente a sclerotizzarsi, a divenire autoreferenziali, autoritari ecc. . Verissimo! Affianchiamoli allora con agili ed efficaci
associazioni autonome di cittadini e lavoratori che sappiano controllarli, contrastarli, proporre modelli alternativi, preparare gruppi dirigenti di ricambio. Ma non pensiamo di sostituirli con queste associazioni. Elaboriamo una nuova teoria dello stato ed una teoria della dialettica permanente tra stato e organismi di classe e cittadinanza. Non lòimitiamoci a pensare soltanto a ciò che sta fuori dallo stato, perché così lasciamo la gestione dello stato stesso ad altri (ben contenti del nostro antistatalismo…) e partecipiamo alla privatizzazione delle funzioni pubbliche sotto il manto della loro socializzazione.
Come superare il lavoro salariato
Un discorso analogo vale per la questione del lavoro. Vogliamo superare la forma-salario? Bene: cominciamo a garantire la piena occupazione (cosa che oggi, e soprattutto in Italia, si può ottenere solo con l’intervento pubblico e con la proprietà pubblica nei settori strategici) e così riduciamo al minimo l’esercito industriale di riserva e con esso il ricatto costante del licenziamento, che è la forma più brutale della schiavitù salariale. Poi riportiamo ad un livello decente le prestazioni del welfare, e così aumentiamo la quota del reddito percepito indipendentemente dalla prestazione lavorativa. Poi, sulla base della piena occupazione, iniziamo a ridurre l’orario di lavoro a parità di reddito (anche utilizzando, a questo punto, forme di reddito integrativo), e sviluppiamo libere – ma socialmente verificabili – attività di cura dell’ambiente sociale e naturale che costituiscano non già il titolo individuale per la fruizione dei servizi del welfare, ma la condizione sociale perché detti servizi siano sempre più estesi e gratuiti. Non basta? Fate un po’ voi. Vi sembra una proposta reazionaria (come dicono Grillo ed i postoperaisti) perché prevede il lavoro per tutti quando oggi non ci sarebbe più bisogno di lavorare, o quasi, e quindi sarebbe giunta l’ora del reddito incondizionato svincolato dal lavoro? Un tempo vi avrei detto: liberi di pensare e dire quel che volete. Oggi vi dico che ogni parola spesa in questo senso alimenta la crescita della destra dura. Perché?
Come non superare il lavoro salariato
Perché, vedete, potrei farvi tanti bei discorsi in cui spiegarvi l’ovvio. E cioè che si deve preferire il lavoro garantito al reddito garantito perché ci sarà pure l’espansione del lavoro intellettuale (che comunque è anch’esso lavoro, e assai più duro e “materiale” di quanto molti non dicano), ma qualcuno deve pur lavorare per costruire le sedie dove il “cognitariato” posa il suo pensoso posteriore, qualcuno deve pur scaricarsi i bancali carichi delle merci ecologicamente irreprensibili che consumate tra un clik e l’altro. E poi che non si può dire che si partecipa alla cooperazione sociale (e quindi si ha diritto per questo solo motivo a un reddito) anche solo facendo zapping davanti alla TV, perché così, secondo la vostra ipotesi, si forniscono informazioni che poi il capitale usa per valorizzarsi. In quel momento infatti non si è lavoratori (ossia membri di un processo collettivo consapevolmente orientato) ma prodottimerci (ossia individui trasformati in spettatori dalla macchina mediatica), attori passivi della circolazione del capitale: altro che espressione della libera cooperazione produttiva, base del comunismo. Potrei dirvi questo ed altro, ma preferisco per una volta avere un approccio diverso, e mettermi nei panni di un lavoratore che, sia privato o pubblico, schiacciato dal superlavoro, non vede l’ora che una bella leva di giovani venga a dargli man forte. Provate a dirgli che tutti quei giovani disoccupati, in realtà disoccupati non sono perché producono socialità, e “quindi” valore, anche quando sparano cazzate al bar (attività peraltro nobilissima), e che perciò devono percepire un bastevole reddito a prescindere. E che poco importa se per fornirglielo si dovrà attingere dalla sanità o dal sistema pensionistico o magari ridurre un tantinello il reddito di chi si ostina a fare il lavoratore tradizionale. Provate a dirgli che invece di avere al suo fianco un paio di nuovi colleghi che alleggeriscono il suo lavoro, verranno piuttosto alleggerite le sue tasche per finanziare una indennità di disoccupazione mascherata. Provate a dirglielo: non voterà per Salvini, ma direttamente per Hitler. Insomma: non abbiamo diritto al reddito perché siamo “sempre” lavoratori. Abbiamo diritto al lavoro e al reddito, diretto o indiretto che sia, perché siamo cittadini. E dobbiamo lavorare, ossia svolgere una
funzione socialmente essenziale, perché tutto ciò che giustamente percepiremo a prescindere dal lavoro non sia una mancia revocabile a piacimento, non sia una diminuzione della nostra dignità, ma un frutto di essa.
Giochi di sovranità
L’odio per lo stato si accompagna benissimo all’amore sconsiderato per l’Europa. Perché l’Unione europea si presenta come un non-stato: e poco importa se in essa il (presunto) declino dello stato si accompagna al dominio del mercato: secondo la nostra sinistra basta sostituire le relazioni mercantili con quelle sociali e il gioco è fatto. E che ci vorrà mai? Gli è, però, che l’Unione non è la tomba della sovranità in generale: è la tomba della sovranità democratica e popolare, di quella sovranità che è essenziale al funzionamento di ogni costituzione. Anche la forma in apparenza meramente economica assunta dell’Unione è in realtà frutto della sovranità, o meglio, dell’incrocio di tre distinte sovranità statali: quella degli Stati uniti (che non hanno mai voluto un’Europa apertamente politica), quella della Germania (che sapeva di non poter egemonizzare l’Europa, almeno all’inizio, in forma direttamente politica) e quella degli altri stati europei, che regolavano così i conti con le proprie classi subalterne fingendo che le decisioni dipendessero da altri. L’emergere della crisi ha fatto riemergere il carattere totalmente intergovernativo delle decisioni, e se un qualche superamento della frammentazione premierà gli sforzi dei fanatici del “più Europa” (trai quali, of course, la sinistra) sarà, non tanto paradossalmente, un rafforzamento della forma peggiore di sovranità: una kernEuropa unita da vincoli economici ancor più classisti e soprattutto da un comune potere militare. Bella fine, per gli antisovranisti, partecipare alla costruzione di un maxi-sovrano che premierà la Germania conferendole l’arma nucleare!
La riforma impossibile
Eppure, perseverare diabolicum, si continua ad illudersi sulla riformabilità dell’Unione, a predicare piani B, ad esigere riforme dei trattati, a volere l’Europa “sociale”, a chiedere cioè cose che, se mai si realizzassero, provocherebbero l’exit della Germania e la fine dell’Unione, e a chiederle avventuristicamente, ossia senza minimamente prepararsi a quel ritorno alla nazione che sarà la forma inevitabile (almeno all’inizio) della rottura dell’Ue. Ma in realtà si chiedono queste cose perché si sa benissimo che non si realizzeranno mai. E’ infatti impossibile che non si capisca che non esistono le condizioni politiche né per la formazione di un’efficace movimento di classe o di cittadinanza europeo, né per utilizzare una qualche positiva divisione delle classi dominanti europee. Negli ultimi dieci anni e più abbiamo visto crisi, disoccupazione, guerre, miseria crescente, muri contro i migranti, ma non abbiamo visto mai nessun movimento sindacale o civile a livello europeo capace anche solo di iniziare una vera controffensiva. Abbiamo avuto l’evidente sofferenza dei paesi dell’Europa meridionale e la risposta dei dominanti europei è stata la punizione della Grecia: e se qualche divisione si vede in Europa non è tra la Merkel e qualcosa di meglio, ma tra la Merkel e la destra peggiore. Tutto ciò non avviene a caso. La “cecità” dell’Europa centro-settentrionale è in realtà il lucido perseguimento dell’obiettivo della centralizzazione dei capitali e dello sfruttamento del lavoro e del risparmio del sud a profitto del nord. E l’inesistenza di movimenti antiliberisti efficaci deriva dal fatto che l’Unione non è semplicemente uno spazio, che qualcuno può ritenere “migliore” di quello nazionale per il semplice fatto che è più “grande, ma è piuttosto una macchina che avanza distruggendo le forze che dovrebbero – in ipotesi – democratizzarla.
Trappole europee
Sono tre le micidiali trappole che impediscono sul nascere la formazione di una opposizione sociale unitaria a livello europeo. La prima è la “trappola di Von Hayek”, il quale fin dagli anni trenta aveva capito che per rendere strutturalmente impossibile il socialismo sarebbe stato opportuno costruire una bella federazione con una bella moneta comune, perché in tal modo ogni singolo stato, vincolato da una disciplina monetaria decisa altrove, avrebbe dovuto rinunciare a politiche di redistribuzione del reddito, delegandole al livello sovranazionale: ma al livello sovranazionale le storiche divisioni fra stati avrebbero avuto il sopravvento rendendo così impossibile qualunque tipo di redistribuzione. Ben pensato e ben fatto, direi! La seconda è la “trappola della sovranità”: protestate a Roma e vi dicono di andare Bruxelles, andate a Bruxelles e vi dicono di rivolgervi a Francoforte, e qui il banchiere centrale vi dice che si limita ad applicare norme tecniche coerenti con le dinamiche del mercato mondiale: e vorrete mica mettervi contro il mercato mondiale, voi poveri untorelli? E poi, alla fin fine, sono gli stati nazionali a nominare di fatto il banchiere: rivolgetevi a loro! La terza è la trappola della governance: chi comanda davvero, in questi decenni, ha centralizzato e reso impermeabili le decisioni strategiche ma ha delegato alla negoziazione sociale quelle secondarie: una vera bazza per tutte quelle ong, quei sindacati e simili che così possono illudersi di contare qualcosa, e soprattutto possono contare i denari che vengono dalla partecipazione a questo o quel progetto europeo. Credete che da questo mondo associativo, che costituisce una delle più strutturate basi della sinistra, possa venir fuori qualcosa di serio contro la logica dell’Unione?
Piccole monete per piccole patrie
E infatti ne vengono fuori solo palliativi, pannicelli caldi, o vere e proprie “furbate” dagli esiti paradossali. Prendete questa cosa delle monete “sociali” o della “moneta fiscale”. Intendiamoci, nulla in contrario, in linea di principio, in determinati momenti e per determinate questioni. Ma questi
espedienti, pensati per non porre il problema dell’exit, avrebbero bisogno, per funzionare davvero, proprio di quella rigida chiusura nazionalistica, quando non localistica, che si rimprovera a chi dall’euro vuole uscire. Infatti la moneta fiscale e quella locale funzionano (come soluzione principale) solo per una nazione o una regione completamente chiuse agli scambi con l’estero. Se invece a questi scambi ti devi aprire ti accorgi che è impossibile usare queste monete per regolare i conti con l’estero, ossia per affrontare quello che è il problema principale di un’economia ormai dipendente come la nostra. Proprio per questo l’eventuale momentaneo beneficio di una moneta sociale e fiscale (i soldi comunque girano, le attività economiche riprendono e così la domanda ecc. ecc.) si convertirebbe da subito in un aumento del deficit con l’estero che, non potendo mai risolversi (per quanto riguarda i rapporti con i paesi europei) con la flessibilità monetaria, dovrebbe essere risolto con la flessibilità salariale. Al ribasso, ovviamente. Ecco che cosa succede a schivare il concreto, concretissimo problema dell’euro
Poesia e prosa
Ma che ce lo diciamo a fare? Qui non è questione di opinioni, di “franca e fraterna discussione”, di lotta ideologica. Certo, c’è una parte non piccola di militanti di sinistra che rimane europeista per dubbi sul prima e sul dopo (sulla genesi dell’Ue e sui modi dell’exit), per abitudine intellettuale, per diffidenza verso certe forme di sovranismo. Con costoro bisogna essere pazienti e non spocchiosi. Bisogna ricordarsi che non è stato facile neanche per noi uscire dall’europeismo: e l’abbiamo fatto di fronte alla palese evidenza del coup d’état di Napolitano-Monti: la droga soporifera successivamente spacciata da Mario Draghi ha annebbiato la vista a molti. Ma per la gran parte della sinistra, ed in particolare per i gruppi dirigenti ed i quadri intermedi, non è questione di poesia europeista ma di prosa. In Italia chi guadagna più di 1.500 euro al mese è europeista. Chi ne guadagna dai 1.000 ai 1.500 è indeciso. Chi sta sotto i 1.000, o chi è disoccupato, è antieuropeista: e se invece per ora si tiene in disparte, domani sarà decisamente anti-euro. Questo per dirvi come va il mondo. La nostra tragedia sta nel fatto che la base sociale della sinistra (quella da cui provengono i quadri) e la sua base di massa (quella da cui provengono gli elettori) appartengono generalmente al primo e al secondo scaglione: e i dirigenti soprattutto al primo. Chi glielo fa fare di rompere gli equilibri e di correre i rischi politici dell’exit? E chi glielo fa fare di porsi il problema dello stato, visto che sulle questioni essenziali (ossia sull’indiscutibilità dell’europeismo) lo stato italiano si muove secondo i desiderata della sinistra e per il resto con 1.500 e più euro al mese, welfare e pensione da lavoratore di lungo corso si vivacchia mica male?
Ancora una divisione trai lavoratori
La nostra vera tragedia, la tragedia di quel che resta del movimento dei lavoratori e del movimento socialista e comunista, e quella di tutti i cittadini che ancora credono alla Carta fondamentale non è lo strapotere del capitale ma la divisione interna al mondo del lavoro. L’esperienza della lotta di classe post ’45 è certamente ambigua e contraddittoria, ma è difficile negare che nello stato sociale e nel partito di massa, il lavoro qualificato (fosse esso di origine “colta” o meno) aveva la funzione di mediare tra lo stato e la parte meno qualificata del lavoro stesso. Stato e partito erano il luogo di un’alleanza. Progressivamente, il ritrarsi dello stato e la forma privata assunta da molte attività intellettuali hanno creato una frattura che al momento non si vede come risanare, se non con una grande esperienza collettiva di emancipazione, dettata da una qualche necessità storica. Insomma: in Italia esiste un blocco deflazionista, composto non solo dai possessori di grandi e medi capitali, ma anche dai medi risparmiatori e da grandissima parte dei lavoratori garantiti, un blocco che teme l’instabilità e l’inflazione più di ogni altra cosa, che
egemonizza il movimento dei lavoratori facendo dimenticare a tutti che l’inflazione è inseparabile da una politica di piena occupazione, e viceversa. Finché questo blocco non si estinguerà (per la progressiva scomparsa del lavoro garantito) o non si spaccherà, non risolveremo nulla. Per adesso questo blocco si candida, qualora ce ne fosse bisogno, a salvare l’appartenenza dell’Italia all’Unione promuovendo una sacra alleanza contro il populismo sovranista. Ad amministrare la miseria italiana per conto della Germania. Nuovi Tsipras crescono.
Sovranità e classe
Qualche evoluzione a sinistra, e nelle vicinanze, si inizia per fortuna a vedere. C’è però troppa timidezza nell’accettare in pieno il terreno della sovranità nazionale. Si ha forse paura di tornare a un tempo in cui l’aggettivo “nazionale” (interesse nazionale, solidarietà nazionale) copriva pratiche di compromesso di classe a perdere. E lo posso capire. Ma oggi le cose stanno all’opposto: oggi la sovranità nazionale viene distrutta proprio per rendere impossibili politiche pro labour. Ed oggi la rinazionalizzazione della politica (un dato di fatto, non una scelta degli ottusi sovranisti) non è un incidente di percorso che interrompe la pacifica marcia della globalizzazione: è piuttosto l’inevitabile risultato dialettico della globalizzazione stessa, che è stata ed è un processo di gerarchizzazione a cui si risponde, inevitabilmente, situandosi in quegli spazi che storicamente hanno (o possono tornare ad avere) quel quantum di forza finanziaria e politica che serve ad ostacolare il libero movimento del capitale. Ossia le nazioni. Dice: ma la sovranità rimanda ad un potere assoluto, trascendente, nemico della società e quindi dei lavoratori… . Ma quando mai? Nella logica del pensiero costituzionale italiano (Mortati in primis) la sovranità è la possibilità di porre in essere comandi politici che non siano condizionati da potentati, interni o esterni allo stato, che possano ostacolare la funzione redistributiva dello stato stesso. La sovranità è la base di una costituzione lavorista, e dalla costituzione stessa è limitata(giustamente: perché il sovrano, quand’anche sia il popolo, può sempre sbagliare). La lotta per l’autonomia di classe ha bisogno di strumenti di politica economica che solo la sovranità nazionale può fornire, ed è per questo che autonomia di classe e sovranità nazionale si intrecciano. Una sovranità nazionale che è primo passo per la creazione dinuove relazioni internazionali che costituiscano lo spazio necessario a condurre in porto efficaci esperienze socialiste. Siamo socialisti ed internazionalisti: quindi vogliamo ricostruire uno stato capace di redistribuire (e per questo ci serve la condizione formale della sovranità nazionale), e quindi dobbiamo anche poter far muro contro la piena libertà di movimento dei capitali (e per questo ci serve uno spazio internazionale cooperativo – e non gerarchico come è quello dell’Unione).
Sovranità e democrazia di base
Dice: ma come, proprio tu che per anni hai teorizzato la necessità di una politica che non si fissi sullo stato, che sia in grado di intaccare i poteri sociali più diffusi, che consenta una attivazione diretta dei lavoratori e della cittadinanza, proprio tu mi vai a riscoprire lo stato, la sovranità e addirittura la nazione? Si, e non sento nemmeno il bisogno di fare troppa autocritica (se non per aver dato troppo credito al “movimento dei movimenti”, non cogliendo fino in fondo la natura relativamente aristocratica di certe forme di mobilitazione). Non ho mai assunto una posizione anarchica (anzi, ho polemizzato espressamente con Negri ed Hardt). Non ho mai detto che si cambia il mondo senza prendere il potere (anzi, ho polemizzato espressamente con Holloway, pur riconoscendone i meriti). Ho semplicemente detto: a) che la funzione di un’entità “terza” che dirima grazie all’autorità politica i conflitti sociali (inevitabili anche nel migliore dei mondi) è ineludibile, e che quindi è ineludibile una qualche forma di stato, altrimenti il soviet più forte mangerà sempre il soviet più debole; b) che ogni stato, anche e soprattutto lo stato che si pretende espressione diretta del popolo, della classe o della famosa moltitudine, tendeinevitabilmente alla degenerazione gerarchica; c) che quindi è necessario affiancare allo stato una rete di associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini, capace di interloquire e confliggere con lo stato stesso e, se necessario, di produrre nuovi gruppi dirigenti in sostituzione di quelli eventualmente degenerati. Aggiungo che tali associazioni, se sono veramente mosse dall’esigenza di organizzare la lotta dei ceti popolari per più decenti condizioni di vita e di costruire forme efficaci di democrazia di base, troverebbero oggi grande giovamento proprio da una ricostruzione della sovranità nazionale, perché così avrebbero di fronte ad un interlocutore preciso, identificabile e certamente assai più permeabile della Commissione europea e di consimili mostri. Per capirci: le “città ribelli”, se si organizzano contro un governo nazionale per esigerne politiche coerentemente redistributive, sono un grande momento di presa di parola delle classi popolari e di costruzione delle condizioni dell’eguaglianza. Se invece si presentano come snodi di unagovernance europea, si perdono nell’indefinito dei progetti macro-clientelari e divengono vettore di diseguaglianza, creando un solco trai luoghi che hanno le possibilità ed il coraggio di ribellarsi e quelli che non sanno o non possono farlo. C’è qualcuno, trai movimenti, le associazioni ecc. ecc. che abbia voglia di affrontare questo “piccolo” problema? Vogliamo proprio far sì che l’anarchismo perda tutta la sua possibile funzione critica e si riduca ad essere
anarcocapitalismo d’accatto, ideologia del dominio dei penultimi sugli ultimi?
Non “tornare” ma “inventare”
Non vedo solo una timidezza nell’accettare il terreno della sovranità. Vedo anche una certa leggerezza nell’accettarlo. Intendiamoci: rivendicare la sovranità è condicio sine qua non di qualunque politica degna di questo nome. Ma non si può semplicemente dire “torniamo alla sovranità nazionale”. Se è vero che oggi la sovranità è limitata anche formalmente (e questa è una grave regressione) non si può dimenticare che negli anni successivi al ’45 essa era comunque sostanzialmente limitata. Una funzione fondamentale della sovranità, quella militare, era concentrata nello stato egemone. Ed anche la sovranità economica era sottoposta a vincoli, per quanto, almeno all’inizio, molto elastici. Queste limitazioni, poi erano strettamente funzionali al mantenimento delle gerarchie di classe interne ad ogni paese. Insomma, se si vuole usare la sovranità nazionale come momento di controffensiva dei lavoratori bisogna reinventarne le condizioni, lavorare per la formazione di un mondo multipolare e per il suo equilibrio pacifico, scegliere le relazioni internazionali che meglio consentano lo sviluppo della lotta di classe. Un terreno tutto da dissodare. E così non si può dire semplicemente “torniamo alla politica mediterranea cooperativa” tipica dell’Italia. Tale politica infatti non fu solo cooperativa, ma anche a suo modo imperialistica, fu in fondo solo una variante tattica dell’atlantismo – e difatti perse ogni autonomia quando il sovrano atlantico lo impose, e si mosse in un ambiente di interlocutori stabili che oggi non esistono più. Qui, per noi, abituati a pensare alla politica estera più che altro in termini di slogan e tifo, c’è davvero un lavoro enorme da fare. Né si può dire semplicemente ”torniamo alle imprese pubbliche”, perché queste veramente pubbliche non furono, a causa di una forma giuridica e di un regime di controlli che le resero man mano oggetto di uso privatistico da parte di manager e partiti. Soprattutto, dato il monopolio manageriale del know how, la redazione delle norme che avrebbero dovuto regolare il comportamento delle grandi imprese era di fatto affidata alle imprese stesse (e lo stesso discorso vale per la Banca d’Italia). Si deve quindi inaugurare la stagione dell’impresa pubblica nel nostro paese. E le competenze della società civile potrebbero avere oggi molto da dire nell’ambito di una ripresa ragionata dell’economia mista.
Ecco, vogliamo parlare di queste cose o ci basta cianciare su Minzolini e sulle pseudo-scissioni del PD? E’ possibile che non si riescano a studiare in maniera organizzata tutte queste questioni? E’ possibile. E così, reso impaziente dall’età avanzata e dall’avanzare dei tempi, mi toccherà di stizzirmi ancora, e di sfogarmi ancora con voi.

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mercoledì 22 marzo 2017

LA FINE DI SALVINI di Piemme

[ 22 marzo ]

«Un consiglio quindi a certi amici "sovranisti" che sperano tanto che Matteo Salvini li imbarchi per farli entrare (in discesa) nel prossimo Parlamento: "Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Ben altri saranno i suoi compagni... di merende, ovvero i soliti rottami politici berlusconiani».

Non abbiamo mai fatto mistero che a noi Matteo Salvini non piace. Va a suo merito che sia contro l'euro (a favore dell'Unione però, come M5S e certi altri amici di sinistra, e senza dire che occorre uscire dal neoliberismo), ma se andate sui siti dell'universo salviniano, compresa al sua pagina Facebook, è un autentica valanga di pregiudizi razzisti e sicuritari. La stragrande maggioranza dei messaggi è contro immigrati stupratori, zingari scassinatori, quindi inni a favore di chi ha sparato addosso ai delinquenti facendosi giustizia da sé.
Per dire che non è il No euro che ci dice quale sia la visione del mondo e la natura della Lega salviniana ma tutto il resto, ovvero un miscuglio di xenofobia e neoliberismo —del resto è Armando Siri il vero suggeritore di Salvini. E dato che parliamo di Armando Siri si sappia che lui è un acceso sostenitore dell'alleanza tra la Lega salviniana con Berlusconi e Forza Italia.

Alleanza che sembrava morta e che invece adesso, visto che le elezioni anticipate non ci saranno, e vista la legge elettorale (con la soglia del 40% per prendere il premio e governare), sembra rinascere dalle sue ceneri. Siri sarà contento, come saranno contenti Umberto Bossi, Maroni, Toti e la grande maggioranza dei notabili e dei parlamentari padanisti i quali, com'è noto, non sono affatto "salviniani", e non hanno mai gradiro che si sia "montato la testa" costituendo un suo personale movimento politico, "Noi con Salvini", con tanto di tesseramento parallelo a quello della Lega.

Che tiri aria di una rinascita del blocco di centro-destra tra Forza Italia (e frattaglie varie), Lega Nord e Fratelli d'Italia ce lo confermano un po' tutti gli analisti politici, tra cui quelli che spesso ci azzeccano (solo perché le dritte dai diversi cenacoli politici).

Danno per certa l'alleanza di centro destra (da vedere se nella forma di un listone unico o di una federazione come preferirebbe Salvini) Ugo Magri su La Stampa del 15 marzo e quindi Marcello Sorgi il 21 marzo —"Primi segnali di fumo distensivi nel centro destra"—, il quale parla senza peli sulla lingua di "cambio di strategia di Salvini". Giustamente Sorgi ci dice che le prossime elezioni amministrative potrebbero essere il banco di prova delle politiche del 2018.

Un consiglio quindi a certi amici "sovranisti" che sperano tanto che Matteo Salvini li imbarchi per farli entrare (in discesa) nel prossimo Parlamento: "Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Ben altri saranno i suoi compagni... di merende, ovvero i soliti rottami politici berlusconiani.



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QUANDO I CRETINI SONO A CINQUE STELLE di Aldo Giannuli

[ 22 marzo ]

Alcune mie uscite televisive o alcuni articoli su questo blog hanno suscitato reazioni più o meno indignate di alcuni sostenitori del M5s: i più moderati hanno trovato le mie critiche troppo severe, si va da quello che esclama “Ma anche lei professore!” a quello che mi accusa di nascondere, sotto un atteggiamento falsamente benevolo, una sostanziale intenzione di nuocere al movimento; poi una cretina dice che io non devo permettermi di parlare a nome del M5s (come se lo avessi mai fatto e non avessi sempre precisato di parlare a titolo personale) e che non sono nessuno (bontà sua che parla dall’alto dei suoi numerosi titoli politici e culturali); qualche altro non ha capito assolutamente nulla e pensa che io neghi l’onestà dei 5stelle, infine qualche imbecille è convinto che io sia un infiltrato del Pd (sic!).
Però, per par condicio, ci sono anche cerebrolesi, di opposta parrocchia, che pensano che, invece le mie critiche sono bonarie e troppo blande perché spero di rimediare qualche poltroncina dal prossimo governo M5s.
Poco male: per il principio per cui la madre dei cretini è sempre incinta ed ogni partito, chiesa, sindacato, bocciofila o condominio è composta per almeno il 25% di cretini, anche il M5s ha la porzione che gli spetta (per la verità, un po’ più della media, anche se meno del Pd che fa gli straordinari in materia). Solo che dei cretini ci si sbarazza non rispondendogli e lasciando cadere la cosa: tanto se uno non capisce è inutile perderci tempo.
Poi c’è la clacque della Raggi che non mi perdona di aver detto esplicitamente che la loro beniamina deve dimettersi per aver dato prova di totale inadeguatezza, cosa che è proibito dire. Infine ci sono i “mufloni”, quelli del gregge che detestano dubbi e sfumature perché gli fanno venire il mal di testa, chiedono solo di avere un capo ed una bandiera in cui credere , cui obbedire e per i quali combattere. Non si identificano esattamente con gli imbecilli ma sono loro parenti stretti.
Tutta gente che ho imparato a disprezzare in quasi mezzo secolo di militanza politica: i più scatenati che cercano di negare il diritto di parola a chi critica (poco importa se dall’interno o dall’esterno del movimento) poi saranno i primi a tradire e nel frattempo sabotano ogni tentativo di migliorare il movimento cui intanto appartengono. Ne ho visti tanti così nella sinistra extraparlamentare, nel Pci, nel Psi, in Rifondazione. Hanno sempre tradito. E poi, cosa volete che me ne faccia dello sfogo di qualche mentecatto sedicente 5 stelle, quando ho goduto la stima di Roberto Casaleggio.
Ma altri non sono affatto imbecilli, mufloni o galoppini e meritano qualche chiarimento.
Intanto, sarebbe il caso che chi contesta entrasse nel merito della questione: in fondo potrei anche essere uno esagerato, o una spia del Pd, ma avere ragione. Capita che anche un avversario possa avere ragione, o no?!
Così come, può benissimo darsi che un amico o alleato faccia critiche sproporzionatamente dure e sbagli. Può capitare anche a me: perché, voi non fate mai sbagli?! Il giudizio deve sempre essere nel merito, senza cercare alibi o girarci intorno, anche perché c’è un obbligo morale di riconoscere i propri errori, le proprie insufficienze, ed anche le proprie colpe.
Vi piace gridare “Onestà Onestà”? Ebbene l’onestà non è solo non rubare, è anche quella intellettuale per cui non puoi usare criteri diversi per te e per gli altri: un metro deve sempre essere di 100 centimetri e non può essere a piacimento più corto o più lungo. Bisogna essere laici anche e soprattutto quando costa, perché i furti di verità sono peggiori di quelli di denaro.
Il fatto è che queste reazioni sono sempre ispirate al principio per il quale, se sei un sostenitore o amico di un movimento politico, non devi mai fare critiche, che sono concessioni al nemico, perché questo è un tradimento (o quasi). E devi difendere qualsiasi bestialità del tuo partito anche a costo di arrampicarti sugli specchi cosparsi di vetril. Questo accade quando il patriottismo di partito (che è giusto avere) si trasforma in qualcosa di mezzo fra il tifo da stadio ed il culto bigotto della propria “divinità”. E questo è il danno peggiore che si possa fare alla “squadra” per cui si tiene.
Per capirlo bisogna rendersi conto di quanto sia pericolosa l’arma della propaganda che è a doppio taglio. Ci sono due modi di fare propaganda: quello “attivo” con le cose che si dicono per attaccare gli avversari e difendere sé stessi, e quello “negativo” o “passivo” che è fatto dai silenzi su quanto non si ritiene inopportuno discutere. Ovviamente, anche gli avversari fanno lo stesso, per cui ciascuno cerca di colpire il punto debole dell’altro e di sviare l’attenzione dal proprio. Ma, a questo punto, occorre capire che la propaganda è uno strumento molto pericoloso, perché rischia di “intossicare” chi la fa più di quanto non faccia su chi la riceve.
In qualche modo, chi fa propaganda è portato a credere alle stesse cose che dice o rimuove le cose scomode con i suoi silenzi, ma questo finisce per occultare errori, lacune e deficienze, e, di conseguenza impedisce di correggerli o di colmarli. Quindi la tattica del “silenzio il nemico ti ascolta ”è la più sbagliata ed autolesionistica. Anche perché se ammetti per primo una tua falla, togli questo argomento dalle mani dell’avversario o quantomeno lo riduci.
Peraltro ammettere onestamente le proprie insufficienze aumenta la propria credibilità e, di conseguenza, rende meno efficaci gli attacchi degli avversari.
Come si vede, una opportuna e dosata quantità di autocritica (dosata rispetto alla realtà: sia chiaro, non rispetto a quel che farebbe comodo) è una medicina un po’ amara ma assolutamente conveniente.
D’altro canto, volete un esempio di come possa ridursi un partito con una base acritica di militanti-tifosi? Guardate il Pd e capite perché bisogna assolutamente evitare certe cose.
Io non voglio fare il parlamentare o in consigliere regionale, non ho prebende o nomine cui ambire, non cerco compensi, per cui continuerò a fare quello cha faccio in totale libertà.
Per cui, cari amici: se questo blog non vi piace, non frequentatelo, se i miei pezzi ripresi da altri non vi piacciono saltateli, se non vi piaccio in Tv cambiate canale, se cercate qualcuno che vi consoli, cercatevi qualche altro. Io continuerò come sempre perché non ho nulla da rimetterci.

* Fonte: Aldo Giannuli

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martedì 21 marzo 2017

CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE

[ 21 marzo ]

In controtendenza rispetto all'andazzo generale, segnato dalla divisione, dai protagonismi narcisistici e da slanci privi di costrutto, va finalmente in porto il più serio tentativo di unificazione nel campo del patriottismo democratico e antiglobalista.

La CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE (CLN) è un'alleanza politica di movimenti, partiti e libere associazioni di cittadini che sostiene e promuove una cultura politica di azione e di partecipazione alla vita democratica come garanzia di trasformazione sociale e ripristino della sovranità popolare, nella prospettiva di costruzione di una società fondata sulla giustizia sociale e ispirata ai valori della Costituzione del 1948.

Fanno già parte della Confederazione quattro movimenti politici: Programma 101, Risorgimento Socialista, Indipendenza e Costituzione e Noi Mediterranei

Il primo incontro tra diverse forze politiche e associazioni civili viene promosso da Programma 101- Movimento di Liberazione Popolare e si svolge a Roma il 7 gennaio 2017 in una sede di Risorgimento Socialista.

I delegati delle diverse forze politiche e associazioni presenti a Roma convergono, tra gli altri, su alcuni punti essenziali.

Il primo punto, tanto più dopo che la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre 2016 ha sventato l'attacco alla Costituzione del 1948, è dunque che quest'ultima rappresenta la stella polare della Confederazione, in quanto non solo descrive una società irriducibile al neoliberismo ed al predominio delle "cieche" leggi di mercato, ma prescrive che la sovranità popolare non può essere devoluta a nessun organismo sovranazionale.

Il secondo punto su cui convergono i delegati nel primo incontro di Roma è nella necessità di condividere una strategia politica comune per organizzare l'opposizione al progetto e alle politiche oligarchiche ed avviare un'azione politica coerente che abbia come obiettivo il ripristino della Sovranità Popolare nella consapevolezza che essa può democraticamente realizzarsi solo insieme alla sovranità statale ed a quella nazionale, con l'uscita dall'eurozona come primo passo per sganciare l'Italia dalla morsa della globalizzazione neoliberista.
Negli scambi di mail tra i delegati del primo coordinamento per la costituzione della Confederazione, e negli incontri successivi che si svolgono a Firenze, l'accordo tra i partecipanti si precisa in un terzo punto: se è vero che per scalzare i dominanti dal potere occorre essere pronti a dare vita ad un ampio blocco popolare, la Confederazione si considera alternativa alle forze politiche che presidiano oggi il campo dell'opposizione, in particolare alla Lega Nord, al Movimento 5 Stelle, così come alla sinistra radicale in quanto esse ripropongono, ognuna a modo suo, o principi economico-sociali neoliberisti, oppure concezioni e valori delle élite mondialiste.

Si procede dunque a discutere, affinare e ad approvare quello che sarà il Manifesto della CLN e quindi il Decalogo che riassume i principi sociali, politici e valoriali della Confederazione.  

La Confederazione si è data un primo grande appuntamento pubblico, l'assemblea nazionale che si svolgerà a Roma il prossimo 25 aprile.

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