lunedì 18 dicembre 2017

I CERTIFICATI DI CREDITO FISCALE (C.C.F.) SONO UNA SOLUZIONE? di Guido Grossi

[  18 dicembre 2017 ]

Come segnalato dal resoconto pubblicato ieri a firma Daniela Di Marco, Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia, in sede di replica, hanno difeso a spada tratta la proposta di Alberto Micalizzi che ci sarebbe un'altra soluzione che non l'uscita dalla gabbia dell'euro per tirare fuori il Paese dal marasma, precisamente l'uso della Cassa Depositi e Prestiti e l'emissione dei C.C.F., ovvero Certificati di Credito Fiscale
Questa proposta di moneta parallela o complementare, ce la venne a presentare Enrico Grazzini in un nostro convegno del novembre del 2014. Per la verità la versione di Micalizzi è alquanto edulcorata rispetto a quella di Grazzini — per chi voglia saperne di più, districandosi tra le tecnicalità dei C.C.F. veda QUI e QUI. Grazzini infatti concepisce l'emissione di una moneta parallela come misura provvisoria in vista della riconquista della piena sovranità monetaria, mentre Micalizzi liquida come errato e illusorio tornare ad una Banca centrale pubblica solo titolata ad emettere moneta.

Volentieri pubblichiamo le note critiche dell'amico Guido Grossi [nella foto sotto] che era tra i presenti all'assemblea dei Frentani della Lista del Popolo.

*  *  *

Appello accorato a Giulietto Chiesa, Antonio Ingroia, Alberto Micalizzi, ed a quanti ritengono che i C.C.F., i biglietti di stato e le monete metalliche possano rappresentare possibili soluzioni "alternative" ai Titoli di Stato
Questo articolo della Banca d'Italia dice, molto chiaramente, che NON E' POSSIBILE !

Può anche dare sui nervi, l'articolo, per più di una ragione (e, sinceramente, a me dà molto sui nervi, perché dimostra una volontà ferrea e determinata di certe istituzioni di difendere i privilegi della finanza privata, a danno dei popoli!)

Ma, detto questo, credo che sia veramente DA INCOSCIENTI il volerlo sottovalutare, perché rappresenta il pensiero e la volontà, molto determinata, del grande capitale sopra nazionale, che usa le banche centrali e le altre istituzioni dell'Unione europea per tutelare i propri interessi.

Allora è indispensabile che, prima di proporli come soluzione miracolosa, prendiamo atto della sua chiarezza, sin troppo cristallina, su due punti fondamentali

1) l'uso di una moneta fiscale, e perfino l'uso delle monete metalliche (e dei biglietti di stato) SONO EQUIPARATI AI TITOLI DI STATO!
In particolare ai fini della determinazione del debito pubblico e del deficit. I CCF sono debito pubblico! Concorrono ad aumentare il deficit!

2) esperienze pregresse dimostrano che, rispetto ai titoli di stato, questi strumenti sono dotati di una minore liquidità, minore capacità di conservare il loro valore e quindi di scarsa efficacia (oltre a comportare costi aggiuntivi e sforzi organizzativi non indifferenti e totalmente inutili).

Le conseguenze :

E' TOTALMENTE SBAGLIATO pensare che sia possibile emettere 100 miliardi di CCF o simili, senza che le Istituzioni dell'Unione Europea reclamino la violazione degli accordi del Patto di Stabilità e Crescita, e senza che i mercati finanziari reagiscano quindi negativamente, facendo impennare lo spread.

Le conseguenze estreme di tali reazioni, dobbiamo saperlo, sono: L'ARRIVO DELLA TROIKA, nella migliore delle ipotesi, oppure l'arrivo del Meccanismo Europeo di Stabilità nella peggiore, che verrebbero così sostituiti (in maniera formalmente legittima) ai nostri politici nazionali, con il compito di "mettere ordine nei conti italiani".

E noi sappiamo quanto questo pensiero stia prendendo forma in una parte consistente delle elite germaniche, che alimentano l'immaginario collettivo del popolo tedesco !

Tradotto in pratica : questi organismi verrebbero (investiti di autorità legale) a prendersi i consistenti risparmi degli italiani depositati nelle banche utilizzando la procedura di bail in, che è già pronta; ad aumentare le tasse ed a tagliare la spessa pubblica; ad attuare licenziamenti di massa nel pubblico impiego; a svendere quello che resta del patrimonio pubblico del nostro Paese, a privatizzare i servizi pubblici essenziali.

E' questo che vogliamo?

Ci è sufficientemente chiaro il concetto che certi signori non aspettano altro che di essere invitati a nozze, su una prospettiva simile?

Allora, amici carissimi, mattiamoci per cortesia l'anima in pace :

se vogliamo liberarci dalla schiavitù della moneta privata, è necessario percorrere strade estremamente più chiare e coraggiose, per dire senza paura e senza reticenze che gli italiani non sono disposti a tollerare ulteriormente le prepotenze di un sistema finanziario che è illegittimo nella forma, vigliacco nella sostanza, contrario allo spirito ed alla lettera della nostra Costituzione e, pertanto, l'Unione Europea deve fare una immediata marcia indietro, obbligando la BCE a mettere la sua illimitata capacità di produzione di moneta non più al servizio del sistema finanziario privato e sopra nazionale (come è oggi OBBLIGATA a fare dall'art 123 del Trattato sul funzionamento dell'Unione) ma al servizio della politica, impegnandosi a sottoscrivere l'emissione di titoli necessari a finanziare un programma immediato di investimenti sufficienti a garantire la piena occupazione e la rimozione degli ostacoli di ordine economico che impediscono la piena realizzazione della persona umana. Di tutte le persone umane !

Nel caso in cui l'Unione europea non fosse immediatamente disponibile, DEVE ESSERE DETTO CON GRANDE CHIAREZZA che, nell'interesse del popolo italiano, ma anche nell'interesse dei popoli tutti dell'Europa, è bene che queste istituzioni, nate con un procedimento poco chiaro e per niente democratico, ostinatamente intente a difendere gli interessi del grande capitale, che pretendono di sostituire la voglia dei popoli di collaborare con la voglia del capitale di competere, e la piena realizzazione della persona umana con la stabilità della moneta, che vogliono a tutti i costi eliminare le nostre Costituzioni ed il potere dello stato sociale di difendere gli interessi dei deboli, DEVONO ESSERE DEMOLITE, al più presto.

E diventa allora necessario che ogni nazione si assuma la piena responsabilità, di fronte al proprio popolo, di tornare ad organizzarsi per realizzare, con il contributo più aperto e diffuso di tutti, quel disegno meraviglioso di società equilibrata, solidale, umana, concepito nelle Costituzioni. Ma anche per rendere possibile l'obiettivo, immensamente importante e totalmente coerente con quei principi, di stabilire rapporti pacifici e di collaborazione con tutti i popoli del mondo.

Che non desiderano altro !

Queste istituzioni, non rappresentano i Popoli.

Perché solo popoli consapevoli, organizzati ed impegnati a realizzare quel disegno costituzionale, potranno, forse, un domani non vicino, concepire e dare vita ad istituzioni pienamente democratiche e partecipate, che rappresentino il popolo europeo, o del mondo, che ancora non esiste.

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domenica 17 dicembre 2017

LISTA DEL POPOLO: CRONACA DI UN'ASSEMBLEA di Daniela Di Marco

[ 18 dicembre 2017 ]

Ieri si è svolta a Roma, al Centro congressi Frentani, la (per noi) attesa assemblea costituente della "Lista del Popolo". Pochi i presenti, circa 150. 

Una cosa che mi ha stupito era la totale assenza dei media e dei giornalisti. Certo siamo abituati all'oscuramento di ogni iniziativa che va controcorrente, cosa alquanto strana però, se si considera il grande impatto mediatico che invece ha avuto la conferenza stampa di Chiesa e Ingroia, appena un mese fa, 16 novembre.
Sorvoliamo.

Dopo l'introduzione di Chiesa, che ha teso a sottolineare il carattere pluralistico della lista, e che il suo spirito è lo stesso della Costituente del '47-'48, è iniziato un ricco ed articolato dibattito. 33 sono stati gli interventi. 

In estrema sintesi, si sono espresse due linee fondamentali, la prima difesa dagli esponenti della Confederazione per la Liberazione Nazionale e da molti altri, tesa a rafforzare il profilo sovranista della lista ed una seconda (che a me è sembrata francamente minoritaria) difesa sia da Giulietto Chiesa che da Antonio Ingroia, che ha difeso la piattaforma da essi proposta, dove non si contempla né l'uscita dall'Unione europea, né il ritorno alla sovranità monetaria. 

Davanti ai numerosi interventi che hanno suggerito aggiustamenti del profilo politico della lista, in una direzione più radicalmente sovranista, Chiesa e Ingroia, nelle loro arringhe finali, hanno sostanzialmente risposto picche: Chiesa: "Non è vero che esiste un terzo degli italiani che è per l'uscita dall'euro. La nostra linea su questo è quella indicata da Alberto Micalizzi". Ingroia, rispondendo ai critici: "Non accettiamo ultimatum. Il vostro metodo è inaccettabile. La proposta di uscita dall'euro è sbagliata. Su questo noi condividiamo in pieno quanto dice Alberto Micalizzi".

Si spiega così come mai, a Micalizzi (molte sono le chiacchiere che girano su questo peculiare personaggio), sia stato dato ampio spazio per esporre la sua proposta — non si deve uscire dall'euro ma restare nell'Unione e adottare, nel rispetto dei Trattati europei, i CCF - Certificati di Credito Fiscale: "Chi sogna di uscire dall'euro si sbaglia... E' un errore pensare di tornare alla Banca d'Italia pubblica... Siamo in occidente e i mercati finanziari ci strozzerebbero".

Sono rimasta molto stupita dalla chiusura netta di Ingroia e Chiesa davanti alle richieste di miglioramento della piattaforma. Ingroia si è arrabbiato con coloro che hanno sostenuto che "diluire" la radicalità sul piano dei contenuti, lungi dal portarci consensi, ce li fa perdere. Non è stato per nulla convincente.

Si tenga conto che la porta a modifiche della piattaforma è stata tenuta chiusa anche rispetto a numerose, importanti e condivisibili proposte che hanno suggerito rafforzamenti sulla questione ambientale, della difesa dei territori, di un modello sociale ecocompatibile, del rifiuto della legge Lorenzin, ecc.

Morale della favola: siamo usciti più perplessi che persuasi.

Oltre alla debolezza del profilo politico di questa lista, rimangono due problemi: il primo è che nei tempi strettissimi che ci dividono dalle elezioni, non sembra ci siano le forze sufficienti per presentare una lista che non esca con le ossa rotte dalla prova elettorale. Il secondo problema è che, malgrado le rassicurazioni formali, non è affatto chiaro cosa accadrà dopo il giorno delle elezioni. Come hanno sottolineato molti che sono intervenuti, la presentazione di una lista ha senso solo se questa è un tassello, un momento per il dopo, solo cioè se è funzionale alla costruzione di un polo politico che faccia della sovranità costituzionale e nazionale il suo punto di forza.

Ho la sensazione opposta, vale a dire che qualora questa lista non riuscisse a portare in parlamento una pattuglia di deputati, il giorno dopo tutto andrebbe ramengo (ammesso e non concesso che si superi lo sbarramento della raccolta delle firme).



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venerdì 15 dicembre 2017

NOI E LA "LISTA DEL POPOLO" di C.L.N.

[ 15 dicembre 2017 ]

Domani, 16 dicembre, si svolgerà a Roma presso il centro congressi Frentani, con inizio alle ore 10:00, l'assemblea nazionale della Lista del Popolo. L'assemblea dovrebbe, nei tempi orami strettissimi, dare il via alla competizione elettorale. Qui di seguito la LETTERA APERTA ai promotori dell'iniziativa Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa inviata dalla Confederazione per la Liberazione Nazionale.


«Chi ci segue sa che sin dalla primavera scorsa, come C.L.N., indicammo l’urgenza di utilizzare le previste elezioni del 2018 affinché i cittadini trovassero sulla scheda una lista unitaria del sovranismo costituzionale. 
A questo scopo lanciammo in estate l’Appello “Per un’Italia ribelle e sovrana”. 
Il tentativo non andò in porto, anche a causa dell’indifferenza del campo sovranista. 
A metà novembre Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa annunciarono la decisione di presentare la Lista del Popolo. 
Come Confederazione, malgrado l’enorme ritardo sui tempi, considerato un accordo di massima sui contenuti ed il profilo della lista, segnalammo subito ai promotori la nostra disponibilità all’avventura. 
Disponibilità che confermiamo, a patto : (1) 
di essere più chiari e netti sul profilo sovranista e antiglobalista della piattaforma elettorale; (2) che la discesa in campo elettorale sia funzionale al dopo-elezioni, quindi alla costruzione di un polo d’opposizione; (3) che la lista riesca ad essere presente in almeno due terzi dell’elettorato.

Partecipiamo dunque con spirito costruttivo e unitario all’assemblea del 16 dicembre, nella speranza che questa possa, oltre a rendere più incisiva la piattaforma, dare la spinta di cui c’è bisogno per svolgere a stretto giro il più vasto numero di assemblee territoriali, da cui dipende il successo dell’impresa. 

* * *



LETTERA APERTA AD ANTONIO INGROIA E GIULIETTO CHIESA 
ed ai sostenitori della Lista del Popolo 

Cari amici, 

come sapete, la Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN) ha apprezzato la proposta di "Lista del Popolo", decidendo di partecipare al percorso che dovrà definire il programma, costruire un minimo di organizzazione, decidere le candidature e la gestione comune della campagna elettorale.

Lo abbiamo fatto perché convinti dell'esigenza di portare sulla scheda elettorale le ragioni del sovranismo costituzionale, passaggio a nostro avviso utile per cominciare ad unire tutti i soggetti che possono confluire in una forza popolare e patriottica, in grado di muovere i primi passi verso un percorso di liberazione nazionale.

Lo abbiamo fatto anche perché abbiamo trovato nella prima versione del programma ampi motivi di condivisione, pur ravvisando la necessità di alcune modifiche e precisazioni.

Purtroppo, nella seconda versione del programma, quella ora pubblicata sul sito della lista, ci sono cambiamenti che ne diluiscono il profilo sovranista, ciò che pregiudica l’auspicabile successo elettorale. Più il cittadino ci percepisce simili ai nostri concorrenti meno consensi otterremo. Ciò vale oggi a maggior ragione visto l’abbandono da parte di M5S e la Lega salviniana del discorso no-euro.

Ci riferiamo anzitutto alla posizione sull'Unione Europea che tende a confondersi con l’ "altreuropeismo" (quello a la Tsipras et similia, per intenderci). E’ scomparsa poi, inopinatamente, la questione delle nazionalizzazioni delle banche (a partire da Bankitalia) e dei settori strategici dell'economia.

Sappiamo che per unire forze diverse un compromesso è inevitabile. Ma, se le cose hanno un senso, il profilo programmatico ha da essere conseguente al grido d'allarme che lanciamo. Se parliamo di sovranità dobbiamo dire chi la minaccia e che cosa fare per riconquistarla. Se, giustamente, siamo per uscire dalla NATO perché lesiva della sovranità nazionale e popolare, non si capisce il perché non si debba indicare la necessità della rottura con la gabbia europea ed il suo principale strumento coercitivo: l'euro. Così come non si capisce, se davvero siamo contro il marasma neoliberista, la rinuncia al programma di nazionalizzazioni, senza il quale l'obiettivo di riassegnare allo Stato un ruolo centrale nell'economia del Paese non si regge in piedi.

E' sulla base di queste nostre convinzioni che vi proponiamo, tornando in buona sostanza al programma originario, le seguenti modifiche alla seconda versione pubblicata sul sito:

1. Modifica della prima parte del punto 6 come segue: «Noi ci batteremo in tutte le sedi per ripristinare la sovranità nazionale. Con due immediate conseguenze: a) La fuoriuscita dall'attuale gabbia europea, per sua natura irriformabile — come dimostrato dalle vicende di questi anni (Grecia in primis) — a partire dall’immediata rinegoziazione e, se impraticabile, dal recesso unilaterale da tutti gli accordi europei».

2. Cancellazione integrale dell'attuale punto 7 o, in alternativa, sua profonda riscrittura che eviti ogni malinteso.

3. Sostituzione del punto 11, tornando alla versione iniziale, in particolare per quanto concerne le nazionalizzazioni.

4. Al punto 18, sulla salute, aggiungere l’abrogazione della Legge Lorenzin.

5. Un deciso rafforzamento del punto 20 sull’ambiente segnalando la minaccia che quest’economia rappresenta per l’ecosistema quindi l’urgenza di cambiare a fondo modelli produttivi, distributivi e di consumo.

Cari amici, 


quello che vi chiediamo è un chiaro e forte patto politico in vista del dopo-elezioni. Non possiamo dare l’impressione che la nostra impresa si esaurisca nelle urne. Se vi saranno le condizioni, ed in primo luogo le forze, per un'adeguata presentazione - noi riteniamo che essa abbia senso solo se saremo in grado di coprire almeno i due terzi dell'elettorato, con comitati regionali adeguati allo sforzo richiesto dalla campagna elettorale — dobbiamo impegnarci, dato che la battaglia decisiva è davanti a noi — a, a dare continuità alla «Lista del Popolo» anche dopo il voto, nella prospettiva, da voi stessi evocata, e che noi pienamente condividiamo, di dare vita ad un Comitato di Liberazione e di salvezza Nazionale.

Confidiamo in una vostra positiva risposta sulle questioni poste, che è per noi condizione imprescindibile per il proseguimento del lavoro in comune.

ROMA, 14 dicembre 2017».


* Fonte: CONFEDERAZIONE PER LA LIBERAZIONE NAZIONALE

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BUTTIAMO FUORI RYAN AIR di Sandokan

[ 15 dicembre 2017 ]

“Venerdì nero per chi viaggia in aereo". Così le agenzie. Uno sciopero combinato del trasporto aereo, quello di oggi, promosso da diverse sigle. In Alitalia, dove le cose van sempre peggio, è stato indetto dalla C.U.B. Trasporti — viva la C.U.B.!

Ma la vera novità è che incroceranno le braccia per quattro ore, mi risulta per la prima volta in assoluto, piloti e assistenti di volo della Ryan Air. Malgrado sia indetto da Fit Cisl (sic!) e Anpac, mi auguro che sia un grande successo. E se questo accadesse sarebbe un fatto di enorme importanza.

Il perché è presto detto. Lo dico senza peli sulla lingua: il regime interno nella compagnia low cost irlandese è FASCISTA, con le maestranze schiavizzate e senza tutele. Ryan Air è infatti un esempio di matrimonio perfetto tra liberismo sfrenato e tirannia padronale, una compagnia-zona-franca a cui è stato permesso, per battere la concorrenza, di calpestare diritti sindacali e umani di chi ci lavora.

Detto fatto. Appena ricevuto l'avviso dello sciopero la direzione di Ryan Air ha minacciato i piloti di cancellare gli aumenti salariali (irrisori) previsti. Un fatto gravissimo, com'è evidente, a clamorosa conferma di quanto ho detto.


Anche politici di governo e d'opposizione, come la bella addormentata nel bosco, sono stati costretti ad esecrare l'atteggiamento della compagnia. Come se non fosse a loro stessi noto il regime tirannico e disumano a cui sono sottoposte le maestranze Ryan Air. 

Condanna, pensate un po', anche da parte dei ministri Calenda, Poletti e quindi Del Rio.

Già, del Rio e Calenda, quelli che hanno fatto i salti mortali per vendere Alitalia alla compagnia irlandese —anche dopo il patatrac del settembre scorso con la cancellazione di oltre 700 voli. 
Del Rio, Calenda e servi vari, coloro che oltre a voler "risanare" Alitalia consegnando le maestranze al dispota Michael O'Leary, gli hanno consegnato slot dappertutto, anche a Fiumicino, a danno della stessa Alitalia; che solo un anno fa han concesso 44 nuove rotte. Che hanno acconsentito, con i cosiddetti "accordi di comarketing", che la compagnia irlandese ricevesse sussidi per 40 milioni di euro.

E' ora di imporre a Ryan Air un cambio di registro, il rispetto dei diritti sindacali e umani costituzionalmente garantiti. Altrimenti la si butti fuori dall'Italia, la qual cosa sarebbe necessaria per porre fine al far west dei cieli italiani, i più "liberalizzati" d'Europa.

E noi cittadini, oramai considerati consumatori decerebrati, sarebbe ora che ci diamo una svegliata. Se fossimo cittadini consapevoli non dovremmo mai più volare con Ryan Air.

Non vi pare?












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giovedì 14 dicembre 2017

IL FARMACO TOSSICO DELL'ANTIFASCISMO di Slavoj Zizek

[ 14 dicembre 2017 ]


Un intervento del filosofo Slavoj Zizek pubblicato su INDIPENDENT il 7 dicembre scorso con questo titolo: «L'odierno movimento antifascista non farà nulla per sbarazzarsi del populismo di destra — infonde solo panico.
Dobbiamo fermare il flusso d'ossigeno che la  classe lavoratrice fornisce alla destra radicale, rivolgendoci ai loro elettori»


La formula di Marx di religione come l’oppio dei popoli ha bisogno oggi di un serio ripensamento. È vero che l’Islam radicale resta un modello esemplare di religione come oppio del popolo — un falso confronto con la modernità capitalista che permette ad alcuni musulmani fondamentalisti di dimorare nel loro sogno ideologico mentre i loro paesi sono devastati dagli effetti del capitalismo globale — ed esattamente lo stesso vale per il fondamentalismo cristiano.

Tuttavia, ci sono oggi, nel nostro mondo occidentale, altre due versioni dell’oppio dei popoli: l’oppio e il popolo.

Come ha dimostrato Laurent de Sutter, la chimica (nella sua versione scientifica) sta diventando parte di noi: ampi aspetti della nostra vita sono caratterizzati dalla gestione delle nostre emozioni da parte della droga, dall’uso quotidiano di sonniferi e antidepressivi a narcotici pesanti. Non siamo solo controllati da impenetrabili poteri sociali; le nostre stesse emozioni sono “esternalizzate” alla stimolazione chimica.

La posta in gioco di questo intervento chimico è duplice e contraddittoria: usiamo farmaci per tenere sotto controllo l’eccitazione esterna (shock, ansie e così via), cioè ci desensibilizziamo per generare eccitazione artificiale se siamo depressi e non desideriamo.

Come dimostra l’ascesa del populismo, l’oppio del popolo è “il popolo” stesso, il sogno populista sfocato destinato a offuscare i nostri stessi antagonismi. Tuttavia, voglio aggiungere a questa serie anche lo stesso antifascismo.

Un nuovo spettro sta perseguitando la politica progressista in Europa e negli Stati Uniti, lo spettro del fascismo. Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria sono tutti demonizzati come il nuovo male verso il quale dovremmo unire tutta la nostra forza. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente visto come un segno di segreta collaborazione con il fascismo.

In un’intervista significativa per Der Spiegel pubblicata nell’ottobre 2017, Emmanuel Macron ha fatto alcune dichiarazioni, subito accolte con entusiasmo da tutti coloro che vogliono combattere la nuova destra fascista: 
«Ci sono tre modi possibili per reagire ai partiti estremisti di destra. Il primo è quello di comportarsi come se non esistessero e di non rischiare più di prendere iniziative politiche che potrebbero portare queste parti contro di te. Questo è successo molte volte in Francia e abbiamo visto che non funziona. Le persone che in realtà speri di sostenere non si riconoscono più nei discorsi del tuo gruppo. E ciò aiuta la destra ad ottenere consenso. La seconda reazione è quella di inseguire questi partiti estremisti di destra sul terreno della fascinazione … e la terza possibilità è di dire che queste persone sono i miei veri nemici e coinvolgerli in una battaglia. Esattamente questa è la storia del secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia».
Mentre la posizione di Macron è encomiabile, è fondamentale completarla con una svolta autocritica. L’immagine demonizzata di una minaccia fascista serve chiaramente come un nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un’immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo.

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MASSIMO RECALCATI ED IL LIMITE CHE RENDE GRANDI di Alessia Vignali

[ 14 dicembre 2017]

Il saggio dello psicoanalista Massimo Recalcati [nella foto] I tabù del mondo indaga il tabù nella psiche occidentale contemporanea.

Oggi uscire da una lettura stimolati, grondanti di domande e di visioni, non è esperienza comune. A farcene dono è il saggio I tabù del mondo (Einaudi, 2017) dello psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati. Un libro bellissimo, che attraverso una galleria di editoriali pubblicati settimanalmente sul quotidiano La Repubblica percorre le molteplici figure del tabù e del limite, categorie meritevoli d’essere indagate in un occidente che crede di poterne fare a meno. Esse sono, tra l’altro, straordinariamente utili per leggere in profondità le dinamiche del presente. Reincontriamo così Caino, Ulisse, Antigone, Medea, Amleto, Priapo, Don Giovanni e altre personalità mitiche o letterarie alle prese con le loro personali epopee di scontro con la proibizione e la sua possibile (inevitabile?) trasgressione. Riflettiamo inoltre su nuovi archetipi come l’anoressica, il terrorista, il turboconsumatore, non a caso definiti da un unico tratto che finisce per coartare la loro possibilità di “divenire umani” e li rinchiude nel limite assoluto di una rigida categoria, di una sola dimensione dell’essere che divora ogni possibile divenire armonico della personalità. Infine, ci confrontiamo con tabù inediti come quelli della gratitudine, del pensare, del pregare… e li riconosciamo luoghi di un’intelligenza profonda della verità che sa fare i conti con la sua fragilità, con la sua dipendenza dell’Altro.


Incontrare il limite, il valore, la prescrizione, il tabù, affermatisi lungo il millenario percorso delle culture per dirimere il dilagare incontrollato delle passioni, è per la psicoanalisi un momento fondante dell’identità del singolo e delle culture stesse. La duplice spinta a conformarsi o a sfidarlo è ciò che costituisce il proprium della nostra umanità (o almeno, di quella che ci ha condotto fino a qui). Ma come afferma l’autore, il passo libertario inaugurale dell’illuminismo, che intendeva dissolvere l’ombra repressiva dei tabù fondati solo sulla fede sulla vita umana, forse si è rovesciato nel suo contrario. La liberazione da ogni forma di tabù sembra istituire un inedito tabù che non può essere violato: quello della vita che basta a se stessa, della vita che rifiuta ogni tabù e con esso ogni esperienza del limite, della vita senza tabù. (…) Siamo qui di fronte a un tratto fondamentale dell’angoscia ipermoderna che l’esperienza epidemica del panico esprime benissimo: assenza di punti di riferimento, caduta degli argini, vertigine, spalancamento di un vuoto senza nome.

Recalcati si chiede, in maniera ironica ma seriamente provocatoria, se non dovremmo per caso rivalutare il tabù, dal momento che in esso si conserva qualcosa dell’esperienza dell’inviolabile: di una dimensione, cioè, valoriale che riesce a qualificarsi come “non negoziabile” poiché conserva qualcosa di un’antica magia. E ci ricorda, comeabbiamo già riportato in precedenza, che occorre provare a distinguere due versioni del tabù: da una parte la sua forma semplicemente ideologico-superstiziosa che lo qualifica come luogo di restringimento e oppressione della vita. Dall’altra, quella che lo descrive come segno che la vita non ci appartiene del tutto, ma è qualcosa che porta con sé la cifra – trascendente e impossibile da svelare - del mistero.

Muovendosi con invidiabile libertà dentro e fuori dalle categorie della psicoanalisi lacaniana, Recalcati c’insegna a non dar per scontata alcuna comoda sclerotizzazione del pensiero: i “si dice”, i “si fa” che invisibilmente pilotano quelle che crediamo siano le nostre scelte vengono fatti allegramente a pezzettini. L’idea attuale d’indecenza della famiglia naturale ne è un esempio. Famiglia è ancora una parola decente che può essere pronunciata senza provocare irritazione, fanatismi o allergie ideologiche? E’ ancora, cioè, la matrice indispensabile della costruzione consapevole dell’umanità dei singoli oppure è un tabù da sfatare? Recalcati ha il coraggio di dichiarare che la vita umana non si accontenta di vivere biologicamente, ma esige di essere umanamente riconosciuta come dotata di senso e di valore. Come mostra un vecchio studio di René Spitz sui bambini inglesi orfani di guerra che dovettero subire l’ospedalizzazione, la solerzia delle cure somministrate dalle infermiere del reparto, votate a colmare i bisogni primari fisici dei bambini, non fu sufficiente a salvarli. Depressione, anoressia, abulia, autismo, marasma, decessi divennero i segnali evidenti del fatto che l’amore sarebbe stato altrettanto necessario del cibo e delle cure. Dovremmo dunque ricordare che la vita del bambino dev’essere raccolta e riconosciuta dal desiderio dell’Altro, altrimenti resta mutilata, votata all’insignificanza. La funzione insostituibile della famiglia resta dunque quella di accogliere la vita che viene alla luce del mondo, offrirle una cura capace di riconoscere la particolarità del figlio, rispondere alla domanda angosciata del bambino donando la propria presenza.

Rimanendo nell’area del privato, primo elemento della società, stupisce l’originalità della visione di Recalcati relativa al tabù della fedeltà, in tempi che inneggiano al poliamore. Per lo psicoanalista la diffusa incapacità di essere fedeli non solo in amore, ma in generale a un qualunque patto di solidarietà, è oggi il frutto di un’incapacità di accettare un limite al proprio desiderio, dunque di una soggezione quasi assoluta allo strapotere dei propri impulsi, dei propri desideri. In questo modo è impossibile anche solo immaginare, per gli innamorati, quella sconfitta del tempo, delle sue proprietà corruttrici, che viene dallo scommettere sull’eternità del loro desiderio l’uno per l’altra. La fedeltà, oggi, non è più vista come poesia ed ebbrezza, (…) come ripetizione dello Stesso che rende tutto Nuovo. Il nostro tempo non sa né pensare, né vivere l’erotica del legame perché contrappone perversamente l’erotica al legame. Un po’ in tutto il testo Recalcati ci ricorda quanto il vincolo del legame costituisca paradossalmente una fonte di libertà verso dimensioni più piene dell’essere, della gioia, della vita.

Tra gli espedienti del testo, miracolosamente capace di far quasi sentire sulla pelle la coerente visione del mondo che esprime, spicca la narrazione di storie. Leggendole, scopriamo come la storia sia tra le più raffinate forme di comunicazione, sintetiche e sincretiche, in grado di parlare contemporaneamente a diversi aspetti di noi. Il materiale delle storie non è la teoria, la metafora, l’immagine, la lingua. Il materiale delle storie siamo noi che leggiamo, con la nostra innata capacità d’identificazione nei personaggi e con l’immersione quasi sensoriale che riusciamo a compiere nel mondo rappresentato dall’autore. Grazie al meccanismo dello spostamento per primo identificato da Freud, riusciamo cioè a pensarci meglio quando indossiamo metaforicamente i panni degli altri, rispetto a quando tentiamo uno sguardo privo di mediazioni sugli abissi della nostra coscienza. Sull’indagine che possiamo dedicare a noi stessi vige spesso una censura. Come insegna l’impiego delle parabole da parte di Gesù, nulla è più efficace di una storia per far vivere la verità teorica in prima persona all’interlocutore, per fargliela scoprire autonomamente. E anche quando ci illudiamo di sapere quanto occorre, le storie potenti ci costringono a produrre nuovo pensiero.

Ne I Tabù del mondo torniamo ad apprendere la vita dal mito, filosofia incarnata. Non solo: l’autore ci insegna a sostarci dentro, ci dà la chiave teorica per un’autonoma elaborazione. Si tratta di un’operazione importante, dal momento che ciò che oggi manca di più è la capacità di valorizzare le sin troppo numerose esperienze che facciamo. Il regime dei consumi ci ha abituati a riempirci di attività frenetiche, ma abbiamo perso per strada il piacere di pensarci su, di elaborarle rendendole davvero oggetti della nostra mente. Quante sono le volte in cui ricordiamo il fatto essenziale che nostra vita ha soltanto il senso che riusciamo a conferirle con il nostro pensiero? E il senso, la verità cui perveniamo non può che essere il frutto di un lavorìo, di una fatica, di una sosta volta a elaborare i contenuti dell’esperienza, a trasformarli nelle nostre parole.

Tra i meriti di questo libro va annoverato il suo essere un fenomenale provocatore di pensieri. Direi quasi che, pur appagando con teorie ben articolate il lettore, ciò che è di maggiore interesse è la sua parte insàtura: ciò che l’autore non dice e che si aspetta troviamo, concentrandoci o confrontandoci con l’eterogeneo materiale del testo.



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